
C’era una volta un’epoca in cui il ping pong attirava decine di migliaia di spettatori alle sue partite. Un’epoca in cui un ragazzino ebreo newyorkese, smilzo e gracile, scopriva la sua vocazione. «Avevo 12 anni quando imparai a giocare a ping pong», scrive Reisman nella sua autobiografia. «Da quel giorno in poi, ebbi qualcosa che mi interessava davvero. Coinvolgeva l’anatomia, la chimica, la fisica e, se una persona aveva immaginazione, anche l’astronomia».
Così nasce la leggenda. Marty Reisman è diventato uno dei giocatori di tennistavolo più famosi di sempre, celebre per le sue imprese dentro – come le 5 medaglie di bronzo ai mondiali – e fuori dal campo di gioco. Ed è proprio lui ad aver ispirato Marty Supreme, il film del 2025 diretto da Josh Safdie che racconta l’istrionica figura di questo giocatore di ping pong newyorkese che cerca, a ogni costo, di nutrire la sua smisurata ambizione. Ma cosa c'è di vero? In questo articolo ripercorriamo la sua vita.
Dalla New York povera nasce una grande ambizione
Marty Reisman ci ha lasciati nel dicembre 2012. Oggi sarebbe probabilmente la persona più felice del mondo nel vedere tutta questa attenzione mediatica su di lui grazie al film. D’altronde, è sempre stato prima di tutto un grande esibizionista, uno showman che aveva trovato nel ping pong la sua via di fuga e il suo palcoscenico.
Nato a New York nel 1930, Marty cresce nel Lower East Side. All’epoca è un quartiere difficile: situato a sud di Manhattan, diventa un centro di immigrazione, in particolare per gli ebrei dell'Europa dell'Est, ma anche per italiani e tedeschi. Come si vede nel film, gli alloggi sono modesti e angusti, privi di illuminazione e con bagni in condivisione. È lì che cresce Marty, inizialmente solo con la madre che ha divorziato da suo padre.
Poi arriva la folgorazione. L’incontro con quel mondo: il ping pong. Riferendosi a quando impugna una racchetta e comincia a giocare, in una videointervista dichiarò: «Cado in uno stato d’ipnosi, diventa quasi un’esperienza euforica. Non faccio fatica, è come se stessi planando e fluttuando».
Tra i 13 e i 15 anni, Marty si fa strada nei tornei locali. Comincia a frequentare il Lawrence’s Broadway Table Tennis Club, un locale sotterraneo (una sorta di speakeasy) dove non si gioca soltanto: si scommette. E tanto. Marty non è da meno, ce l’ha nel sangue: suo padre è uno scommettitore accanito che supporta il figlio in questa attività, arrivando spesso a puntare denaro proprio sulle sue vittorie.
Per questo Marty si trasferisce dal padre, che è l'unico a credere nel suo sogno e nella sua passione, il ping pong. Quel gioco infatti rappresenta per Marty la sua unica via di fuga. Una fuga mentale, perché gli permette di entrare in quella "trance" agonistica, ma anche una emancipazione economica. Nel suo libro autobiografico (The Money Player: The Confessions of America's Greatest Table Tennis Champion and Hustler) scrive: «Io sono nato con questa abilità, ma poi l’ho sviluppata. Ero convinto che fosse il mio unico modo di uscire dalla mia condizione, per andare verso riconoscimenti e ricchezza».
Il ping pong diventa spettacolo
L'abilità di Marty diventa pian piano un mestiere. L’attività agonistica va infatti a gonfie vele: tra il 1946 e il 2002 Reisman vince complessivamente 22 titoli di primo piano, tra cui due U.S. Open e un British Open. Conquista anche cinque medaglie di bronzo ai Campionati mondiali: la prima nel 1948 nella prova a squadre, poi altre tre nel 1949 (singolare, squadre e doppio misto) e l'ultima nel 1952.
