
Organizzare le Olimpiadi è da sempre considerato un grande prestigio: una città e un paese al centro del mondo per oltre due settimane, davanti a milioni, se non miliardi, di spettatori e con una copertura mediatica globale. Ma quando si scava sotto la superficie dello spettacolo e delle cerimonie, emerge una realtà molto più complessa: i Giochi Olimpici sono tra i progetti più rischiosi e costosi che una città o uno Stato possano intraprendere. Negli ultimi decenni, molti studi accademici hanno cercato di analizzare costi e benefici economici del “sogno olimpico”, tangibili e intangibili, e ciò che ne emerge è un pattern ricorrente che si è verificato nella quasi totalità dei casi negli ultimi 50 anni.
Il primo elemento che emerge chiaramente dalle analisi più robuste è che le Olimpiadi sono l’unico tipo di grande progetto che supera sempre, e di molto, il budget iniziale previsto in fase di assegnazione. Si parla di un superamento del budget di circa il 200% per le Olimpiadi estive, del 130% per quelle invernali. Nella totalità dei casi, dal 1960 ad oggi, il budget iniziale non è stato rispettato. In termini tecnici, i costi olimpici seguono un pattern di tipo “regression to the tail”, simile a quella di grandi catastrofi come terremoti o pandemie: ciò significa che un’edizione delle Olimpiadi può sforare il budget di moltissimo, e imprevedibilmente molto più di altre.
Esistono diverse ragioni strutturali per cui le Olimpiadi sono così difficili da gestire sotto il profilo economico. Innanzitutto, le stime di partenza vengono spesso costruite su numeri ottimistici o sottostimati per aumentare le probabilità di vincere la candidatura. Nel linguaggio della ricerca è definito “Blank Check Syndrome”: il budget non è mai un limite reale, bensì una promessa minima che finisce inevitabilmente ad essere superata. In secondo luogo, le Olimpiadi hanno una data di apertura fissa: non si possono spostare. Il CIO negozia il programma e sostiene l’organizzazione dell’evento ma non contribuisce economicamente alla maggior parte dei costi reali, come quelli legati alle infrastrutture, lasciando il peso alle casse pubbliche del Paese ospitante. Ciò rende impossibile ridurre la spesa quando i costi tendono ad aumentare, e impossibile dilazionare i lavori per cercare di contenere i costi.
Ci sono poi dei costi ingenti che non vengono quasi mai considerati inizialmente o non inclusi nei conteggi ufficiali, come i costi legati al debito e agli interessi accumulati o alla manutenzione delle opere. Si parla di cifre spesso enormi che rendono la spesa reale molto più alta di quella dichiarata.
I casi storici tra lezioni di economia e legacy
L’esempio più citato su come non si dovrebbero organizzare i Giochi è quello delle Olimpiadi estive di Montreal 1976. Il costo finale fu superiore del 720% rispetto alle stime iniziali, con un debito pagato dalle finanze pubbliche per decenni. I cittadini ricordano ancora la celebre frase del sindaco Jean Drapeau: “È più probabile che un uomo partorisca…”, riferendosi, in fase di assegnazione, alla probabilità che le Olimpiadi causassero un debito per la città. Il risultato fu un enorme debito e uno stadio incompleto per l’inaugurazione, ribattezzato da “The Big O”, per la sua forma circolare, a “The Big Owe”, cioè “il grande debito”.
Pochi anni dopo la tragedia economica canadese, che mise in seria crisi il Comitato Olimpico Internazionale e portò pochissime città a candidarsi per ospitare i Giochi successivi, arrivò uno dei casi più virtuosi a livello economico: quello di Los Angeles 1984. Pochi investimenti ex novo, uso massivo di impianti esistenti e un modello di finanziamento privato, senza intaccare le finanze pubbliche, che portò i Giochi a chiudere con un utile reale di circa 200 milioni di dollari. La città californiana era già dotata di infrastrutture sportive, alberghiere e di trasporto, e adottò un approccio molto conservativo, difficile da replicare.
Le Olimpiadi di Barcellona 1992 tornarono a far lievitare i costi organizzativi, ma sono spesso citate come esempio di legacy positiva: la trasformazione urbana del fronte spiaggia e l’ammodernamento delle infrastrutture portarono ad un boost turistico di lungo periodo, che portò la città spagnola a diventare una delle mete turistiche più visitate d’Europa.
