
La Casa Bianca di Donald Trump non ha fatto mistero del fatto che l'obiettivo principale del recente attacco al Venezuela è il controllo delle risorse petrolifere del Paese sudamericano, che sono le più abbondanti al mondo con circa 300 miliardi di barili. A questo proposito, l'amministrazione USA ha dichiarato che il Venezuela consegnerà dai 30 ai 50 milioni di barili di petrolio al governo americano. La questione del petrolio venezuelano, però, è molto più complessa di quanto possa sembrare a prima vista, coinvolgendo fattori geologici e geopolitici per cui in realtà queste riserve sono più sulla carta che nella pratica: la materia prima c'è, ma l'esodo delle compagnie petrolifere estere dopo la nuova nazionalizzazione voluta dall'allora presidente venezuelano Hugo Chávez ha causato una netta diminuzione della produzione. Parte del piano USA sarebbe proprio aumentare la produzione petrolifera del Venezuela in modo da poterne beneficiare economicamente.
Perché il Venezuela è così ricco di petrolio
Il Venezuela si trova in un contesto tettonico in cui la placca caraibica, scontrandosi con la placca sudamericana, ha creato una catena montuosa che ha permesso la formazione di un sistema petrolifero. Tra i 120 e i 90 milioni di anni fa, gran parte del nord del Paese era coperta da mari caldi e poco profondi, ricchi di plancton e altri organismi accumulatisi sul fondale formando strati di sedimenti con abbondante materia organica che con i milioni di anni si è trasformata in idrocarburi e quindi petrolio. La tettonica ha fatto il resto: l'interazione tra le due placche ha creato anticlinali (possiamo intenderli come pieghe nella crosta terrestre) in grado di accumulare in rocce porose il petrolio formatosi e intrappolarlo in un confine di rocce impermeabili.
Dove si trova il petrolio in Venezuela e cosa significa “pesante”
In Venezuela ci sono principalmente due grandi aree petrolifere: il Bacino di Maracaibo, a ovest del Paese, con giacimenti profondi (anche a 5000 metri di profondità) di petrolio leggero. A est invece c’è la Fascia dell’Orinoco, un’enorme distesa lunga centinaia di chilometri che ospita quantità colossali di petrolio a profondità relativamente bassa, stavolta extra-pesante.
Leggero e pesante indicano la densità e viscosità del petrolio. A differenza del Medio Oriente, il Venezuela è ricco di petrolio pesante: denso, viscoso, ricco di zolfo e di impurità. Questo perché l'interazione con acqua e batteri ha ridotto le frazioni più leggere del greggio, lasciando una miscela più pesante.
Proprio perché è denso e viscoso, il petrolio pesante è molto più difficile da estrarre, anche se si trova a profondità più basse: bisogna ricorrere a iniezioni di vapore ad alta pressione o a solventi che fluidifichino il greggio in modo da poterlo estrare più facilmente. Serve molta energia e manutenzione. Per questo motivo la fascia dell'Orinoco ha un recovery factor molto basso, cioè la percentuale di petrolio che si riesce a recuperare: parliamo del 3-5%.
Storia dell'industria petrolifera venezuelana e la “rottura” del 2007
Dai primi decenni del Novecento il Venezuela vede una grande attività estrattiva soprattutto nel Bacino del Maracaibo, dove il petrolio è leggero. La produzione cresce nei decenni anche grazie all'inervento di varie compagnie petrolifere straniere che operavano nel Paese. Negli anni '70 si producono oltre 3,5 milioni di barili al giorno; nel 1975 nasce la PDVSA (Petróleos de Venezuela, S.A.), la compagnia petrolifera statale venezuelana, che diventa una delle più prestigiose al mondo grazie alle sue competenze e alle sue risorse tecnologiche.
L'anno di rottura è il 2007, in cui l'allora presidente del Venezuela Hugo Chávez nazionalizza completamente la produzione petrolifera nella ricchissima Fascia dell'Orinoco, dove operavano compagnie straniere. Con l'operazione Plena Soberanía Petrolera (“piena sovranità petrolifera”), Chávez mette le compagnie occidentali di fronte a un ultimatum: diventare soci di minoranza oppure abbandonare l'attività estrattiva. Senza le competenze operative, le tecnologie e i capitali delle compagnie straniere, la PDVSA non sarebbe infatti stata in grado di gestire da sola la complessa e costosa estrazione del petrolio extra-pesante nella Fascia dell'Orinoco. Chávez decide così che è concessa l'operatività delle joint venture nel territorio, ma la PDVSA avrebbe avuto almeno il 60% delle quote e il controllo operativo dell'attività di estrazione.
Alcune compagnie, come ExxonMobil e ConocoPhillips, rifiutano l'accordo e fanno causa al Venezuela per esproprio illegale. Altre compagnie (Chevron, Repsol, Eni, Total, Statoil e BP) accettano, ma diminuiscono di molto le attività e riducono drasticamente gli investimenti.
Dal punto di vista simbolico e politico, questa è una vittoria per il Venezuela. Ma dal punto di vista tecnico e industriale, col senno di poi, è l’inizio di un declino strutturale.
Alla PDVSA mancano infatti le competenze sull'estrazione di petrolio extra-pesante acquisite nei decenni da Exxon e Conoco. Allo stesso tempo, le compagnie rimaste smettono di investire capitali perché la fiducia nel quadro politico e contrattuale è ormai compromessa.
Il risultato è che la manutenzione cala, gli impianti si degradano e la produzione inizia lentamente ma inesorabilmente a crollare. Dai circa tre milioni di barili al giorno di quegli anni si scende, nel tempo, a meno di un milione. Senza un sistema industriale solido, senza una filiera che funzioni dall’inizio alla fine, anche la più grande riserva del pianeta resta solo un potenziale inespresso.
Cosa serve per aumentare la produzione del Venezuela
Detto ciò, arriviamo ad oggi, con Trump che mette le mani sul Venezuela. A questo punto, cosa succederà? Le big americane torneranno? Se lo faranno, sarà probabilmente con gli interessi.
Il problema è che per aumentare la produzione di petrolio dalla zona dell’Orinoco bisogna investire tanto, in tecnologie, infrastrutture moderne, know how, personale altamente specializzato. Secondo gli autori di un report redatto nel 2021, dal titolo “Il futuro dell’industria petrolifera del Venezuela”, per riportare in funzione il potenziale produttivo del petrolio venezuelano servirebbero investimenti complessivi di decine di miliardi di dollari, distribuiti in due fasi principali.
Nella prima fase sarebbe necessario investire tra i 7 e i 9 miliardi di dollari nell’arco di 2–3 anni per riportare la produzione ai livelli precedenti al 2017, cioè circa 2 milioni di barili al giorno. La seconda fase, successiva al recupero iniziale, richiederebbe invece 20 miliardi di dollari all’anno per altri 2–3 anni. Si tratterebbe di investimenti destinati soprattutto allo sviluppo di giacimenti offshore e di progetti onshore sottosviluppati, che impiegherebbero 4–5 anni prima di tradursi in nuova produzione effettiva.
Sempre secondo il report, se questi investimenti venissero effettuati in modo adeguato e continuativo, il Venezuela potrebbe arrivare a sostenere una produzione di circa 2,5 milioni di barili al giorno per i prossimi 20–30 anni.