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Toni Servillo a PopCorner, tra i film di Sorrentino, teatro ed eutanasia

Toni Servillo a Pop Corner presenta "La grazia" di Sorrentino. Tra i dilemmi sul fine vita e la politica , l'attore riflette sul teatro come rito e sull'importanza di difendere il proprio tempo e la noia creativa dalla frenesia dei social.

27 Gennaio 2026
18:30
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Toni Servillo a PopCorner, tra i film di Sorrentino, teatro ed eutanasia
Video a cura di Andrea Moccia
Direttore Editoriale di Geopop
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Nuovo appuntamento con Pop Corner, lo spazio dove le scienze incontrano lo spettacolo, la musica, il cinema e la cultura. Oggi ospitiamo uno dei più grandi attori italiani, Toni Servillo, per parlare del suo ultimo film diretto da Paolo Sorrentino, La grazia (settima collaborazione con il regista napoletano dopo L'uomo in più, Le conseguenze dell'amore, Il divo, La grande bellezza, Loro ed È stata la mano di Dio) e per esplorare come l'arte della recitazione si intrecci con la psicologia, la percezione del tempo e la politica.

La chiacchierata parte da un tema scientifico e legale molto delicato, la differenza tra eutanasia e suicidio assistito. È in questo contesto che si muove il protagonista del film interpretato da Servillo: un Capo dello Stato, vedovo e di formazione democristiana, che si trova a dover firmare una legge sul fine vita. Se non firma, si sente un torturatore verso chi soffre in modo irreversibile. Se firma, per la sua morale cattolica, si sente un assassino. In questo film non si sceglie tra il bene e il male, ma “tra il male e il male”. Servillo porta in scena un uomo che sente la responsabilità della decisione e che vive uno scontro generazionale e intellettuale con la figlia, anch'essa giurista, che guarda al futuro mentre lui guarda al passato.

A proposito dei personaggi che interpreta, Servillo svela un retroscena interessante sul suo approccio. L'attore confessa di fare più fatica a interpretare personaggi reali rispetto a quelli di fantasia. Quando si interpreta un personaggio reale molto noto (come è successo con Andreotti o Berlusconi), il pubblico ha già un'idea precostituita e l'attore deve combattere contro il pregiudizio o la richiesta di una semplice imitazione.

Uno dei punti più affascinanti dell'intervista riguarda la differenza tra teatro e cinema. Il cinema è definito da Servillo un'arte di frammenti. È simile al romanzo, può essere fruito in modo distratto, interrotto, o visto mentre si fa altro. Il teatro, invece, è un rito che unisce le persone. Richiede che il pubblico si raduni nello stesso luogo e nello stesso momento per vivere un'esperienza nella sua interezza, dall'inizio alla fine. Servillo sottolinea come il teatro sia l'unica forma d'arte che costringe a prendersi del tempo. In un'epoca in cui i social e la vita moderna comprimono il tempo e frammentano l'attenzione, il teatro richiede di "spendersi", ovvero di mettere il proprio tempo a disposizione di qualcun altro.

L'attore non ha profili social ma è un lettore di giornali e libri cartacei. Secondo Toni, i social lavorano silenziosamente per farci credere di aver avuto una giornata piena, quando in realtà era vuota. Il suo ricordo torna ai pomeriggi di noia della sua infanzia, passati a giocare con un Super Santos contro una saracinesca. Quella noia, che oggi tendiamo a curare immediatamente come fosse una patologia, era in realtà un tempo in cui la testa si "accendeva" e si era soli con se stessi.

Da dove nasce l'arte di Servillo? Da una scintilla, ascoltare la mamma cantare canzoni napoletane mentre cucinava. Quel canto era un momento di espressione pura che elevava il quotidiano e lo allontanava dalla banalità. E qual è l'ambizione suprema per un attore che ha vinto tutto? Servillo cita una scena di un film su Vivaldi, in cui il compositore dice a una giovane violinista: "Tu non suoni per essere lodata". La vera felicità, difficile da raggiungere, sarebbe quella di far coincidere l'espressione artistica con la vita stessa, suonando (o recitando) senza l'ansia del giudizio, dell'ego o dell'accanimento verso il successo.

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