
Dopo che un drone ha colpito la base militare italiana di Erbil, in Iraq, ci sta chiedendo quale sia la posizione del Governo Italiano in merito alla guerra in Iran: durante il loro intervento in Parlamento, sia il ministro della Difesa Guido Crosetto che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno evidenziato che l'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran è avvenuto «al di fuori del diritto internazionale».
Nel frattempo, la premier ha sottolineato più volte che «l'Italia non è in guerra e non ha alcuna intenzione di entrarci». Un intervento armato di tipo offensivo, infatti, sarebbe anche contrario a quanto previsto dall'articolo 11 della Costituzione Italiana, che stabilisce che:
Allo stesso modo, la nostra Costituzione proibirebbe l'utilizzo delle basi militari americane presenti sul territorio italiano per lanciare attacchi contro l'Iran, un tema ampiamente discusso anche in passato: non a caso, esiste già una relazione del Servizio Affari Internazionali del Senato della Repubblica, che tratta nel dettaglio la gestione delle basi americane sul territorio italiano, i fondamenti giuridici della loro istituzione e le attività consentite nel pieno rispetto dell'articolo 11.
L'articolo 11 della Costituzione e il divieto di aggressione
Come accennato, l'utilizzo delle basi militari americane in Italia per lanciare attacchi contro l'Iran sarebbe in contrasto con l’art. 11 della Costituzione, che stabilisce che «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» e, proprio a tal proposito, consente allo Stato Italiano di entrare a far parte di organizzazioni internazionali che abbiano scopo difensivo.
La NATO, ad esempio, è un’alleanza militare di mutua difesa e, di conseguenza, non è in contrasto con l’articolo 11: tuttavia, le basi americane non devono essere considerate in maniera isolata e, quindi, non potrebbero essere utilizzate per scopi contrari al diritto internazionale.
Proprio per questo, uno Stato membro della NATO può impedire l'uso delle basi militari nel suo territorio se ritiene che la missione NATO sia contraria al diritto internazionale. Le basi americane, infatti, non hanno uno status completamente indipendente dall'Alleanza Atlantica, ma sono state create per assolvere ad alcuni compiti dell'organizzazione.
Che cosa significa tutto questo? Significa che, almeno in linea teorica, il Patto Atlantico (che istituì la NATO) e la Costituzione Italiana non prevedono la possibilità di utilizzare le basi militari americane per operazioni di guerra di tipo offensivo.
Se poi gli USA volessero comunque utilizzare le basi militari in Italia per scopi non difensivi, dovrebbero prima farne richiesta al Governo italiano – come confermato anche dalla premier Giorgia Meloni – che potrebbe scegliere eventualmente di consultarsi con il Parlamento per valutare una possibile incostituzionalità dell'operazione, proprio in base all'articolo 11 della Costituzione.
Al momento, comunque, il Governo Meloni ha confermato che gli USA non hanno presentato alcuna richiesta per l'utilizzo delle basi militari in Italia.
Le basi militari USA in Italia restano territorio italiano
Tra l'altro, come sottolinea anche la relazione del Senato, va specificato che il territorio su cui sorge una base militare non è considerato come territorio estero, ma è territorio italiano. Questo significa che la creazione della base non implica alcuna cessione di sovranità territoriale e che le basi militari sono installazioni italiane concesse in uso alla NATO o agli Stati Uniti.
Allo stesso modo, anche la base militare di Erbil, in Iraq non è considerata territorio nazionale italiano, dato che la sovranità resta dello Stato ospitante, ossia l'Iraq.

Ma perché in Italia sono state istituite delle basi militari USA? Il Trattato NATO non contiene precise disposizioni per quanto riguarda le basi militari, che quindi devono essere regolate da accordi bilaterali, ovvero tra due Paesi.
Nel caso delle basi americane in Italia, il trattato fondamentale è l’Accordo bilaterale sulle infrastrutture (BIA), stipulato tra Italia e Stati Uniti il 20 ottobre 1954, anche noto come “Accordo ombrello”, che, tra le altre cose, stabilisce il tetto massimo di truppe americane che possono stazionare sul suolo italiano e contiene degli annessi tecnici che delineano i compiti di ogni singola base.
Ma c'è anche un altro accordo che regola l’uso delle basi in Italia, ovvero il Memorandum d’Intesa del 1995 tra il Ministero della Difesa della Repubblica italiana e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America (il cosiddetto Shell Agreement) che, tra l'altro, nacque come trattato segreto e fu reso pubblico dal governo italiano solo nel 1998, dopo la tragedia della funivia del Cermis.
La presenza delle forze armate dei Paesi NATO è invece regolata dalla Convenzione di Londra del 1951, (anche nota come NATO SOFA) che disciplina lo status giuridico del personale militare degli Stati membri dell'Alleanza Atlantica presenti nel territorio di un altro Stato parte.
Chi decide se utilizzare le basi militari in caso di conflitto armato
Sulla base di questi accordi, quindi, chi decide se utilizzare le basi militari per prendere parte a un conflitto armato? Essendo queste ultime parte del territorio italiano, la risposta sarebbe, almeno in linea teorica, l'Italia.
Una base militare – che sia NATO o americana – dovrebbe essere usata solo per scopi strettamente difensivi, cioè nel caso in cui l’Italia o un altro membro dell’Alleanza sia oggetto di un attacco armato.
Il problema è che, storicamente, gli Stati Uniti hanno adottato interpretazioni estensive degli accordi bilaterali per utilizzare le basi come snodi logistici di operazioni non strettamente difensive, approfittando di questi avamposti militari all'estero per sopperire alla distanza geografica da aree strategiche, come il Medio Oriente.
Insomma, un uso delle basi militari per fini diversi da quelli stabiliti dal Trattato dovrebbe prima essere autorizzato dal Paese ospitante e, quindi, dall'Italia. Nella prassi, però, questo principio è stato spesso smentito: nel corso di quasi 80 anni, infatti, il concetto di sicurezza si è ampliato e la NATO ha di fatto intrapreso una serie di missioni che vanno ben oltre la nozione di legittima difesa contro un attacco armato.
Un precedente molto simile a quello che sta succedendo in queste settimane è avvenuto durante l'invasione USA dell'Iraq, nel 2003: in quell'occasione, infatti, l'Italia concesse l'uso limitato – essendosi dichiarata non belligerante – della base militare di caserma Ederle, vicino a Vicenza, che fu utilizzata per la partenza di alcuni militari americani verso l'Iraq.