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17 Giugno 2026
9:47

L’Ungheria cambia le regole dopo Orban: limite di 8 anni al potere e stop alla sua ricandidatura

Il Parlamento ungherese ha approvato il limite di due mandati per un capo di governo, rendendo Orbán ineleggibile. Dopo il trionfo elettorale di Péter Magyar, l'Ungheria si interroga sul futuro: il nuovo premier smantellerà davvero la democrazia illiberale di Orbán o ne erediterà le logiche di potere?

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L’Ungheria cambia le regole dopo Orban: limite di 8 anni al potere e stop alla sua ricandidatura
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Il 15 giugno segna uno spartiacque storico per l'Ungheria: il nuovo Parlamento di Budapest ha approvato un emendamento costituzionale che, introducendo il limite dei due mandati (l'equivalente di 8 anni complessivi), rende de facto Viktor Orbán non più eleggibile per la carica di Primo ministro. Una norma che molti hanno definito anti-Orbán.

È come se in Ungheria si fosse instaurato un nuovo "ordine" politico, cominciato all'indomani delle elezioni del 12 aprile 2026, che hanno visto il trionfo dell'ex-delfino Péter Magyar e l'uscita di scena dei partiti tradizionali. Le ultime elezioni si sono infatti trasformate in un vero e proprio referendum su Orbán, ponendo fine al suo lungo predominio politico e segnando l'ascesa del nuovo partito Tisza. Nonostante Magyar, insediatosi il 9 maggio, si ponga pubblicamente come un liberal-conservatore europeista, gli osservatori restano però vigili: l'incognita è se smantellerà davvero questo vasto apparato o se, al contrario, se ne approprierà per governare incontrastato.

Le ultime elezioni: l'avvento di Péter Magyar

Il 12 aprile 2026, gli abitanti dell'Ungheria erano stati chiamati a partecipare alle elezioni politiche generali che si sono tradotte de facto in un autentico referendum sulla permanenza o meno al potere del primo ministro Viktor Mihály Orbán, la cui carriera, alternativamente sia al governo che all'opposizione, ha segnato la politica nazionale ed internazionale magiara dalla fine dell'Era Comunista sino ad oggi, e, contemporaneamente, nell'ascesa al potere del suo sfidante ed ex-delfino Péter Magyar.

Ma più ancora della sconfitta di Orbán e della vittoria di Magyar, le ultime elezioni hanno segnato la fine di un sistema partiticotradizionalmente assai plurale nella sua offerta nei confronti dell'elettorato e l'instaurazione di un autentico “ordine nuovo” sui cui esiti finali non possiamo fare a meno di interrogarci.

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Il vincitore delle elezioni parlamentari e nuovo premier dell’Ungheria, Péter Magyar. Credit: European Parliament

La fine dei partiti tradizionali

Dalla fine della Guerra Fredda a oggi il panorama politico-istituzionale dell'Ungheria è stato caratterizzato dalla presenza di numerosi partiti spazianti, in termini ideologici, dall'estrema destra fino all'estrema sinistra. Vi è stata però una costante; in tutte e dieci le elezioni che hanno caratterizzato gli ultimi trentasei anni di vita istituzionale del paese, Viktor Orbán e il suo partito Fidesz sono stati presenti, ora come formazione all'opposizione ora come partito di governo.

Sebbene all'inizio Fidesz fosse solamente uno dei tanti partiti politici magiari, con il tempo Orbán è riuscito a trasformarlo nel pilastro dell'intero sistema politico, specialmente nel periodo compreso tra il 2010 ed il 2026, in coincidenza con il suo secondo periodo di “premierato” (il primo era stato tra il 1998 ed il 2002). Il risultato di questo processo di “Orbanizzazione” della politica è stata la progressiva sparizione, o comunque la riduzione ai minimi termini, di tutti i partiti tradizionali che infatti dopo le elezioni di quest'anno sono completamente usciti dal parlamento.

Il “sistema Orbán” sopravviverà al suo fondatore?

