
In italiano, l'uso degli anglicismi è ormai così diffuso da sembrare del tutto naturale, ma basta spostarsi di qualche centinaio di chilometri per notare il fenomeno opposto in Spagna, dove il computer diventa un ordenador, il mouse un ratón, i jeans dei vaqueros e persino l'hot-dog viene letteralmente tradotto come perrito caliente.
Linguisticamente, questo confronto indica due atteggiamenti opposti: la lingua italiana mostra una spiccata “passività” ed è nettamente meno conservatrice verso i termini stranieri, mentre lo spagnolo adotta una posizione protettiva e punta a preservare l'integrità del proprio lessico.
Ma quali sono le ragioni di questa profonda differenza tra due lingue così simili? La risposta più semplice viene dalla storia vissuta dai due Paesi europei, dove l'Impero spagnolo ha da sempre mostrato un atteggiamento più conservativo nei confronti delle influenze linguistiche straniere, mentre l'italiano è sempre stato meno rigido e più percettivo.
Passato e istituzioni linguistiche in Italia e Spagna
Per comprendere questa differenza occorre analizzare la sociolinguistica, la disciplina che studia i rapporti tra lingua e società, e la storia politica dei due Paesi.
Alcuni linguisti evidenziano che lo spagnolo è storicamente una lingua imperiale, al pari del francese e, chiaramente, dell’inglese. Complice la sua diffusione nei secoli scorsi in vasti territori d'oltreoceano a seguito delle espansioni coloniali, lo spagnolo ha "rischiato" per secoli di frammentarsi o "creolizzarsi", cioè trasformarsi in una lingua creola: un idioma stabile nato dal contatto di almeno due lingue diverse. Da qui nasce una secolare attenzione da parte della classe politica e intellettuale nei confronti dell'unità della lingua.
Tale attenzione è stata estremizzata durante il regime franchista (1939-1975), durante il quale la Spagna ha imposto il doppiaggio totale e la traduzione forzata di film e contenuti stranieri in lingua castigliana attraverso la Orden de la Defensa de la Lengua (ispirata a una legge analoga dell'Italia fascista del 1938) rendendo obbligatorio il doppiaggio in castigliano per qualsiasi pellicola straniera e proibendo la proiezione di film in lingua originale con sottotitoli. La censura statale modificava i dialoghi per adattarli all'ideologia del regime, un controllo che i sottotitoli non avrebbero permesso di nascondere. Decenni di doppiaggio sistematico hanno consolidato nei cittadini spagnoli la consuetudine di tradurre o adattare foneticamente qualsiasi termine straniero, creando una forte resistenza all'uso dei termini in lingua originale nel linguaggio di tutti i giorni.
L'italiano, al contrario, ha raggiunto l'unità nazionale soltanto nel 1861 e si è consolidato come lingua parlata quotidiana da tutta la popolazione in tempi relativamente recenti. L'eredità del fascismo, inoltre, ha generato la paura del purismo linguistico nel dopoguerra giocando un ruolo fondamentale nel trattare la questione della lingua con una sensibilità diversa rispetto al Paese iberico. Durante il Ventennio fascista, l'Italia applicò un'aspra lotta ai barbarismi imponendo divieti e tasse sulle parole straniere, e la memoria di tale imposizione autoritaria ha generato un forte rifiuto verso qualsiasi politica di tutela linguistica unitaria, vista forse con il timore di un ritorno a un purismo ideologizzato della lingua.
Infine, una differenza fondamentale risiede nella modalità con la quale i due maggiori organi di controllo linguistico in Italia e in Spagna operano. In Spagna esistono la Real Academia Española (RAE) insieme alla Fundéu (Fundación del Español Urgente), due istituzioni con un forte orientamento prescrittivo nei riguardi della lingua spagnola, vale a dire che stabiliscono regole e norme di correttezza, pronte a proporre e diffondere attivamente alternative in castigliano. In Italia non esiste una politica linguistica statale: l'Accademia della Crusca mantiene un atteggiamento descrittivo, osservando e registrando come la lingua cambia, e si limita a raccomandare o suggerire opzioni italiane, senza alcun potere vincolante.
Quali parole diventano prestiti?
Quando due lingue entrano in contatto, avviene uno scambio di parole definito prestito linguistico, e le modalità con cui questo viene accolto cambiano radicalmente distinguendosi in diverse categorie in base alla loro origine o funzione.