Ma Marty non era solo un grande sportivo. È stato uno dei primi a mischiare lo sport con l’intrattenimento puro. Curava la sua immagine in modo maniacale: il suo corpo smilzo e allungato divenne famoso grazie agli show di apertura delle partite degli Harlem Globetrotters. Marty faceva spettacolo usando padelle al posto delle racchette e inventando trovate da circo. Celebre era il suo trick in cui spezzava una sigaretta, posizionata all’altro lato del campo, colpendola con una pallina da ping pong.
Con questa professione girò il mondo, in anni, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in cui il tennistavolo attirava decine di migliaia di spettatori, anche attratti da quel campione, che colpiva la pallina con forza, sfruttando la sua leva fisica elastica e nervosa.
La clamorosa sconfitta del 1952: la fisica del gioco cambia per sempre
C'è un evento cruciale nella carriera agonistica di Marty, ripreso anche nel film (sebbene ambientato in un altro Paese e in un contesto diverso): i Campionati del Mondo a Bombay, in India, nel 1952. Reisman è il favorito, è già un campione e pensa di avere la vittoria in tasca. Ai sorteggi, esce per lui un avversario giapponese semisconosciuto: Hiroji Satoh. Non sarà un problema, per lui, batterlo.
E invece, clamorosamente, Marty perde. Com'è possibile? Il segreto era nella racchetta di Satoh. Fino a quel momento, i giocatori avevano usato le cosiddette hardbat: racchette di legno con un sottile strato di gomma puntinata o carta abrasiva. A Satoh fu invece consentito l’uso di un’arma che, scrisse Reisman, «avrebbe reso il tennistavolo uno sport diverso».
La racchetta del giapponese era rivestita da quasi due centimetri di gommapiuma (una tecnologia all'epoca sperimentale). Quella che oggi è standard nel professionismo, allora era fantascienza: permetteva livelli di velocità e controllo impensabili. Più Marty colpiva la pallina con forza e precisione, più la pallina gli ritornava indietro con traiettorie strane e inaspettate. Satoh vinse il Mondiale e il ping pong cambiò per sempre.
La carriera infinita di Marty Reisman
Nonostante lo shock della sconfitta ai Campionati del mondo di Bombay, Reisman ebbe una carriera agonistica lunga e florida. Il suo primato più incredibile arrivò nel 1997: all’età di 67 anni, tornò nel circuito e vinse l’Hard Bat Nationals (il campionato statunitense di racchette "vecchio stile"), diventando il giocatore più anziano a vincere un titolo nazionale in uno sport di racchetta. Questa fu solo l'apoteosi di una vita sportiva così intensa e rocambolesca.
Tra storia e film: cosa c'è di vero?
Ma allora, cosa c’è di vero e cosa di falso nel film Marty Supreme, diretto dal regista Josh Safdie? Ovviamente si tratta di una storia romanzata, "ispirata" alle sue vicende. L’ambientazione newyorkese è vera, così come l’aspetto fisico, l’ironia pungente di Marty e probabilmente anche quella sua miscela di strafottenza e arroganza.
Anche la rivalità con il giocatore giapponese è basata su fatti reali, sebbene la partita storica avvenne a Bombay. C'è poi un episodio molto forte nel film che viene raccontato anche nel libro autobiografico di Marty: il rapporto di amicizia con il campione di pong pong polacco Alex Ehrlich,, che era stato prigioniero nei campi di concentramento. Marty racconta l'aneddoto, riportato anche nel film, legato al disinnescare bombe, quando il polacco si cosparse di miele trovato in un alveare in mezzo, per nutrite i suoi compagni di prigionia.
Insomma, l'autobiografia di Marty Reisman è ricca di aneddoti che fanno parte di una vita vissuta sempre al limite, dove l'ambizione e quel pizzico di "genio e sregolatezza" hanno permesso a un ragazzo povero di New York di diventare una leggenda.