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15 Giugno 2022
7:30

La Russia vendette l’Alaska agli USA per pochi spiccioli. Storia dell’espansione americana

Tra il '700 e l'800 l’Alaska fu colonizzata dalla Russia e nel 1867 fu venduta agli Stati Uniti per una cifra irrisoria. Ma cosa ci facevano i russi in Alaska? E perché poi la vendettero?

A cura di Erminio Fonzo
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La Russia vendette l’Alaska agli USA per pochi spiccioli. Storia dell’espansione americana
Alaska russa

Un’ampia porzione dell’attuale territorio degli Stati Uniti, tra cui l'enorme Alaska, è stata regolarmente acquistata dagli americani. Le tredici colonie originarie, che nel 1776 dichiararono l’indipendenza dal Regno Unito, nei decenni successivi ampliarono infatti il loro territorio fino all’Oceano Pacifico e, in parte, lo fecero attraverso normali compravendite. In questo articolo ripercorriamo questo processo di espansione territoriale, arrivando proprio all'Alaska, il caso più recente ed emblematico, dato che gli USA la acquistarono dalla Russia nel 1867 per una cifra ridicola.

L'acquisto della Lousiana

Il primo e più importante acquisto da parte degli USA fu quello della Louisiana, comprata nel 1803 dalla Francia di Napoleone per 15 milioni di dollari (oggi sarebbe l'equivalente di più di 300 milioni di dollari). Il territorio acquistato comprendeva non solo una parte dell’attuale Stato della Lousiana, ma l’intera America settentrionale francese, cioè tutta la parte centrale degli Stati Uniti, fino alle Montagne rocciose, per un’estensione complessiva di 2.100.000 km2 (circa sette volte l’Italia). In sostanza di trattò di un vero e proprio affare.

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L’acquisto della Louisiana (credit William Morris)

Nel 1819, inoltre, gli Stati Uniti poterono annettere la Florida, ceduta dalla Spagna, ma in questo caso si trattò di un accordo politico e non di una compravendita.

Ma perché le potenze europee cedevano territori così preziosi agli americani? Gli Stati europei, che spesso erano impegnati in guerre tra di loro, non erano in grado di sfruttare le potenzialità di possedimenti situati a una distanza così grande, anche perché, sebbene ne avessero il controllo nominale, nei fatti ne controllavano solo piccole porzioni. Gran parte dei territori, infatti, era abitata dalle popolazioni native americane. Inoltre, non sempre le potenze coloniali avevano cognizione delle risorse naturali presenti nei loro territori e, in particolare, di quelle del sottosuolo. Infine, gli europei preferivano che le loro colonie finissero nelle mani di un Paese che non era loro avversario, come gli Stati Uniti, invece che del Regno Unito, che già possedeva il vastissimo territorio del Canada e all’inizio dell’Ottocento si stava affermando come principale potenza mondiale.

L'espansione degli Stati Uniti verso ovest

Dopo l’annessione della Florida, gli Stati Uniti continuarono la loro espansione verso ovest. Entro gli anni ’50 dell’Ottocento, occuparono l’intero territorio degli attuali 48 Stati contigui (tutto il Paese tranne Alaska e Hawaii), in parte con accordi politici e in parte attraverso una guerra contro il Messico. Solo una piccola striscia di terra in Arizona e New Mexico fu acquistata.

Con l’espansione, iniziò l’epopea del West, cioè la conquista effettiva delle nuove terre che il governo statunitense non controllava completamente. Nel volgere di alcuni decenni, la superiorità tecnologica e militare permise agli Stati Uniti di sconfiggere e confinare nelle riserve le popolazioni indigene. La base ideologica della conquista era il principio del destino manifesto, introdotto negli anni ’40 dell’Ottocento: gli Stati Uniti, secondo i sostenitori di questa idea, avevano la missione di espandersi per diffondere il loro sistema di democrazia e libertà.