Molti prestiti sono accolti integralmente (non venendo adattati), si tratta cioè di una parola straniera importata esattamente nella sua forma originale. L'italiano preferisce quasi sempre questa via: i prestiti non adattati rappresentano circa il 98% degli anglicismi nei dizionari italiani. Quando un prestito viene adattato, invece, la parola straniera viene modificata secondo le regole grafiche e fonetiche della lingua d'arrivo.
Lo spagnolo fa largo uso di questi prestiti adattati, che toccano il 41%-48% del totale: i parlanti modificano la grafia e la pronuncia di parole come champú (da shampoo), bistec (da beefsteak, che però anche gli italiani adattarono con "bistecca") o esmoquin (da smoking).
Non è semplicemente l'aspetto superficiale a pesare sull'adattamento del prestito: lo spagnolo fa un uso massiccio del calco strutturale o di traduzione, un meccanismo in cui la struttura o il significato di una parola straniera viene ricreato usando materiale proprio. È così che nascono traduzioni ratón (mouse) o adattamenti di sigle internazionali come OTAN (NATO) ed EE.UU. (USA, lett. Estados Unidos, con doppia lettera per indicare il plurale).
Infine, c’è anche da sottolineare che spesso il prestito è utile per indicare un oggetto o un concetto del tutto nuovo che non esiste nella cultura d'arrivo (il referente), nella maggior parte dei casi riguardante nuovi trend o tecnologie, come airbag, bit o radar. In questo caso si parla di prestito di necessità, e va detto che una lingua vitale tende col tempo a creare proprie alternative tramite calchi o neologismi.
Quando un termine straniero viene adottato, pur avendo già a disposizione un perfetto corrispondente locale, per motivi legati a mode, prestigio o ricerca di brevità, si parla allora di prestiti di lusso, di cui l'italiano abusa volentieri: si pensi a leader/capo, weekend/fine settimana, okay/va bene o location/luogo, portando spesso alla progressiva sostituzione dei termini italiani tradizionali.
Altre lingue e casistiche
La tendenza spagnola a tradurre sotto spinta delle istituzioni normative e l’accoglienza dell'italiano al lessico straniero non è un caso isolato perché esistono altre lingue che si comportano similmente. Giusto per dare qualche esempio:
Il francese adotta un modello fortemente protezionista guidato dallo Stato e dall'Académie Française, attraverso leggi specifiche (come la Legge Toubon) che impongono l'uso del francese nei documenti ufficiali e nei media, creando termini ad hoc come ordinateur (computer) e courriel (e-mail). Un'altra lingua romanza che gestisce i prestiti similmente allo spagnolo è il portoghese, che tende ad adattare la componente grafica e fonetica dei prestiti (es. futebol per football, deletar per delete) o a ricorrere a traduzioni indigene (computador).
Il tedesco, d'altro canto, mostra un approccio pragmatico molto più ricettivo nei confronti dei prestiti, soprattutto di quelli derivanti dall'inglese (spesso integra i verbi inglesi nella propria coniugazione grammaticale, come downloaden o chatten), pur mantenendo viva la tendenza a comporre parole indigene parallelamente ai prestiti.
Se invece si guarda fuori dall'Europa, si noterà che la tendenza è dissimile.
Il cinese, avendo un sistema di scrittura logografico (basato su caratteri e non su un alfabeto fonetico), non può importare direttamente le lettere dell'alfabeto latino e deve quindi ricorrere quasi sempre al calco semantico (es. 電腦 diànnǎo, letteralmente "cervello elettrico", per indicare il computer) o a complessi adattamenti fonetici basati sui suoni dei caratteri.
Il giapponese, invece, utilizza un alfabeto sillabico creato appositamente per le parole straniere (Katakana). Ciò permette di importare una quantità enorme di anglicismi, adattandoli però in modo rigido alla struttura sillabica giapponese (es. konpiūtā per computer, basukettobōru per basketball). L’arabo si basa su un sistema di radici consonantiche: le Accademie della lingua araba prediligono la traduzione o l'estensione semantica di radici tradizionali (es. hāsūb per computer, derivato dalla radice del calcolo), anche se nel parlato informale penetrano diversi prestiti diretti.
Ormai in un mondo globalizzato ogni lingua ha, in qualche modo, la possibilità di influenzare le altre trasmettendo i propri termini e concetti. Tale trasmissione è inevitabile se si è costantemente connessi da ogni parte del mondo. Di conseguenza, ogni lingua e ogni paese sceglieranno il proprio modo per confrontarsi con essa: c'è chi erige entità istituzionali per assimilare il termine straniero ai propri suoni o chi, come l'italiano (che forse per alcuni risulta un po' pigro, diciamolo), apre le porte al prestito diretto mantenendo la forma originale, "senza troppi giri di parole".