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16 Marzo 2026
17:15

Shock energetico 2026, il più grande della storia per l’IEA: quanto costerà all’Italia la guerra in Iran

L'IEA l’ha definita più grave di quella del 1973. Eppure l'economia globale regge meglio. Ecco perché, e cosa rischia l'Italia.

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Shock energetico 2026, il più grande della storia per l’IEA: quanto costerà all’Italia la guerra in Iran
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A seguito dell'attacco di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, la risposta di Teheran è arrivata quasi subito, tra missili contro le basi americane in Medio Oriente e la chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz, il corridoio marino da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. L'Agenzia Internazionale per l'Energia ha definito quello che ne è seguito la più grande interruzione dell'offerta petrolifera nella storia del mercato globale — eppure i mercati, almeno finora, reggono meglio di quanto i numeri farebbero pensare. Capire perché è il modo più utile per misurare davvero la gravità di questa crisi. Che è la settima in settant'anni: la Crisi di Suez del 1956, la Guerra dei Sei Giorni del 1967, la Guerra del Kippur del 1973, la Rivoluzione islamica iraniana del 1978-79, la Guerra del Golfo del 1990-91, l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022. E ora il conflitto in Iran. Ogni volta, al centro c'è il petrolio.

Prezzi del petrolio e gas dopo la guerra in Iran: i dati aggiornati dell’EIA

Nei giorni successivi all'attacco, il prezzo del petrolio Brent è salito da circa 70 dollari al barile fino a sfiorare i 120 dollari, per poi ritracciare intorno ai 92-100 dollari. Un aumento di circa il 50% rispetto all'inizio del 2026, secondo i dati dell'EIA aggiornati al 9 marzo.

Il gas europeo ha reagito in modo ancora più brusco. Il TTF, il prezzo di riferimento europeo, ha superato i 60 euro per megawattora con un rialzo intorno al 40-50%, spinto anche dalla sospensione delle esportazioni dal principale impianto GNL del Qatar. Alla pompa, benzina e diesel in Europa sono aumentati rispettivamente del 22% e del 32% in due settimane.

Perché l'IEA parla della crisi più grave della storia

Nel suo Oil Market Report di marzo 2026, l'Agenzia Internazionale per l'Energia non ha usato mezze misure: la guerra in Medio Oriente sta creando la più grande interruzione dell'offerta nella storia del mercato petrolifero globale. I flussi attraverso lo Stretto di Hormuz sono crollati da circa 20 milioni di barili al giorno a un rivolo. I paesi del Golfo hanno tagliato la produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno. L'offerta globale è prevista in calo di 8 milioni di barili al giorno solo nel mese di marzo.

Il termine di paragone aiuta a capire la scala del problema. L'embargo arabo del 1973, considerato fino a oggi il benchmark degli shock petroliferi, aveva rimosso circa 5 milioni di barili al giorno dal mercato. La crisi attuale è il doppio di quello shock, e si è materializzata in giorni, non in mesi. Diesel, carburante per aerei e GPL sono i prodotti più colpiti, perché le alternative per compensare quei volumi sono limitate e richiedono tempo.

Il problema non è solo la quantità di petrolio sottratta al mercato, ma anche dove si trova la capacità produttiva inutilizzata che potrebbe compensarla. La cosiddetta spare capacity globale è stimata al 2,5% della produzione mondiale, sotto la soglia del 3% considerata il livello minimo di sicurezza. E la maggior parte di quella capacità è concentrata nei paesi del Golfo — Arabia Saudita, Emirati, Kuwait — che per esportarla devono passare proprio da Hormuz. Finché lo Stretto è bloccato, quella riserva è di fatto inaccessibile.

Perché i mercati reggono meglio degli anni Settanta

Con numeri di questo tipo, viene spontaneo chiedersi perché l'impatto economico globale sia finora meno devastante di quanto accadde nelle crisi degli anni Settanta, quando i prezzi triplicarono e in molti paesi scattarono i razionamenti alla pompa. Tre ragioni principali spiegano la differenza.