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Allegoria del destino manifesto (dipinto di J. Gast del 1872)

L'Alaska russa

L’impero russo, che sin dal Seicento si era esteso in Asia fino alle coste del Pacifico, nel secolo successivo riuscì a occupare addirittura una porzione del continente americano. Nel 1741 un navigatore al servizio della Russia, Vitus Bering, compì la prima esplorazione delle coste dell’Alaska, il che permise agli zar di rivendicare il possesso di tale territorio. Inoltre, commercianti e cacciatori di pellicce russi iniziarono a rifornirsi sulle isole Aleutine e sul continente americano. Verso la fine del Settecento, alcuni russi si trasferirono in Alaska, creando i primi insediamenti permanenti. I nuovi arrivati, pur essendo solo poche migliaia, ebbero facilmente ragione delle popolazioni locali, peggio equipaggiate.

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L’Alaska russa

Con il passare degli anni, però, il possesso dell’Alaska si rivelò sempre più problematico per la Russia. Gli zar erano consapevoli che il Regno Unito, muovendo dal Canada, avrebbe potuto facilmente annettere il territorio, installandosi così sulla sponda del Pacifico dello stretto di Bering, a soli ottanta chilometri dalle coste russe. Inoltre, la possibilità di rifornirsi di pellicce diminuì, perché la caccia senza regole aveva ridotto il numero di animali disponibili (in particolare, di quello delle lontre marine). Dopo la guerra di Crimea del 1853-56, dalla quale la Russia uscì sconfitta, lo zar Alessandro II decise di vendere i suoi possedimenti americani agli Stati Uniti, sia perché aveva bisogno di denaro sia per evitare che il territorio cadesse nelle mani degli inglesi. Le prime proposte di vendita furono avanzate tra il 1857 e il 1858 ma, a causa delle tensioni esistenti all’interno degli Stati Uniti (che sarebbero sfociate nella guerra civile del 1860-65), non fu possibile raggiungere subito un accordo.

L'acquisto

Le trattative ripresero nel 1867 e si conclusero rapidamente. Nella notte del 30 marzo l’ambasciatore russo Eduard de Stoeckl e il segretario di stato americano William Seward trovarono l’accordo e firmarono il relativo trattato: il territorio dell’Alaska passò agli Stati Uniti per la cifra di 7,2 milioni di dollari, approssimativamente equivalenti a 140 milioni di dollari di oggi.

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La firma del trattato

L’estensione del territorio ceduto era pari a 1.518.800 km2, più di cinque volte l’Italia, e la cifra pagata dagli americani era stata ancora una volta irrisoria rispetto al valore del territorio acquistato. Per fare un confronto, oggi il costo di un cacciabombardiere F35 si aggira intorno ai 100 milioni di dollari (con variazioni a seconda dei modelli): un solo aereo da guerra costa quasi quanto fu pagata l’intera Alaska!

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L’assegno per l’acquisto dell’Alaska, emesso nel 1868

Un affare colossale

Per gli Stati Uniti l’acquisto dell’Alaska si è rivelato un affare di valore inestimabile. Anzitutto, il territorio è ricco di risorse naturali: nei decenni successivi all’acquisto furono scoperti giacimenti di oro, petrolio, gas naturale e altre risorse. Ma il possesso dell’Alaska si è rivelato proficuo soprattutto dal punto di vista strategico. I russi, consapevoli dell’importanza del territorio, lo cedettero agli americani proprio perché non volevano avere i loro principali rivali, gli inglesi, a pochi chilometri dalle loro coste. Nell’Ottocento, infatti, la Russia non aveva niente da temere dagli Stati Uniti, che erano ancora un Paese emergente. Nel corso del secolo successivo, però, proprio gli statunitensi sono diventati i principali avversari dei russi (a partire dalla Guerra Fredda) e continuano a esserlo ancora oggi. Grazie all’acquisto del 1867, gli Stati Uniti si sono accaparrati una postazione strategica di importanza vitale. Se la Russia avesse posseduto una base delle dimensioni dell’Alaska nel continente americano, infatti, la storia del mondo sarebbe stata decisamente diversa.

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