fossile ragno

Fossili, fossili fossili… Quante volte abbiamo visto nei musei delle enormi ossa di dinosauro o delle minuscole conchiglie incastonate nelle rocce? Uniche, interessantissime e utili per conoscere il nostro passato… Ma vi siete mai imbattuti in un fossile di ragno? E perlopiù fluorescente?
Vi racconteremo la storia di un piccolo ragnetto "francese" che, grazie a secrezioni algali appiccicose, si è conservato fino ai giorni nostri. Lo studio intitolato "L'eccezionale conservazione dei fossili di ragno di Aix-en-Provence potrebbe essere stata facilitata dalle diatomee" è stato pubblicato lo scorso 21 aprile 2022 sulla rivista Communications Earth & Environment.

I fossili di ragni francesi

La stragrande maggioranza dei fossili arrivati fino a noi è costituita da gusci, ossa, denti, tronchi e tutti quei materiali duri che hanno un percorso di conservazione relativamente semplice. D'altra parte i tessuti molli come esoscheletri chitinosi, pelle e piume hanno molte meno probabilità di fossilizzarsi una volta che un organismo muore, essendo più facilmente degradabili. Esistono però rari casi di conservazione eccezionale che permettono anche a reperti delicati di preservarsi.
Questo è proprio il caso di un piccolo ragno fossilizzato di circa 22,5 milioni di anni scoperto in una formazione rocciosa presso Aix-en-Provence, nella Francia meridionale. Questo, assieme ad altri corpi di aracnidi, è stato trovato in quello che doveva essere l'antico letto di un lago nell'Oligocene. I reperti erano ricoperti da una sostanza nera e catramosa, un biopolimero secreto da minuscole alghe chiamate diatomee che vivevano nelle antiche acque che ricoprivano il sito. Questa sostanza non solo ha ricoperto i corpi dei ragni depositati sul fondale, ma pare li abbia anche fissati al substrato. Il team di ricercatori ha ipotizzato che le secrezioni delle alghe possano aver reagito chimicamente con gli esoscheletri dei ragni ricchi di carbonio aiutando a preservare i corpi dalla decomposizione.

Processo di fossilizzazione dell’esoscheletro dei ragno grazie all’azione delle diatomee
in foto: Processo di fossilizzazione dell’esoscheletro dei ragno grazie all’azione delle diatomee

La storia della conservazione di questi aracnidi potrebbe essere andata così: un ragno morto che galleggiava nella colonna d'acqua è stato ricoperto dalla poltiglia appiccicosa prodotta dalle diatomee, questa ha poi reagito chimicamente con l'esoscheletro di chitina del ragno, mantenendolo in gran parte intatto e pronto per la fossilizzazione. Questo particolare tipo di conservazione sembra essere dovuto alla cosiddetta solforazione, una reazione tra carbonio organico e zolfo che forma solidi legami chimici rendendo il carbonio più resistente alla degradazione e alla rottura.

Lo studio sulla fluorescenza del ragno

Durante le analisi i ricercatori hanno posizionato il fossile del ragno sotto un microscopio a fluorescenza e, con non poca sorpresa, hanno scoperto che la sostanza brillava di diversi colori! I ricercatori hanno quindi cercato di identificare la composizione chimica della misteriosa sostanza: il bagliore derivava probabilmente dall'abbondanza di carbonio e zolfo nel rivestimento, facendo supporre che si trattasse di solforazione.
Quello che era un fossile di ragno piuttosto difficile da vedere ad occhio nudo si è rivelato un'immagine fluorescente ben nitida: sotto una particolare luce il fossile brillava di un colore rosso-arancio e lo sfondo roccioso di un bel blu-verde. Guardiamo l'immagine sottostante: la differenza tra il fossile di ragno mostrato in piena luce (in alto a sinistra) a confronto di quello sotto gli UV (altre immagini) è notevole!

ragno fuorescente
in foto: Fossili di ragno mostrati in piena luce e sotto illuminazione UV. In piena luce, i fossili non contengono molti dettagli distinguibili, ma sotto l’illuminazione UV l’autofluorescenza rivela ulteriori dettagli.

Gli autori suggeriscono che questo processo possa essere diffuso e responsabile di molti altri casi di conservazione eccezionale nei sedimenti lacustri degli ultimi 66 milioni di anni, quando le diatomee hanno iniziato a popolare i laghi continentali.​ Sebbene relativamente rari, questi depositi forniscono una visione piuttosto completa della vita antica, permettendo non solo di analizzare i singoli organismi mineralizzati ma anche di ricreare l'ambiente in cui essi vivevano.
Mettiamola così: potremmo dover ringraziare le diatomee se oggi siamo in possesso di alcuni tra i fossili più fragili mai ritrovati! 

mappa siti diatomee
in foto: Mappa di 108 siti di eccezionale conservazione fossile individuati nel Cenozoico, 76 dei quali di diatomee.
Articolo a cura di
Nicole Pillepich