
Durante una spedizione con dei ROV (Remotely Operated Vehicle) nelle acque profondissime delle Isole Cook, nel Pacifico meridionale, gli scienziati della NOAA (l'ente statunitense che si occupa di oceani e atmosfera) hanno recuperato enormi denti fossili di squalo, molto probabilmente appartenuti al megalodonte (Otodus megalodon), anneriti da una crosta di ossidi di ferro e manganese depositatisi strato dopo strato nel corso di milioni di anni. Non è stato un ritrovamento isolato: i denti sono comparsi in molte delle immersioni, sempre in mezzo ai campi di noduli polimetallici che tappezzano quel fondale. L'antico gigante dei mari è considerato il più grande pesce predatore mai esistito e capace di superare i 20 metri di lunghezza prima della sua estinzione avvenuta circa 3,6 milioni di anni fa.
L'esplorazione sottomarina e i noduli polimetallici
Dal 19 luglio al 13 agosto 2026 la nave oceanografica Okeanos Explorer della NOAA sta conducendo la spedizione 2026 Cook Islands ROV Exploration, in collaborazione con la Cook Islands Seabed Minerals Authority, il Dipartimento di Stato statunitense, lo US Geological Survey e l'Ocean Exploration Cooperative Institute. Il lavoro sul fondo è stato affidato a Deep Discoverer, un ROV (Remotely Operated Vehicle, cioè un veicolo telecomandato senza pilota a bordo) capace di scendere fino a 6.000 metri di profondità, più o meno 3,7 miglia.
Ogni volta che Deep Discoverer ha toccato il fondale nella parte sudoccidentale della zona dell'arcipelago si è imbattuto in noduli polimetallici (depositi minerali sferici ricchi di manganese, ferro e altri metalli). E in molte immersioni, in mezzo a quei noduli, sono spuntati denti fossili di dimensioni fuori scala: diversi superavano i 7 centimetri, e il più grande ha toccato i 13 centimetri.

Perché tanti denti proprio in mezzo ai noduli? La spiegazione sta nella chimica lentissima degli abissi. Quando uno squalo perde un dente (ne perde e rigenera decine di migliaia nell'arco della vita), fatto di apatite molto resistente, questo può restare sul fondo oceanico per milioni di anni senza disgregarsi. Lì diventa spesso il nucleo attorno al quale i minerali disciolti nell'acqua iniziano a depositarsi strato dopo strato, formando i noduli nel corso di milioni di anni.
Una capsula del tempo per studiare le antiche correnti
Mentre affonda e fossilizza, il dente assorbe progressivamente dall'acqua di mare e dai sedimenti circostanti gli elementi delle terre rare, tra cui il neodimio. La concentrazione e la "firma" isotopica di questi elementi variano da un bacino oceanico all'altro e nel tempo, perché dipendono da quali masse d'acqua hanno bagnato quel punto di fondale in un dato periodo.
Studiando in laboratorio quanto neodimio (e quante altre terre rare) si è accumulato in un dente fossile, i geochimici possono risalire a come si muovevano le correnti oceaniche milioni di anni fa, ricostruendo la circolazione marina di ere passate: un'informazione altrimenti difficile da recuperare. È esattamente quello che verrà fatto con i sette denti raccolti.
Identikit del predatore marino più grande di sempre
I denti recuperati appartengono con ogni probabilità a Otodus megalodon (precedentemente noto come Carcharodon o Carcharocles megalodon), il megalodonte: il pesce predatore più grande mai esistito, comparso circa 23 milioni di anni fa e scomparso intorno a 3,6 milioni di anni fa. Sulle cause dell'estinzione non c'è una spiegazione unica: al raffreddamento globale del Pliocene, che gli sottrasse sia le prede sia le acque calde di cui aveva bisogno, gli studi più recenti affiancano la competizione con lo squalo bianco (Carcharodon carcharias), comparso all'inizio del Pliocene e probabilmente più agile e manovriero.
Anche la forma del megalodonte è stata rivista di recente. L'immagine classica, quella che ricorda uno squalo bianco gigante, è considerata sbagliata. Il modello proposto nel 2025 descrive invece un animale più slanciato e allungato, con proporzioni più vicine a quelle di uno squalo limone. È un'ipotesi che ha aperto un acceso dibattito tra i gli addetti ai lavori, non una conclusione condivisa da tutti.

Per dare un senso di scala: il dente più grande mai trovato al mondo misura quasi 18 centimetri (il nome "megalodonte" significa letteralmente "grande dente"), e le stime più recenti, ricavate da una colonna vertebrale fossile incompleta e da una vertebra ancora più grande, indicano per gli esemplari maggiori una lunghezza fino a 24,3 metri e un peso intorno alle 94 tonnellate: valori che gli stessi autori presentano come ipotesi di lavoro, non come misure definitive. Il morso si stima che avrebbe potuto sviluppare una forza compresa tra 108.000 e 182.000 newton, contro i circa 18.000 di uno squalo bianco adulto.