0 risultati
video suggerito
video suggerito
10 Marzo 2026
6:00

10 marzo 1946: 80 anni fa la prima volta delle donne italiane alle urne

Sono state necessarie dure battaglie perché alle donne italiane fossero riconosciuti i diritti elettorali. Solo nel 1946 le donne hanno potuto partecipare al voto. La prima volta però non fu al referendum del 2 giugno, ma alle elezioni amministrative tenute tra marzo e aprile.

Ti piace questo contenuto?
10 marzo 1946: 80 anni fa la prima volta delle donne italiane alle urne
Voto alle donne copertina

Quando si parla di suffragio femminile in Italia, viene in mente il 2 giugno 1946, giorno del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente. In realtà, il “debutto” delle donne nella vita politica avvenne un po’ prima: il 10 marzo 1946, quando in molti Comuni italiani si votò per le prime elezioni amministrative del dopoguerra. In quella occasione, le donne italiane poterono recarsi alle urne per la prima volta.

Il voto alle donne: una panoramica internazionale

In tutto il mondo alle donne i diritti elettorali – sia attivi, sia passivi – sono stati riconosciuti più tardi rispetto agli uomini. Fino all’Ottocento, nella grande maggioranza degli Stati nessuno aveva diritto al voto e il potere era amministrato da un’autorità, in genere il sovrano, che deteneva la sua posizione “per grazia di Dio”. Dove il voto era previsto, era limitato a poche categorie di uomini, in genere quelle più ricchi o dotati di titoli nobiliari. Le donne erano escluse sulla base dell’idea che non avessero le capacità per occuparsi di affari pubblici, con l’eccezione di pochissimi e limitati casi.

Nell’Ottocento, però, in molti Paesi si sviluppò un movimento per il diritto al voto femminile, il movimento delle suffragette (così chiamate perché chiedevano il suffragio).

Suffragette negli Stati Uniti nel 1912
Suffragette negli Stati Uniti nel 1912.

Gradualmente il movimento riuscì a ottenere quanto chiedeva. Il primo Stato a garantire compiutamente il diritto al voto alle donne fu la Nuova Zelanda nel 1893. Negli anni seguenti altri Paesi seguirono l’esempio e tra gli anni ’10 e gli anni ’20 del ‘900 il suffragio femminile fu riconosciuto nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in vari Stati dell’Europa centro-settentrionale. Restavano esclusi Paesi mediterranei, tra i quali la Francia e l’Italia.

Dalla guerra alla svolta: 1945–1946

La svolta arrivò nella fase finale della Seconda guerra mondiale e nel clima politico che accompagnò la Liberazione. Gli antifascisti avevano un atteggiamento molto più aperto e moderno e già in alcune repubbliche partigiane – gli Stati istituiti temporaneamente nei territori liberati – le donne, in certi casi, furono ammesse al voto e alla partecipazione alla vita politica.

Al termine della guerra, il suffragio femminile fu finalmente riconosciuto. Il primo passo fu il Decreto legislativo luogotenenziale del  1 febbraio 1945, n. 23, che estese alle donne il diritto di voto, menzionando però solo l'elettorato attivo. L’anno successivo, il decreto che definì le regole per l’elezione dell'Assemblea Costituente riconobbe e precisò le modalità della partecipazione femminile, riconoscendo il diritto a essere elette.

Le donne al voto: 10 marzo 1946

Le donne italiane usufruirono per la prima volta del diritto al voto nella tornata di elezioni amministrative che si tenne dal 10 marzo all’inizio di aprile 1946 in quasi tutti i comuni del Paese. In quella occasione, furono elette le prime donne nei consigli comunali e due divennero sindache: Ada Natali a Massa Fermana (provincia di Ascoli Piceno, oggi Fermo) e Ninetta Bartoli a Borutta (Sassari).

Fu una svolta di enorme portata: per la prima volta, le donne furono riconosciute come cittadine a pieno titolo, capaci di incidere sulle scelte pubbliche.

Ninetta Bartoli (corriere.it)
Ninetta Bartoli (corriere.it).

Dopo il 10 marzo: il 2 giugno e le “madri costituenti”

Pochi mesi più tardi, il 2 giugno 1946, le donne parteciparono al referendum istituzionale e alle elezioni per l’Assemblea Costituente. 21 donne, le «madri costituenti», furono elette e parteciparono ai lavori dell’Assemblea, dando un contributo importante alla redazione della Costituzione.

Ecco i nomi delle 21 «madri costituenti»: Adele Bei (Partito Comunista), Bianca Bianchi (Partito Socialista), Laura Bianchini (Democrazia Cristiana), Elisabetta Conci (Democrazia Cristiana), Maria De Unterrichter Jervolino (Democrazia Cristiana), Filomena Delli Castelli (Democrazia Cristiana), Maria Federici (Democrazia Cristiana), Nadia Gallico Spano (Partito Comunista), Angela Gotelli (Democrazia Cristiana), Angela Maria Guidi Cingolani (Democrazia Cristiana), Nilde Iotti (Partito Comunista), Teresa Mattei (Partito Comunista), Angelina Merlin (Partito Socialista), Angiola Minella Molinari (Partito Comunista), Rita Montagnana (Partito Comunista), Maria Nicotra (Democrazia Cristiana), Teresa Noce (Partito Comunista), Ottavia Penna (Fronte dell'Uomo Qualunque), Elettra Pollastrini (Partito Comunista), Maria Maddalena Rossi (Partito Comunista), Vittoria Titomanlio (Democrazia Cristiana).

Il suffragio femminile non è più stato messo in discussione, ma nel nostro Paese ancora non è stata raggiunta una piena parità di genere. Basti pensare alla differenza delle retribuzioni, il cosiddetto gender pay gap.

Fonti
Le madri della Repubblica Camera dei deputati, Il voto alle donne
Sfondo autopromo
Cosa stai cercando?
api url views