
«Dolci, caffè?», chiede il cameriere al ristorante. «Io un caffè», risponde qualcuno. «Fai due caffè!», interviene un altro. Le tazzine aumentano, ma la parola caffè rimane la stessa. Accade con tutti i nomi invariabili, cioè quei nomi che mantengono la stessa forma sia al singolare che al plurale. Lo stesso accade per gli aggettivi come ad esempio “arrosto”, che si usa per un pollo, ma anche per più polli.
In italiano il plurale normalmente non si costruisce aggiungendo qualcosa in fondo, come fa l'inglese con la -s (cat, cats), bensì si cambia la vocale finale: casa diventa case (la «-a» si trasforma in «-e»), il libro diventa libri (la «-o» diventa «-i»), il cane diventa cani (la «-e» diventa «-i»). Nei plurali regolari la parola resta la stessa, ma l'ultima vocale – cioè la desinenza – segna il passaggio da uno a molti. Con le parole invariabili, invece, la vocale finale invece rimane la stessa: vediamo quali sono.
Caffè, città, parole tronche e importate: gli esempi di nomi invariabili
Torniamo al sostantivo caffè, che è una parola tronca (in linguistica si dice ossitona), cioè con l'accento tonico che cade proprio in fondo, sull'ultima sillaba. Queste parole sono invariabili perché terminano in una vocale accentata: in italiano questa classe di nomi non modifica la vocale finale al plurale. Lo stesso accade quindi con alcune parole di uso comune come città, tè, tribù, falò, e con lunedì e tutti i giorni della settimana che finiscono in -dì. Sono tutte parole tronche. In questo gruppo rientrano anche molti nomi e aggettivi monosillabici, accentati e non, come re, blu, gnu e così via.
Il caso del colore blu si ripropone anche per altri colori di più sillabe, usati come sostantivi o aggettivi, come amaranto, lilla, rosa, viola, e così via. Non tutti i colori sono invariabili: rosso, marrone e arancione, per esempio, ammettono anche i plurali rossi, marroni e arancioni (e per gli aggettivi, la forma femminile).
Per quanto riguarda caffè, c’è una chicca: la parola non è nata in Italia, ma arriva dal turco kahve, che è dall'arabo qahwa, dove in origine indicava addirittura il vino, o più genericamente una «bevanda eccitante». Ha viaggiato dal Medio Oriente all'Europa insieme alla bevanda, e si è fermata da noi portandosi dietro il suo accento «straniero» sull'ultima sillaba.
E così arriviamo a un secondo gruppo di parole, quello dei nomi che finiscono in consonante. Come cambiare la vocale se una parola che non ha vocale in chiusura? Moltissime di queste parole sono forestierismi, cioè prestiti da altre lingue entrati in italiano senza adattarsi: sport, bar, film, computer, gas, autobus, tram. Come spiega l'Enciclopedia dell'Italiano Treccani, in questi casi il numero e il genere «vengono segnalati da elementi di accompagnamento» – l'articolo e l'aggettivo – così da evitare «terminazioni estranee al sistema morfologico italiano».
Parole associate, composte e che finiscono in -i, -a, -ie
Ci sono altri gruppi di parole, altrettanto quotidiani: il primo è quello delle parole che finiscono già in -i al singolare. Dato che la «-i» è proprio la desinenza che l'italiano userebbe per costruire tanti plurali, cambiarle non avrebbe senso. Ecco allora la crisi e le crisi, l'analisi e le analisi, la tesi e le tesi, l'oasi e le oasi, il brindisi e i brindisi (in gran parte parole di origine greca).
C’è poi il caso delle parole maschili che terminano in -a, soprattutto per quanto riguarda gli animali esotici, come i lama, i cobra, i gorilla, i cacatua, o parole come boia, sosia. La parola pigiama si può declinare al plurale in maniera invariata, ma anche con la variante pigiami. Per quanto riguarda le parole femminili, invece, restano invariati alcuni sostantivi che terminano in -ie, come serie, specie, intemperie, e gli aggettivi e sostantivi femminili in -i, come pari, dispari, ipotesi, analisi, nevrosi.
C'è poi il caso delle parole accorciate (accorciamenti o abbreviazioni). La foto è la fotografia, l'auto è l'automobile, la moto è la motocicletta, la bici è la bicicletta, il cinema è il cinematografo. Gli accorciamenti conservano normalmente il genere e il comportamento numerale della parola da cui derivano, ma hanno una forma propria: foto, auto, moto, bici restano quindi invariabili. Diciamo le foto anche se «fotografie» avrebbe un plurale regolare, perché nell'accorciarla abbiamo tagliato via proprio la parte che si sarebbe potuta declinare.
Per i nomi composti da due verbi, oppure da un verbo e da un nome femminile singolare, come posacenere, saliscendi, scioglilingua, o ancora, per aggettivi preceduti dal prefisso anti-, come anticellulite o antigelo, e aggettivi composti con secondo elemento -bene, -poco, -modo, ad es. perbene, ammodo, vale la stessa regola.
Il caso più discusso di tutti: euro
C'è una parola invariabile su cui in Italia si discute da oltre vent'anni: euro. Al plurale si dice euro o euri?
La risposta ufficiale, che riporta l'Accademia della Crusca, è netta: si dice euro, invariabile, e non è una questione di grammatica nostrana, bensì a stabilirlo è stata come riporta la Crusca una direttiva dell'Unione Europea del 1998, che ha fissato la forma invariabile per l'italiano, l'inglese e il tedesco. La logica era pratica e simbolica insieme: euro è, come è stato detto, «la prima parola di una lingua europea non nazionale». La scelta nasceva anche dall'idea che la moneta unica dovesse avere una denominazione comune nelle diverse lingue dell'Unione. La forma standard è quindi; la forma euri è documentata nell'uso, ma non è quella prevista dalla norma ufficiale.
Sul genere, cioè se euro sia femminile o maschile, ci sarebbe da fare un altro discorso. Inizialmente «si è accostata la parola euro agli altri vocaboli italiani terminanti in -o, attribuendole quindi il genere maschile». Tuttavia, già dai primi anni Duemila, sono attestati casi in cui il termine occorre al femminile: «per la nostra analisi, – dice la Crusca –, possiamo individuare due gruppi di usi: un primo gruppo in cui il femminile appare determinato da un’ellissi, ovvero dall’omissione di un termine come banconota, moneta (che spiega l’articolo singolare); un secondo in cui ci si riferisce alla somma (e dunque espressa con l’articolo plurale)».