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23 Agosto 2026
15:00

Le parole italiane che esistono solo al plurale: i nomi difettivi da ferie a nozze e dintorni

Perché diciamo "le nozze" e non "la nozza"? Etimologia e curiosità sui pluralia tantum (o nomi difettivi), che hanno soltanto, o quasi soltanto, la forma plurale.

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Le parole italiane che esistono solo al plurale: i nomi difettivi da ferie a nozze e dintorni
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Nozze, ferie, stoviglie, tenebre, dintorni: sono i cosiddetti pluralia tantum ("soltanto plurali"), o nomi difettivi, parole che in italiano si usano soltanto, o quasi unicamente, al plurale. Avete mai sentito qualcuno dire che la prossima settimana andrà “in feria”? Suonerebbe sbagliato. Nessuna regola lo vieta, ma queste parole al singolare non esistono o non vengono utilizzare: spesso sono parole nate già "al plurale” o che sono concepite al plurale secondo la funzione dell'oggetto.

Cosa sono i pluralia tantum

I pluralia tantum (letteralmente "soltanto plurali") sono quei vocaboli che si usano unicamente (o prevalentemente) al plurale: come spiega Treccani, la definizione in riferimento al latino, con parole come nuptiae (nozze), divitiae (ricchezze), tenebrae (tenebre) e per estensione viene oggi applicata anche all'italiano, con nozze come esempio-simbolo.

La grammatica preferisce però un nome che suona più severo: nomi difettivi, cioè "mancanti". In italiano esistono anche i verbi difettivi, cioè quelli a cui manca qualche voce, come ad esempio urgere. Allo stesso modo, anche alcuni sostantivi difettano di un numero.

Ci sono i difettivi del plurale, che esistono solo al singolare (singularia tantum), ad esempio nomi astratti come pazienza e coraggio. Ancora, sono difettivi del singolare i mesi dell’anno, le malattie (varicella, morbillo, malaria, salmonella). Ci sono i difettivi del singolare, cioè quelle parole "solo plurali" che hanno una percezione differente rispetto ai plurali classici: quando dico “i libri” penso a più di un libro, ma quando dico “le nozze” non sto immaginando una collezione di matrimoni. La forma quindi è plurale, ma il significato è “singolare”. È proprio questo scarto tra forma e sostanza a rendere queste parole delle piccole eccezioni logiche.

Non solo latino: le tre famiglie di parole "solo plurali"

I difettivi del singolare si dividono in tre grandi gruppi, ognuno con la sua logica:

  1. il primo è quello degli oggetti fatti di due o più parti uguali: pantaloni, calzoni, occhiali, redini, manette, etc. Qui il plurale ha una sua coerenza quasi geometrica: l'oggetto è doppio, con due gambe, due lenti, due lame che si incrociano. La lingua fotografa la forma della cosa;
  2. il secondo raccoglie i nomi collettivi che indicano una pluralità indistinta, un insieme che percepiamo come collettivo: dintorni, vicinanze, viscere, viveri, percosse. Non ha molto senso parlare di "una stoviglia" o di "un dintorno", perché la parola nasce proprio per abbracciare il gruppo;
  3. il terzo è il più letterario ed è il più interessante dal punto di vista storico: sono i nomi che erano già solo plurali in latino, che non hanno mai avuto un singolare, e che ci siamo portati dietro così. Qui troviamo nozze, tenebre, ma anche i fasti, gli annali, i posteri e i nomi delle antiche date romane: le idi, le calende, le none.

Alcuni di questi nomi in realtà hanno anche la forma singolare, che però appartiene a contesti particolari o dialettali: il commesso del negozio vi proporrà di provare un altro modello di “pantalone” e il collega potrebbe chiedervi di passargli “la forbice”.

Il linguista Luca Serianni, nella sua grammatica, è prudente proprio per questo: parla di nomi che "si adoperano quasi solo al plurale", con un "quasi" che pesa. Alcune forme singolari, un tempo impensabili, si stanno facendo strada nel parlato; altre, come "nozza", non sono per il momento utilizzate.

L’etimologia dei nomi difettivi: nozze, ferie, stoviglie

I pluralia tantum portano con sé una storia: alcuni sono nati dalla forma stessa degli oggetti (le due lame delle forbici), altri dal modo in cui percepiamo un insieme (le stoviglie in credenza), altri ancora sono arrivati intatti dal latino.

Nozze viene dal latino nuptiae, a sua volta legato al verbo nubĕre, "prendere marito". Facendo un passo indietro, nubĕre in origine significava probabilmente "velarsi", e ha la stessa radice di nubes, cioè "nube", "nuvola". Nell'antica Roma la sposa indossava un velo color fuoco (il flammeum, un drappo tra il rosso e l'arancione) che le copriva il capo durante la cerimonia. Sposarsi voleva dire, alla lettera, "coprirsi con un velo", come una nuvola che vela il sole. Dalla stessa radice arriva anche nubile, la donna "atta a essere coperta dal velo", cioè che può ancora sposarsi.

Ferie deriva dal latino feriae e nell'antica Roma indicava i giorni dedicati al culto degli dèi: giornate sacre in cui era nefas, proibito, esercitare il potere giudiziario o convocare i comizi. Le ferie erano insomma i giorni di festa religiosa, l'opposto del lavoro. Con il cristianesimo la parola ha cambiato rotta: per evitare i nomi dei giorni di origine pagana (dedicati a Marte, Mercurio, Giove…), la Chiesa iniziò a chiamare i giorni della settimana con un numero: feria secunda il lunedì, feria tertia il martedì, fino alla feria sexta, il venerdì. Da feria nel senso di "giorno della settimana" nasce l'aggettivo feriale, che per noi significa "lavorativo", cioè esattamente il contrario al significato da cui la parola era partita.

Treccani fa risalire stoviglie a un incrocio tra il latino medievale usitilia e usibilia, cioè "materiali d'uso", dal verbo uti, "usare". In pratica, l'insieme di piatti, bicchieri e tazze che riempie le nostre credenze si chiama così perché sono, semplicemente, "le cose che si usano". La parola descrive più la funzione pratica che la materia: infatti il suo singolare, una stoviglia, esiste sui dizionari, ma nella lingua reale non lo utilizza quasi nessuno.

Le parole che esistono solo al singolare

Come accennato sopra, esistono anche quei nomi che sono difettivi del plurale, cioè parole che vengono utilizzate esclusivamente (o quasi!) in forma singolare. Non sono poche e tra esse ci sono:

  • nomi astratti come la pazienza, il coraggio, la superbia: concetti che, per loro natura, non si "contano".
  • le cose uniche al mondo, di cui esiste un solo esemplare (l'Equatore, il nord, l'Oriente);
  • i nomi delle malattie (il morbillo, la malaria, il tifo);
  • i prodotti alimentari intesi come sostanza (il pane, il miele, il riso, il cioccolato);
  • i nomi collettivi ormai consolidati, che già da soli indicano un insieme (la gente, la prole, la roba);
  • gli elementi chimici e i metalli (l'idrogeno, l'uranio, il ferro);
  • i mesi dell'anno (aprile, maggio, giugno).

Anche in questo caso ci sono delle eccezioni, ad esempio i metalli al plurale si riferiscono a quegli oggetti fatti di quel materiale (gli ori della cattedrale, gli argenti di famiglia, i ferri del mestiere), i cibi si trasformano nelle loro varietà (i cioccolati del Belgio, i risi del Vercellese e del Pavese), e anche termini astratti come l'amore vengono usati al plurale per indicare, per esempio, gli amori di un personaggio famoso.

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