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30 Marzo 2026
12:00

Perché il prezzo dell’oro sta scendendo con la guerra in Iran dopo l’aumento più lungo degli ultimi anni

In una settimana il valore dell'oro è sceso del 15%. In una mattina, il 10%. Eppure, fino a pochi mesi fa era il bene rifugio per eccellenza. Cosa è cambiato?

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Perché il prezzo dell’oro sta scendendo con la guerra in Iran dopo l’aumento più lungo degli ultimi anni
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È risaputo che l’oro è il bene rifugio per eccellenza. Quando gli eventi internazionali peggiorano il prezzo del metallo prezioso sale. Nel 2025 l'oro è cresciuto di quasi il 70%. Un incremento che ha polverizzato record storici uno dopo l'altro, fino a spingere il prezzo intorno ai 5.600 dollari l'oncia a inizio 2026. A guidare la corsa: l'instabilità geopolitica, l'inflazione persistente, la sfiducia crescente nei confronti del sistema finanziario tradizionale.

Nella mattina del 23 marzo 2026, però, il prezzo dell'oro è sceso del 10,6% in poche ore toccando i 4.152 dollari l'oncia — il livello più basso degli ultimi quattro mesi. È la quarta settimana consecutiva di ribassi, con una perdita mensile vicina al 20%. Ma perché accade?

Perché il prezzo dell’oro scende proprio adesso

L'escalation militare in Medio Oriente, anziché sostenere le quotazioni come ci si aspetterebbe, sta facendo l'effetto opposto. Daniel Marburger, ceo di StoneX Bullion ascoltato da Milano Finanza, individua tre meccanismi in gioco.

Il primo riguarda il petrolio. Il conflitto ha bloccato lo stretto di Hormuz, uno dei passaggi obbligati per il trasporto di greggio nel mondo: meno offerta significa prezzi più alti. I mercati lo leggono come una minaccia inflazionistica, cioè un aumento generalizzato dei prezzi che erode il potere d'acquisto di famiglie e imprese. Questo cambia le aspettative sulla Federal Reserve (Fed), la banca centrale degli Stati Uniti che decide il costo del denaro per l'intero sistema finanziario: quando l'inflazione sale, la Fed alza i tassi di interesse per frenare la spesa e raffreddare i prezzi. Tassi più alti rendono però meno attraente un asset come l'oro, che non genera rendimenti.

Il secondo fattore è il dollaro. Quando i mercati si aspettano tassi alti negli Stati Uniti, i capitali si spostano verso i titoli di Stato americani, che diventano più redditizi. La domanda di dollari aumenta, la valuta si rafforza. E quando il dollaro si apprezza, il prezzo dell'oro — denominato in dollari — tende a scendere: costa di più per chi compra in altre valute, quindi la domanda cala. Va aggiunto che gli Stati Uniti sono grandi produttori di petrolio e gas: il rincaro dei combustibili fossili rafforza ulteriormente la loro posizione, e con essa la valuta.

Il terzo è più tecnico, ma non meno importante. In momenti di forte tensione, i grandi operatori istituzionali hanno bisogno di liquidità immediata. L'oro è uno degli asset più facili da vendere in fretta. Non è che abbia perso valore intrinseco: serve cassa, e il lingotto è il modo più rapido per ottenerla.

Come una vendita ne genera un'altra

È in questo quadro che si innesca la spirale. Dopo il picco di fine gennaio, quando molti investitori hanno incassato i guadagni accumulati nei mesi precedenti, il prezzo ha iniziato a scendere. A quel punto sono scattati i meccanismi di stop-loss: ordini automatici di vendita programmati per attivarsi quando il prezzo scende sotto una certa soglia. Più il prezzo cala, più ordini si attivano, più il prezzo cala ancora.

A questo si aggiungono i deflussi dagli ETF legati all'oro — fondi che replicano il prezzo del metallo e che, quando gli investitori escono, sono costretti a vendere le proprie riserve. Anche questo contribuisce a spingere le quotazioni verso il basso. Non è un crollo strutturale, avvertono gli analisti: è una fase di forte volatilità, alimentata da meccanismi automatici che si rincorrono.

Il nodo dell'inflazione che potrebbe invertire la discesa

C'è però una variabile che potrebbe ribaltare lo scenario. Se la guerra in Iran dovesse alimentare un'inflazione persistente attraverso i prezzi dell'energia, le banche centrali si troverebbero in una posizione difficile: tassi alti per contenere i prezzi, ma economia già sotto pressione. In uno scenario del genere, i tassi reali — cioè la differenza tra tassi nominali e inflazione effettiva — potrebbero scendere. E quando i tassi reali calano, l'oro tende a recuperare terreno. Non è un paradosso: è la logica con cui funziona questo mercato da decenni.

Anche altri metalli preziosi scendono di prezzo

Il crollo non riguarda solo il lingotto. L'argento, che nel 2025 aveva guadagnato quasi il 150%, perde oltre l'8% sul mercato spot e più dell'11% sui contratti future (ovvero accordi e regolamenti che obbligano a vendere un bene ad un determinato prezzo con consegna ad una data futura). Il platino, salito del 125% l'anno scorso, cede oltre il 10%. Il palladio perde quasi il 7%.

Sono tutti metalli reduci da un anno eccezionale. La correzione, in parte, era attesa. La velocità con cui è arrivata, un po' meno.

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