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7 Gennaio 2026
7:00

Quasi tutti sbagliamo a usare il “piuttosto che”: come si usa e cosa significa

L’uso di “piuttosto che” con il significato di “oppure”, inizialmente limitato, si è poi trasformato in un fenomeno sociolinguistico ampiamente diffuso. Formalmente, però, resta un errore grammaticale.

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Quasi tutti sbagliamo a usare il “piuttosto che”: come si usa e cosa significa
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Negli ultimi anni si sente sempre più spesso utilizzare la locuzione «piuttosto che» con valore disgiuntivo, in sostituzione di "o" o "oppure". Questo utilizzo della locuzione per fare un esempio "possiamo mangiare la pizza piuttosto che il sushi" – però, è un errore sempre più diffuso, anche grazie al suo diffuso uso in TV e nei giornali. Il "piuttosto che", infatti, è una locuzione congiuntiva con valore avversativo: si usa come "anziché" e "invece di" per esprimere un contrasto o un'opposizione logica, la preferenza di un elemento rispetto all'altro ("meglio A anziché B"). Per capirci:

Dammi una mano piuttosto che startene lì in panciolle" (si potrebbe anche dire: dammi una mano anziché startene lì in panciolle Preferirei andare in vacanza in montagna piuttosto che al mare.

L'errore sta, come abbiamo detto in apertura, nell'utilizzare questa locuzione con valore disgiuntivo (con significato "o"), perché come riporta l'Accademia della Crusca "può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione e compromettere la funzione fondamentale del linguaggio". Ad esempio: Nella frase "Stasera potremmo andare al cinema piuttosto che a teatro" l'affermazione nell'uso del "piuttosto che" con valore disgiuntivo può creare fraintendimenti. Chi ha pronunciato la frase intende che si potrebbe andare "al cinema anzicché al teatro" (valore avversativo) oppure che si tratta di due alternative ugualmente valide ("al cinema o al teatro" con valore disgiuntivo). Secondo quanto riportato nel testo dell’Accademia della Crusca, l’uso di "piuttosto che" con valore disgiuntivo ha origine settentrionale e non nasce nel parlato popolare, ma in ambienti sociali medio-alti, probabilmente con una sfumatura di snobismo linguistico. Di frequente infatti termini e locuzioni che i parlanti percepiscono come "più colti" vengono utilizzati più di frequente anche con usi impropri, come in questo caso. Il fenomeno risulta attestato già nei primi anni Ottanta tra i giovani torinesi e si è poi diffuso su scala nazionale a partire dalla metà degli anni Novanta, soprattutto grazie alla forte esposizione mediatica. In particolare, televisione, radio, giornalismo e pubblicità hanno avuto un ruolo determinante nel propagare questo uso, che dalla ribalta dei media è passato rapidamente alla lingua d'uso scritta e parlata, infiltrandosi progressivamente anche in contesti formali e scolastici.

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Veronica Miglio
Storyteller
Innamorata delle parole sin da bambina, ho scelto il corso di lingue straniere per poter parlare quante più lingue possibili, e ho dato sfogo alla mia vena loquace grazie alla radio universitaria. Amo raccontare curiosità randomiche, la storia, l’entomologia e la musica, soprattutto grunge e anni ‘60. Vivo di corsa ma trovo sempre il tempo per scattare una fotografia!
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