La prima è la risposta istituzionale. L'11 marzo i 32 paesi membri dell'IEA hanno concordato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche: la più grande operazione coordinata nella storia dell'agenzia, nata proprio all'indomani della crisi del 1973 per gestire situazioni esattamente di questo tipo. Negli anni Settanta quello strumento non esisteva, e i governi si trovarono a inseguire gli eventi senza reti di sicurezza. Oggi le riserve strategiche mondiali ammontano a circa 1,2 miliardi di barili, abbastanza da coprire diversi mesi di interruzione parziale. I mercati lo sanno, e questo riduce la componente di panico che in passato amplificava gli shock reali.

La seconda ragione è la diversificazione dell'offerta. Negli ultimi vent'anni gli Stati Uniti hanno trasformato il mercato con la produzione di shale oil: secondo i dati IEA, la crescita americana tra il 2008 e il 2025 ha coperto circa il 70% dell'espansione dell'offerta globale. Quella produzione non dipende da Hormuz, non è esposta alle tensioni del Golfo e, con i prezzi ai livelli attuali, ha tutti gli incentivi per accelerare. I tempi non sono immediati — mesi, non giorni — ma la prospettiva esiste e i mercati la scontano.

La terza è l'efficienza energetica. Secondo un'analisi del CSIS (Center for strategic and international studies), l'intensità energetica del PIL globale è calata di circa il 36% nei 25 anni fino al 2024: l'economia mondiale consuma meno petrolio per produrre la stessa ricchezza rispetto agli anni Settanta. Questo non elimina la dipendenza dagli idrocarburi, ma la attenua, rendendo ogni shock un po' meno trasmissibile all'economia reale rispetto al passato.

Guerra in Iran e bollette in Italia: quanto ci costerà nel 2026

L'Italia non importa petrolio direttamente dall'Iran, ma questo non la mette al riparo. Il prezzo del gas in Europa si forma ad Amsterdam, sul mercato TTF, e uno shock che colpisce un quinto dell'offerta mondiale si trasmette a tutti i paesi europei indipendentemente da dove acquistino fisicamente il gas. Lo stesso meccanismo era già emerso nel 2022 con il gas russo.

Secondo la CGIA di Mestre, la guerra in Iran rischia di costare alle imprese italiane quasi 10 miliardi di euro in più nel 2026: 7,2 miliardi sui costi dell'elettricità e 2,6 miliardi sul gas, per un aumento complessivo del 13,5% rispetto al 2025. Secondo un'analisi di Oxford Economics citata dal Financial Times, tra le economie avanzate l'Italia è quella più esposta: l'inflazione potrebbe superare il 3% entro la fine dell'anno, oltre un punto percentuale in più rispetto alle previsioni pre-conflitto.

Rinnovabili e crisi energetica: perché non hanno attutito lo shock

La crisi ha messo in evidenza un limite strutturale che i dati già mostravano ma che gli shock rendono plasticamente visibile. Le fonti rinnovabili non hanno potuto attenuare il colpo perché coprono principalmente la generazione elettrica, che rappresenta circa un quinto dei consumi energetici totali. Gli altri quattro quinti dipendono ancora da petrolio e gas. La crescita delle rinnovabili degli ultimi anni è stata additiva, non sostitutiva: si è aggiunta alle fossili senza scalzarle nel bilancio energetico complessivo.

Questo non significa che la transizione sia inutile. Significa che, allo stato attuale, uno shock sull'offerta di idrocarburi continua a trasmettere i suoi effetti sull'intera economia con la stessa velocità e intensità delle crisi precedenti. Sette in settant'anni, con una cadenza quasi decennale, suggeriscono che la prossima è probabile. La domanda è se entro allora il sistema energetico sarà abbastanza cambiato da assorbirla in modo diverso.

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