
Tommaso Buscetta, nato a Palermo nel 1928 e morto a Miami nel 2000, è stato un boss mafioso e un collaboratore di giustizia. Iniziò la carriera criminale da giovane, alternando periodi di soggiorno in Sicilia a esperienze in Argentina, Brasile e Stati Uniti. Si guadagnò perciò il soprannome di “boss dei due mondi”. Vicino alla fazione sconfitta nella seconda guerra di mafia, subì pesanti ritorsioni da parte dei corleonesi, che uccisero numerosi suoi parenti. Il boss si vendicò, diventano il primo e più importante collaboratore di giustizia di Cosa Nostra, rivelando alla magistratura come funzionava l'organizzazione. Le sue dichiarazioni permisero di effettuare numerosi arresti e furono alla base del maxiprocesso di Palermo. Buscetta visse in località protetta negli Stati Uniti fino al 2000, quando morì per un cancro a 71 anni, sotto falso nome.
Chi era Tommaso Buscetta: l’inizio della carriera criminale
Tommaso Buscetta nacque a Palermo il 13 luglio 1928. Apparteneva a una famiglia di vetrai ed era l’ultimo di 17 fratelli.

Sin da giovane mostrò una propensione a delinquere. Durante la Seconda guerra mondiale (quando la vendita di molti prodotti era razionata), fu coinvolto in crimini legati al mercato nero e alla contraffazione delle tessere annonarie. Nel 1943 però combatté contro i tedeschi a Napoli. Tornato a Palermo, convolò a nozze a soli 17 anni dopo una “fuitina” con la fidanzata, Melchiorra Cavallo. L’anno successivo fu affiliato “ufficialmente” a Cosa nostra. Iniziò a essere chiamato “don Masino” e trattato con deferenza. Cercò, però, anche di lavorare come vetraio e fu impiegato prima in una ditta di Torino e in seguito, rientrato a Palermo, nell’azienda del padre e dei fratelli. Tra il 1948 e il 1952 visse in Argentina e in Brasile, dove aprì apprezzate fabbriche di cristalli.
L’ascesa in Cosa nostra, la latitanza e l’arresto
Nel 1952 Buscetta rientrò a Palermo e inaugurò una vetreria a Termini Imerese insieme a uno dei suoi fratelli. Riprese, però, anche il suo posto in Cosa nostra, occupandosi di contrabbando di sigarette al servizio del boss Gaetano Filippone. Buscetta fu anche uno dei principali sostenitori della fondazione della commissione, cioè l’organo, composto dai principali boss, incaricato di coordinare le attività illegali. La commissione fu istituita nel 1957, ma “don Masino” non entrò a farne parte. Si mise in luce, invece, come killer spietato e fu coinvolto nella prima guerra di mafia, svoltasi tra il 1962 e il 1963.

Divenuto latitante, si rifugiò all’estero: prima in Svizzera, poi in Canada e negli Stati Uniti, dove aprì una pizzeria. La sua occupazione principale era però il traffico di stupefacenti. Si trovava in una posizione complicata anche dal punto di vista personale, perché aveva due famiglie, l’una ignara dell’esistenza dell’altra: una insieme all’amante Vera Girotti, dalla quale aveva avuto una figlia, e l’altra con la moglie, che gli aveva dato quattro figli. Alla fine degli anni ‘60 iniziò anche una relazione con un’altra donna, Maria Cristina de Almeida Guimaraes, che diventerà la sua terza moglie e gli sarà accanto fino alla morte.
Nel 1968 Buscetta fu condannato in contumacia a 10 anni di reclusione nel processo contro la mafia celebrato a Catanzaro (fu uno dei pochi imputati condannati). Ciò nonostante, continuò a gestire i suoi traffici e soggiornò più volte in Sicilia sotto falso nome. Nel 1972 fu arrestato in Brasile ed estradato in Italia, dove scontò otto dei dieci anni di carcere che gli erano stati inflitti.

