
Nelle ultime ore l'amministrazione USA ha ribadito che “l’uso della forza militare per acquisire la Groenlandia è sempre un’opzione”. E se nel 2019 l'idea di Donald Trump di comprare l'isola artica sembrava solo una provocazione, al netto di quanto accaduto negli ultimi mesi ora il percepito è nettamente diverso, perché ora sta diventando un linguaggio istituzionale.
Come ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt in una nota:
Il presidente Trump ha reso noto che l'acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti ed è fondamentale per scoraggiare i nostri avversari nella regione artica. Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l'impiego delle forze armate statunitensi è sempre un'opzione a disposizione del comandante in capo.
Le parole della portavoce sono arrivate poco dopo le dichiarazioni di sostegno da parte dei leader europei alla Danimarca (la Groenlandia è autonoma, ma difesa e politica estera restano nella sfera del Regno di Danimarca), che si sono nettamente opposti al desiderio di Trump di mettere le mani sulla terra artica, e che lo hanno intimato a rispettare la sovranità danese.
In una dichiarazione congiunta con il primo ministro danese, Mette Frederiksen, Francia, Germania e Gran Bretagna hanno affermato che "la sicurezza dell'Artico è una priorità assoluta per la NATO", alleanza di difesa che, ricordano, include anche USA e Groenlandia.
Cosa succederebbe se gli USA invadessero militarmente l’isola artica
Se l’annessione formale al momento resta improbabile, l’espansione militare è realistica. In questo caso, il problema sarebbe soprattutto a carico della NATO, perché gli Stati Uniti oltre a farne parte ne sono anche i principali finanziatori, e invadere militarmente la Groenlandia significherebbe attaccare un paese alleato.
C'è poi un nodo in particolare: secondo l'articolo 5 del Trattato, se un paese esterno alla NATO dovesse attaccare un paese alleato, ciò significherebbe attaccare anche tutti gli altri. Ma se è un paese alleato a farlo, cosa succederebbe?
Quando c'è ancora solo la minaccia, accadrebbe quello che sta accadendo ora: gli altri paesi alleati cercherebbero una mediazione. Se un Paese NATO invadesse effettivamente un altro Paese alleato, scoppierebbe una crisi interna alla NATO, che dovrebbe cercare di fermare l'escalation con tutti i mezzi a disposizione, tra pressioni diplomatiche e tavoli di trattative. Al Paese aggressore non converrebbe, perché rischia l'isolamento economico e una serie di conseguenze politiche (sanzioni in primis) non indifferenti. Ma la musica potrebbe cambiare in questo caso, perché gli USA hanno un peso politico, finanziario ed economico talmente ampio da pensare di "potersi coprire le spalle", e le sanzioni e le pressioni internazionali potrebbero risultare inutili a lungo andare se l'esercito fosse già sul territorio groenlandese. In quel caso, l'unica arma di contrasto reale è nella diplomazia e in una soluzione ben negoziata.
L’ipotesi "soft annexation" attraverso la militarizzazione e l'importanza della base di Pituffik
La “soft annexation” (annessione morbida) è la strategia con cui uno Stato non “annette” legalmente un territorio con un atto formale, ma ne assorbe gradualmente funzioni, dipendenze e leve decisionali fino a ottenere un controllo di fatto (de facto).
In pratica è una sovranità “svuotata”: il territorio resta formalmente autonomo (sovrano), ma dipende sempre più da un attore esterno per sicurezza, infrastrutture critiche, tecnologie, investimenti e catene logistiche, e accetta “vincoli” e “presenze” permanenti che diventano difficili da rimuovere senza costi enormi. In questo senso, la militarizzazione, che porterebbe inevitabilmente con sé la dipendenza strategica, sarebbe la leva più forte e più rapida.
Se la difesa dell’isola diventasse infatti “sostanzialmente” americana (sistemi, basi, personale, logistica), con il tempo la Groenlandia rischierebbe di percepire la propria sicurezza come non separabile da Washington.
Gli USA hanno già una base chiave per fare tutto questo: la Pituffik Space Base (ex Thule), centrale per radar e capacità strategiche. Diverse analisi collegano l’attuale contesto geopolitico alla possibilità di potenziamenti e aggiornamenti dell’infrastruttura militare sull’isola.
Anche senza comprare la terra artica, gli USA potrebbero comunque, di fatto, aumentare il loro controllo su essa, espandendo ad esempio la base di Pituffik, nella Groenlandia nord-occidentale (sopra il Circolo Polare Artico). Questa base ha un radar per individuare e tracciare lanci di missili balistici diretti verso il Nord America e serve anche per la sorveglianza spaziale. Per gli USA, però, la Groenlandia è un modo per controllare l'Artico e l'accesso all'Oceano Atlantico, oltre che di controllo sulle rotte commerciali.
Avere una base più grande in quell'area non significa quindi solo controllare la terra, ma anche informazioni, capacità di risposta e presenza militare. Espandere Pituffik quindi significherebbe potenziare le infrastrutture (e accogliere più aerei e cargo), supportare operazioni anche in condizioni estreme e sostenere sistemi radar e satellitari più moderni per rendere la base ancora più potente e aumentare il peso degli Stati Uniti nell'area. Secondo il Washington Technology ci sarebbe addirittura un contratto pluriennale di centinaia di milioni di dollari per modernizzare i sistemi più critici (come quello energetico, ad esempio) legati alle capacità della base.
Più voli, più rifornimenti, più contratti, e più infrastrutture e si avrebbe un'importante micro-economia nella base, che farebbe crescere il peso delle necessità USA sul territorio, che diventerebbe anche un nodo indispensabile del “paracadute” antimissile USA/NORAD (Comando di Difesa Aerospaziale del Nord-America). A quel punto, sarebbe ancora più complesso per Groenlandia e Danimarca dire di no a certe richieste operative USA.
Intanto, secondo quanto attestato da Reuters e Al Jazeera, per il momento la Danimarca sta provando a dimostrare che sa difendere il territorio, e ha annunciato pacchetti e accordi per rafforzare la presenza militare nell’Artico e Nord Atlantico (investimenti multi-miliardari, nuove capacità navali, droni, spazio), anche per “blindare” la regione.