
Tutti associamo febbraio al Carnevale, festività ancora molto sentita in tutta la penisola. Ci sono però alcune città in cui questa ricorrenza diventa una festa suggestiva: è il caso del Carnevale di Venezia. La città si riempie di frittelle, costumi e soprattutto maschere. Le maschere sono una tradizione dell'artigianato veneziano e ne esistono di tantissime tipologie, tra queste ne spicca una che, sebbene meno sfarzosa di altre, è una delle più intriganti per quello che può raccontare: la Moretta, muta o servetta muta è una piccola maschera veneziana femminile di forma ovale, in velluto nero, senza taglio della bocca e indossata soprattutto tra il XVII e il XVIII secolo.
La Moretta è una maschera enigmatica e affascinante, simbolo di seduzione e mistero nel carnevale della Serenissima del passato, suggestivo emblema di un’epoca in cui l’abbigliamento rappresentava un mondo di codici sociali. La Moretta, conosciuta anche come servetta muta, è caratterizzata da una forma ovale ed elegante rivestita di velluto nero. Si distingue immediatamente da altre maschere veneziane per la sua sobrietà e per il fatto che veniva tenuta aderente al volto non da nastri o lacci, ma mordendo un piccolo bottone tenuto tra i denti, rendendo così la portatrice incapace di parlare. Il suo uso era esclusivo delle donne.

Ma perché la portatrice doveva essere condannata al mutismo? Non si trattava di un semplice vezzo estetico, il mutismo le conferiva un significato simbolico e relazionale. La Moretta, infatti, nasce in Francia nel XVI secolo, dove era diffuso il visard, una maschera di velluto nero, indossato allo scopo principale di proteggere la pelle dal sole e mantenere il pallore (segno di nobiltà e decoro). A Venezia, però, diventò un accessorio amato dalle donne di ceto elevato, nobili o benestanti, che intendevano al contempo nascondere la propria identità e rendere più intensa la comunicazione non verbale, attraverso gli occhi e il portamento.
La decisione di impedire alla portatrice di parlare accentuava lo sguardo, trasformando occhi e gesti in potenti mezzi di comunicazione durante le cerimonie e gli incontri sociali. In un’epoca in cui il corpo e la voce femminile erano spesso soggetti a rigide norme di comportamento, la Moretta presentava un paradosso culturale perché se da un lato pareva che togliesse potere, dall’altro ne era portavoce rendendo la donna protagonista silenziosa di un linguaggio fatto di prossemica, gesti e movimenti.

La fabbricazione della Moretta rientrava nella ricca tradizione artigianale veneziana della produzione delle maschere: i mascareri nei loro laboratori la producevano già nel Settecento, spesso assieme ad altri costumi e tessuti pregiati. Come molte altre maschere veneziane – ad esempio Bauta e Gnaga – anche il suo uso non era limitato al Carnevale, ma veniva adoperata anche durante eventi pubblici e privati, che prevedevano un qualche tipo di socializzazione tra le classi abbienti. In questi contesti la maschera permetteva alle donne di muoversi in spazi mascherati con una certa autonomia e protezione simbolica.
Il fatto che la Moretta renda muta chi la indossa può essere letto come privazione, ma possiede anche la caratteristica di mantenere silenziosamente la propria presenza in un contesto in cui la parola – sbagliata – poteva essere un elemento di vulnerabilità o di attacco. Ancora oggi la Moretta affascina non solo per la sua forma, ma per la sua capacità di evocare una dimensione storica in cui l’identità e la comunicazione erano modellate tanto dall’apparenza quanto dal silenzio e rappresenta uno dei frutti più interessanti e meno celebrati della tradizione mascherata veneziana.