La seconda guerra di mafia e lo sterminio dei parenti
Buscetta fu scarcerato nel 1980. Nello stesso periodo ebbe inizio la seconda guerra di mafia, nel corso della quale i corleonesi, guidati da Totò Riina, sterminarono le famiglie rivali. Buscetta non partecipò personalmente alla guerra, ma, essendo molto legato alle fazioni sconfitte, in particolare alle famiglie Bontade e Inzerillo, entrò nel mirino dei corleonesi. Non riuscirono a eliminarlo, perché si trovava in Brasile, ma tra il 1982 e il 1984 uccisero numerosi suoi parenti: due figli (scomparsi e mai ritrovati), un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti.
Nel 1983 la polizia brasiliana riuscì ad arrestare Buscetta. Portato nel carcere di Brasilia, il boss fu raggiunto da Giovanni Falcone, che intendeva convincerlo a collaborare con la giustizia. Il boss era tentennante e, mentre veniva estradato in Italia, tentò il suicidio ingerendo del veleno. Giunto in Italia, Buscetta si decise a collaborare: era l’unico modo per vendicarsi dei corleonesi. Il boss non si considerava un pentito e riteneva di essere ancora un «uomo d’onore»; a suo dire, era stato Riina a tradire Cosa nostra, trasformandola in un organismo al suo servizio personale, molto diverso da quello che era in origine. Anche per questo motivo, sarebbe più corretto parlare di “collaboratore di giustizia”, dato che Buscetta decise di collaborare con la magistratura senza di fatto pentirsi della sua vita criminale.

Le rivelazioni a Falcone e il maxiprocesso iniziato nel 1986
A partire dal luglio del 1984, Buscetta fu ripetutamente interrogato da Falcone, al quale rivelò nel dettaglio il funzionamento della mafia siciliana. All’epoca la magistratura e le forze dell’ordine sapevano pochissimo della mafia e ignoravano persino il nome, Cosa nostra, con il quale gli appartenenti chiamavano l’organizzazione. Buscetta spiegò come era strutturata l’organizzazione, cosa erano le famiglie, come funzionava la cupola; gettò inoltre luce sui principali omicidi compiuti fino a quel momento e sul ruolo dei corleonesi nella guerra di mafia. Secondo Falcone, il pentito fornì alla magistratura un linguaggio per comprendere un mondo allora sconosciuto. Buscetta, però, rifiutò di fare rivelazioni sui rapporti tra mafia e politica, sostenendo che non sarebbe stato creduto.
Le sue rivelazioni, sebbene parziali, costituirono un punto di svolta nella lotta alla mafia. La magistratura poté emettere centinaia di mandati di cattura. Inoltre, sulla base delle rivelazioni di Buscetta e di altri pentiti, tra il 1986 e il 1992 fu celebrato il maxiprocesso, che permise la condanna di numerosi mafiosi. Buscetta fu chiamato a deporre nel corso del dibattimento di primo grado e, in un clima di grande tensione, confermò le dichiarazioni rilasciate a Falcone in fase istruttoria.
Gli ultimi anni e la morte di Buscetta
Dopo il maxiprocesso, Buscetta visse in una località protetta negli Stati Uniti. Nel 1992, dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, si decise a fare anche rivelazioni di carattere politico e accusò Salvo Lima e Giulio Andreotti di collusione con la mafia (Andreotti fu processato e assolto, ma fu accertato che aveva avuto rapporti con esponenti mafiosi). Buscetta fece parlare di sé anche per una intervista rilasciata nel 1994 al giornalista Ennio Remondino e perché nel 1995 prese parte a una crociera nel Mediterraneo, che fu costretto a interrompere quando fu riconosciuto da un giornalista. Visse negli Stati Uniti fino al 2000, quando morì a causa di un cancro.
Il suo personaggio compare in numerosi film e serie televisive dedicate a Cosa nostra. Inoltre, alla sua vita è dedicato il film del 2019 Il traditore, diretto da Marco Bellocchio, nel quale il boss è interpretato da Pierfrancesco Favino.