
Mentre i cieli sopra Teheran e Isfahan dal 28 febbraio scorso sono illuminati dai lampi delle batterie antiaeree e le infrastrutture militari iraniane subiscono colpi senza precedenti, sulle mappe satellitari del Pentagono c’è un punto, a circa 25 miglia dalla costa iraniana e 483 km a nord-ovest dello stretto di Hormuz, di grande interesse strategico: l’Isola di Kharg, nella provincia di Bushehr.
Sull'isola, infatti, si trova il principale terminale petrolifero dell'Iran, che venne costruito verso la fine degli anni Cinquanta, ai tempi dell'ultimo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi. Inaugurato nei primi anni Sessanta, è diventato un punto di snodo fondamentale per l'Iran: da qui infatti passano il 90% delle esportazioni di petrolio del Paese (nove decimi di queste esportazioni finiscono nelle mani della Cina). Ed è proprio per questa ragione che da anni rappresenta un obiettivo strategico per i nemici del Paese governato dagli Ayatollah. Basti pensare che anche durante la Guerra tra Iran e Iraq (1980 – 1988) gli Iracheni lo bombardarono più volte nel tentativo di distruggerlo: riuscirono più volte a bloccarne l'attività, ma mai a distruggerlo del tutto. Nonostante all'interno di questo tipo di siti ci siano materiali altamente infiammabili, esistono infatti dei complicati sistemi di valvole che permettono di isolare in maniera relativamente rapida gli incendi, e che rendono davvero complicato l'atto di distruggere un impianto petrolifero così ampio (ha una superficie di poco superiore ai 22 chilometri quadrati e mezzo).
Ad ogni modo, dopo il bombardamento più pesante di tutti, avvenuto nell'autunno del 1986, gli Iraniani ricostruirono il sito petrolifero e lo migliorarono. Così facendo, diventò possibile far attraccare più di 10 superpetroliere nello stesso momento.

Quest'isola, però, non ha fatto gola solo agli iraniani, ma anche agli americani, e in particolare a Donald Trump, che già 38 anni fa le aveva messo gli occhi addosso. Difatti, in un'intervista al Guardian del 1988, il coinquilino della Casa Bianca affermò che se ci fossero stati attacchi iraniani contro uomini o navi USA, il Paese avrebbe dovuto impossessarsi dell'isola. Ora, secondo alcuni analisti, se il governo americano volesse paralizzare quasi del tutto l'economia Iraniana, dovrebbe concentrare tutte le sue forze su questo terminale. Questo perché se la piattaforma fosse del tutto inagibile, gli iraniani non riuscirebbero a vendere il petrolio e non potrebbero pagare gli stipendi ai Pasdaran. Più in generale, il popolo subirebbe il contraccolpo maggiore dalla crisi del petrolio che si verrebbe a creare.
Secondo alcuni analisti, però, per gli USA potrebbe essere un passo falso: non solo perché i prezzi del greggio al barile salirebbero a dismisura, ma anche perché potenzialmente potrebbero andare in frantumi i mercati energetici occidentali. Ma c'è anche un'ultima ragione per cui sarebbe meglio per Trump non tirare troppo la corda: i Pasdaran potrebbero rispondere a un attacco della piattaforma colpendo ancora più strenuamente i comparti energetici dei Paesi del Golfo, e il danno si ripercuoterebbe sull'intera regione portando a un'ulteriore instabilità delle nazioni nemiche di Teheran.