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25 Marzo 2026
17:30

Il sottomarino sovietico Komsomolets affondato nel 1989 rilascia materiale radioattivo in mare: lo studio

Nonostante la corrosione del reattore rilasci radionuclidi come stronzio e cesio, la rapida diluizione nell'acqua mantiene livelli di concentrazione molto bassi. Un nuovo studio del 2026 ha analizzato il relitto del sottomarino nucleare K-278 Komsomolets, affondato 37 anni fa nel Mar di Norvegia.

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Il sottomarino sovietico Komsomolets affondato nel 1989 rilascia materiale radioattivo in mare: lo studio
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Immagine a scopo illustrativo generata con IA.

Trentasette anni fa il sottomarino nucleare sovietico Komsomolets affondò nel Mare di Norvegia durante la Guerra Fredda a causa di un incendio. Per quale motivo si è tornati a parlare di questo mezzo militare nel 2026? La risposta ha a che fare con il continuo rilascio di materiale radioattivo ancora presente a bordo, al centro di studi e dibattiti in merito al suo potenziale impatto sull'ambiente. Nello specifico, proprio pochi giorni fa è stata pubblicata una nuova ricerca chiamata Status of the sunken nuclear submarine Komsomolets in the Norwegian Sea il cui obiettivo è proprio quello di fornire una fotografia quanto più accurata possibile della situazione in questo momento. Il primo passo per capire a fondo questa storia è vedere rapidamente com'è fatto questo mezzo e – soprattutto – come è stato affondato nel 1989.

L’affondamento del K-278 Komsomolets 37 anni fa nel Mare di Norvegia

Varato nel 1983, il K-278 Komsomolets era un sottomarino d'attacco a propulsione nucleare. Misurava 117,5 metri di lunghezza per 10,7 di larghezza e poteva operare a una profondità massima di 1,25 km. La propulsione del mezzo era garantita da un reattore nucleare ad acqua pressurizzata da 190 MW che permetteva di raggiungere una velocità massima di 14 nodi in superficie e di circa 30 in immersione. Per quanto riguarda l'armamento, erano presenti sei tubi lanciasiluri in grado di lanciare missili e siluri standard, antinave e da crociera – inclusi quelli con testata nucleare, presenti a bordo proprio nel giorno del disastro.

Infine era presente una capsula di salvataggio per l'evacuazione in caso di emergenza: questa verrà utilizzata il 7 aprile 1989. Quel giorno infatti si verificò un incendio a bordo mentre il mezzo si trovava a circa 335 metri di profondità nel Mar di Norvegia. Il rogo mise fuori uso i sistemi elettrici e di propulsione nucleare, costringendo l'equipaggio ad abbandonare in fretta e furia il mezzo: alla fine delle 69 persone a bordo se ne salvarono solamente 25.

E da quel momento il Komsomolets giace a circa 1680 metri di profondità sul fondale. Nel corso del tempo sono state effettuate varie indagini, soprattutto da parte di Russia e Norvegia, e si è presto notato come la parte anteriore del sottomarino fosse quella più danneggiata con fori e crepe.

Il sottomarino nucleare sovietico e il materiale radioattivo in mare: lo studio

Il team di ricerca ha prodotto questo nuovo studio partendo dai dati raccolti nel 2019 da una spedizione svolta con veicoli sottomarini telecomandati: l'obiettivo era proprio la raccolta di campioni di acqua, sedimenti e organismi. La prima zona analizzata è proprio lo scafo, all'interno del quale erano presenti le testate nucleari. Le immagini raccolte hanno confermato la portata del danno ma, fortunatamente, le analisi hanno confermato l'assenza di plutonio nell'ambiente circostante.

Discorso un po' diverso per il reattore. Lo studio conferma come le sue emissioni siano ancora in corso, anche se in maniera non continua, con concentrazioni massime di attività per lo Stronzio-90 e il Cesio-137, rispettivamente 400 mila e 800 mila volte superiori ai livelli tipici di questi due radionuclidi in questa porzione del Mar di Norvegia. Inoltre è stato osservato come il reattore stia emettendo anche Plutonio-239, Plutonio-240 e Uranio-236, i cui rapporti hanno suggerito ai ricercatori una corrosione del combustibile nucleare. L'emissione, nello specifico, avverrebbe da un condotto di ventilazione che collega il compartimento adiacente al reattore con il mare aperto.

Tuttavia, ribadiscono gli autori dello studio, anche se è vero che il reattore stia continuando ad emettere radionuclidi da oltre 30 anni, al momento ci sono pochissime prove in merito ad un loro accumulo nell'ambiente circostante: questi paiono piuttosto diluirsi rapidamente nell'acqua circostante, mantenendo una concentrazione ben al di sotto delle soglie ritenute pericolose.
Ciononostante è importante continuare a studiare il reattore per capire come potrebbe evolvere la situazione nel tempo ed eventualmente come intervenire per tutelare l'ecosistema locale.

Sono un geologo appassionato di scrittura e, in particolare, mi piace raccontare il funzionamento delle cose e tutte quelle storie assurde (ma vere) che accadono nel mondo ogni giorno. Credo che uno degli elementi chiave per creare un buon contenuto sia mescolare scienza e cultura “pop”: proprio per questo motivo amo guardare film, andare ai concerti e collezionare dischi in vinile.
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