Ci sono poi dei casi in cui le Olimpiadi sono state sfruttate dal paese ospitante come strumento di propaganda e potere più che come evento con un ritorno economico misurabile, senza preoccuparsi delle ingenti spese per le casse pubbliche. I casi più celebri e recenti sono quelli di Pechino, con le Olimpiadi estive del 2008 e invernali del 2022, e di Sochi, in Russia, con i Giochi invernali del 2014. In questi casi le cifre reali sono complicate da ricavare, ma le stime parlano di 51 miliardi di dollari per Sochi 2014 e di 45 miliardi di investimenti della Cina per Pechino 2008, cifre fuori portata per qualsiasi paese che poi debba rendere conto al proprio elettorato di questi investimenti.

Credits: Txllxt TxllxT via Wikimedia Commons
Milano Cortina 2026: caso virtuoso o disastro economico?
Quando nel 2019 l’Italia ottenne l’assegnazione dei Giochi invernali del 2026, il contesto globale era molto diverso da quello attuale. Non c’erano ancora la pandemia da Covid, le guerre in Ucraina e Medio Oriente, la crisi energetica, l’inflazione record e l’aumento dei tassi di interesse. Già solo considerando questi fattori, è facile capire come il budget iniziale presentato in fase di assegnazione sia pressoché impossibile da rispettare.
Il “progetto Milano Cortina” nasce sotto il segno della sobrietà: utilizzo di impianti esistenti, forte distribuzione territoriale, poche nuove costruzioni permanenti. Ma proprio questa frammentazione geografica comporta anche complessità logistiche, costi di coordinamento elevati e interrogativi sul reale utilizzo futuro delle infrastrutture. Ci troviamo quindi ad un banco di prova cruciale: se riuscirà a contenere i costi e a lasciare un’eredità sostenibile, l’Olimpiade italiana potrà diventare un modello. In caso contrario, rafforzerà ulteriormente lo scetticismo verso le grandi manifestazioni sportive.
Quali benefici tangibili esistono davvero?
La letteratura scientifica concorda su alcuni potenziali benefici, ma a condizioni molto precise: riguardo le infrastrutture a lungo termine, investimenti in trasporti, aeroporti e servizi pubblici possono lasciare un’eredità utile se progettati prima dell’impegno olimpico e non solo per i Giochi. Questa è una differenza sottile ma fondamentale rispetto a costruire strutture sportive ad hoc.
C’è poi la visibilità globale che possono ottenere le città migliorando la propria percezione internazionale, ma l’effetto non è automatico ed è difficile da calcolare nel lungo periodo, oltre ad essere influenzato da moltissimi fattori esterni. Tolto l’esempio più unico che raro di Barcellona, Londra con i Giochi del 2012 non ha ottenuto grossi benefici, in quanto meta turistica già largamente afferrmata a livello globale. Per Torino nel 2006 non è stato facile proporsi come meta turistica per i visitatori provenienti dall’estero, in un Paese come l’Italia che offre moltissime opportunità. Nel 1994 la piccola città norvegese di Lillehammer, che ospitò i Giochi invernali, non riuscì a ricavarne grossi benefici nel lungo periodo, trattandosi di un comune con meno di 30 mila abitanti.
Conviene ospitare le Olimpiadi?
Nonostante le ultime riforme volute dal CIO come l’attuale “Agenda 2020+5” per ridurre costi e incoraggiare l’uso di strutture esistenti, la tendenza all’aumento dei costi per organizzare i Giochi non sembra ancora intenzionata a fermarsi. I vantaggi tangibili come la creazione di nuove infrastrutture e la crescita del turismo esistono, ma raramente riescono a pareggiare o superare l’investimento iniziale, soprattutto a causa del sistematico superamento del budget iniziale.
Dal punto di vista puramente economico, quindi, nella quasi totalità dei casi non conviene ospitare le Olimpiadi. Ciò a cui gli organizzatori spesso si aggrappano per giustificare gli ingenti investimenti pubblici sono i benefici intangibili, come la percezione del paese all’estero, l’orgoglio nazionale nell’ospitare un evento così importante, la trasformazione urbana dei luoghi che ospitano gli eventi olimpici. Tuttavia questi benefici non sono sempre garantiti e sono complicati da quantificare. Milano Cortina 2026 deve essere valutata in questo contesto storico di rischio, considerando il superamento dei costi (ad oggi ancora impronosticabile) e le difficoltà nel prevedere benefici reali, considerando una visione a lungo termine delle eredità urbane, economiche e sociali delle tante città coinvolte nel grande evento.