Oltre a segnare profondamente il mondo della politica, Orbán ha creato un sistema di controllo piramidale e tentacolare che ha condizionato la vita pubblica del suo Paese in tutti gli ambiti tanto che l'Ungheria è oggi a tutti gli effetti un paese non più caratterizzato da quei basilari “pesi e contrappesi” (i famosi checks and balances nel parlato anglosassone) che caratterizzano la vita istituzionale di una moderna democrazia liberale. La trasformazione è stata così profonda da aver portato l'uomo forte di Budapest a parlare della creazione della prima “democrazia illiberale” al mondo e di porsi successivamente come modello per altri leader autoritari ma aspiranti a conservare almeno una “parvenza formale di libere elezioni partecipate”; una sorta di foglia di fico spendibile sia sul fronte domestico che su quello internazionale per dimostrare che “nonostante tutto i cittadini siano liberi di scegliere chi guida il Paese”. Con la sparizione dalla scena politico-istituzionale dei partiti tradizionali, però, non è affatto garantito che anche il sistema creato da Orbán faccia la fine di chi lo ha creato.

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"I Duellanti" che si sono sfidati alle ultime elezioni ungheresi: Magyar e Orbán. Credit: European Parliament

Il nuovo Primo Ministro Peter Magyar e la grande incognita

Il grande vincitore della tornata elettorale è stato Péter Magyar, che il 9 maggio successivo ha assunto la carica di Primo ministro. Proveniente da una famiglia di antiche tradizioni politiche, Magyar era originariamente il delfino di Orbán, prima di entrare in rotta di collisione con quest'ultimo e unirsi, assieme a diversi fuoriusciti di Fidesz, al partito Tisza, che ha guidato in quella che è divenuta la vittoria più netta della storia delle tornate elettorali ungheresi. Sebbene i mass media abbiano a lungo descritto Magyar come un liberal-conservatore pro-europeo, non bisogna dimenticare che la stessa identica etichetta era stata a suo tempo assegnata a Orbán, prima che egli attuasse la sua grande “capriola politica”. Al momento, al netto delle dichiarazioni pubbliche, non è affatto chiaro se effettivamente Magyar ottempererà alla sua promessa di “smantellare il sistema Orban” oppure deciderà semplicemente di “sostituirsi a lui” divenendo il nuovo signore incontrastato di Budapest. Viste le amare lezione che il passato ci ha impartito in questa parte d'Europa, è meglio continuare ad essere vigili.

È pur vero però che alcuni sviluppi positivi stanno avvenendo, dato che il 15 giugno il nuovo Parlamento di Budapest ha approvato un emendamento costituzionale che, introducendo il limite dei due mandati (l'equivalente di 8 anni complessivi) renderebbe ora de facto Orbán non più eleggibile. Parimenti è stato dato il via libera ad una modifica costituzionale che spianerà la strada allo smantellamento del cosiddetto "Ufficio per la tutela della Sovranità", creato nel 2024  e giudicato incompatibile con il diritto UE.

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Péter Magyar fotografato nel corso del suo discorso di insediamento in Piazza Kossuth, il 9 maggio 2026. Credit: Elekes Andor

Le aspettative per il futuro dell’Ungheria in politica estera

Al di là delle evoluzioni o involuzioni che il “sistema-Paese” prenderà nel futuro sul lato domestico, è allo stesso modo necessario tenere in considerazione il fatto che l'Ungheria occupa da sempre una posizione importantissima in quella vasta area situata a cavallo tra Balcani, Mitteleuropa ed Europa Orientale. Esemplificativo è il fatto che, sia come stato indipendente che come parte integrante di altri imperi, l'Ungheria ha partecipato a tutte le più importanti guerre che hanno interessato il continente europeo negli ultimi 500 anni (senza mai vincerne una). Ciò ha fatto sì che, volenti o nolenti, gli altri Paesi europei abbiano dovuto guardare a Budapest come centro di stabilità o come origine di ogni instabilità di quell'area. Orbán ne era cosciente, e proprio per questo si era adoperato per creare una vera e propria sfera di influenza nell'area, sulla falsa riga di altri leader ungheresi del passato. Da questo punto di vista, dato che la politica estera e la geopolitica rispondono assai più a logiche oggettive rispetto alle problematiche di politica interna, su questo punto è assai probabile che Magyar, magari in un contesto dei rapporti con Bruxelles più disteso, tenterà ugualmente di portare avanti una politica di potenza regionale per l'Ungheria.

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