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8 Aprile 2026
9:16

Razionamento energetico in Italia: cosa prevederebbe e quali settori si spegnerebbero per primi

Guerra in Iran, prezzi dei carburanti alle stelle e misure allo studio: cosa dicono i ministri, cosa suggerisce Bruxelles e chi pagherebbe il conto più salato in caso di lockdown energetico.

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Razionamento energetico in Italia: cosa prevederebbe e quali settori si spegnerebbero per primi
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È il quarantesimo giorno di guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio e del gas mondiali, è di fatto bloccato.

In Italia il gasolio ha superato i 2 euro al litro e negli aeroporti di Milano Linate, Bologna, Treviso e Venezia sono scattate le prime limitazioni al rifornimento dei voli, con priorità a quelli di Stato, ambulanza e con durata superiore alle tre ore. In questo quadro, il 31 marzo il commissario UE all’energia Dan Jørgensen ha scritto a tutti i ministri dell'Energia UE invitandoli a prepararsi a "un'interruzione potenzialmente prolungata del commercio energetico internazionale" e a seguire il piano in 10 punti dell'Agenzia Internazionale dell'Energia per ridurre il consumo di petrolio.

È da quel piano IEA — non da misure europee originali — che derivano le indicazioni circolate in questi giorni: meno diesel e carburante per l'aviazione, più smart working, limiti di velocità più bassi, meno voli dove esistono alternative ferroviarie. Misure ancora volontarie, non obbligatorie. Il vertice straordinario dei ministri dell'Energia UE del 1° aprile si è concluso senza provvedimenti vincolanti.

Cosa hanno detto i ministri italiani: Crosetto e Pichetto Fratin

Il 7 aprile il ministro della Difesa Guido Crosetto ha rilasciato un'intervista al Corriere della Sera in cui ha tracciato un quadro geopolitico cupo: "È una situazione che non ha precedenti nella storia dei decenni recenti", ha detto, evocando Hiroshima e il rischio di una spirale incontrollata. A una domanda diretta sul rischio che tutto si blocchi nel giro di un mese, Crosetto ha risposto: "È ciò che si teme. Non tutto ma molto." La frase ha girato in modo massiccio sui media, ma va letta nel suo contesto: Crosetto stava parlando della crisi geopolitica globale — Trump, la NATO, le basi americane in Italia, il rischio di escalation militare — non di un piano di razionamento energetico già pronto.

Sul fronte energetico specifico, la voce di riferimento è il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin. Il 5 aprile, in un'intervista a Repubblica rilanciata a LaPresse, ha dichiarato:

È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire.

Ha precisato che "al ministero lavora una commissione apposita per studiare il piano per l'emergenza" e che "le azioni dovranno essere misurate sulla situazione attuale", escludendo esplicitamente un ritorno alle domeniche a piedi come negli anni Settanta.

Sul fronte delle riserve, il 2 aprile su Milano Finanza aveva già dato una lettura più rassicurante:

Abbiamo un riempimento di stoccaggi di circa il 45%, dovremmo aggiungere 8-9 miliardi di metri cubi ma, partendo adesso, non credo ci siano enormi difficoltà.

E aveva aggiunto: "Speriamo di non dover arrivare al punto di valutare certi scenari." La parola razionamento è sul tavolo, ma come scenario precauzionale, non come misura annunciata.

Dove partirebbero i razionamenti in caso di “lockdown energetico”

Se la situazione dovesse peggiorare e il governo fosse costretto ad attivare misure concrete, la logica del razionamento energetico segue una gerarchia precisa: si proteggono i servizi essenziali e si colpiscono prima i consumi non strategici. Secondo quanto suggerito dalle raccomandazioni europee e dai precedenti del 2022, i primi interventi toccherebbero i trasporti privati — con possibili limitazioni alla circolazione — e i consumi domestici non essenziali, come la climatizzazione estiva. L'illuminazione di monumenti, edifici pubblici e spazi non urgenti sarebbe un'altra leva immediata.

Il settore dei voli sarebbe tra i più esposti, come già emerge dalle prime limitazioni negli aeroporti italiani. Sul fronte industriale, il ragionamento si fa più complesso: le filiere a ciclo continuo e ad alto consumo energetico sarebbero le prime candidate a una rimodulazione della produzione, ma il loro peso economico rende ogni decisione politicamente e socialmente delicata. Ospedali, difesa, trasporti pubblici e infrastrutture critiche resterebbero fuori da qualsiasi piano di taglio.

Le aziende energivore italiane: chi consuma di più e chi rischia di più

A dare la misura concreta di cosa significherebbe un razionamento per il sistema produttivo italiano è uno studio Istat del 2025 sulle imprese energivore, relativo ai dati del 2023. In cima alla classifica per valore aggiunto ci sono le attività metallurgiche, con 5,9 miliardi di euro prodotti da 310 imprese, seguite dalla fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche (5,1 miliardi, 621 imprese) e dalla lavorazione di minerali non metalliferi (4,3 miliardi, 268 imprese). Più in basso nella classifica, ma comunque rilevanti, le industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (3,3 miliardi, 349 imprese) e la fabbricazione di coke e prodotti derivati dalla raffinazione del petrolio (3,1 miliardi, 161 imprese). Si tratta di settori senza i quali, come nota la stessa analisi, l'economia del Paese smette di funzionare: acciaierie, chimica, plastica, vetro e ceramica sono l'ossatura manifatturiera dell'Italia, concentrata in larga parte nel Nord.

Un razionamento che se toccasse questi comparti non sarebbe solo una misura di risparmio energetico: significherebbe scegliere quali filiere produttive frenare, con ricadute dirette su occupazione, export e catene di fornitura. È per questo che qualsiasi piano di emergenza realistico cercherebbe di intervenire prima sui consumi diffusi e flessibili — i trasporti, il riscaldamento, l'illuminazione — prima di toccare la produzione industriale.

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