
Tragico incidente alle Maldive: cinque italiani hanno perso la vita durante un'immersione a oltre 50 metri di profondità, nelle grotte subacquee dell'atollo di Vaavu. L'episodio è stato definito dalle autorità locali come uno dei peggiori incidenti subacquei nella storia delle Maldive (formate da 1.192 piccole isole coralline distribuite per circa 800 km nell'Oceano Indiano). Nel frattempo, le operazioni di recupero delle vittime sono ufficialmente iniziate dopo una serie di ritardi causati dalle condizioni meteo avverse. Il personale specializzato della Guardia costiera maldiviana ha raggiunto l'area, accompagnato da un esperto subacqueo italiano, che sta collaborando con le autorità nelle fasi più delicate dell'intervento.
Le cause dell'incidente non sono ancora state chiarite, ma nelle ultime ore si sta parlando della possibilità che il gruppo sia rimasto intrappolato in una grotta a circa 60 metri di profondità, così come dell'ipotesi che abbiano incontrato una corrente improvvisa che li avrebbe spinti verso il basso. Per capire meglio come funzionano le immersioni a oltre 50 metri di profondità e le possibili cause dell'incidente, abbiamo intervistato il dott. Pasquale Longobardi, Direttore sanitario del Centro Iperbarico di Ravenna e Vice Presidente della Società Italiana di Medicina Subacquea ed Iperbarica (SIMSI).
Si sta parlando di immersioni oltre i 5o metri, immersioni tecniche e immersioni ricreative, qual è la differenza?
Si parla di immersione tecnica quando si fa un cambio di miscela respiratoria, ovvero tecnicamente si cambia la bombola e si respira un gas diverso durante l'immersione. Se immaginiamo il subacqueo con le bombole sulle spalle non si tratta di immersione tecnica ma di immersione ricreativa (o turistica, come la chiamiamo noi). Se invece mi porto sul fianco una o più bombole (a volte anche tre) e durante la risalita cambio la miscela, allora quella è immersione tecnica.
Nel caso dell'incidente alle Maldive possiamo definirla un'immersione in circuito aperto, perché non rientrava nell'ambito delle immersioni ricreative-turistiche, ma non risulta da nessuna parte che avessero bombole accessorie con miscele diverse. Secondo le informazioni che abbiamo a disposizione, il gruppo era alle Maldive per svolgere delle immersioni scientifiche, parte di un progetto autorizzato dal governo locale, ma questa immersione specifica non rientrava nel programma scientifico.
Come si pianifica un'immersione a 50 metri di profondità?
Per pianificare un'immersione, comprese quelle a più di 50 metri di profondità, si deve realizzare un'analisi dei rischi, partendo dall'alto. Il primo aspetto da valutare è l'idoneità e la formazione di chi si immerge: in questo caso, di cinque persone, almeno due avevano eseguito recentemente degli esami di idoneità. Gli altri due erano istruttori che vivevano alle Maldive, quindi consapevoli, e una ragazza poco più che ventenne. Insomma, dal punto di vista della salute non dovrebbero aver avuto problemi.
Sul fronte della formazione, la professoressa Montefalcone aveva ricevuto proprio quest'anno il Tridente d'Oro, un riconoscimento dell'Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee dato ai migliori al mondo nel campo del mare. Avere quel premio significa essere estremamente competenti, e anche gli altri membri del gruppo avevano esperienza e abilità.
Una volta verificati questi presupposti, si passa alla pianificazione vera e propria: si decide quando e dove immergersi, con quale miscela e con quale attrezzatura.
Che miscela respiratoria dovrebbe essere usata per queste immersioni?
Per capire questo punto bisogna partire da un concetto fondamentale: il nostro corpo non “legge” la profondità, ma la densità del gas che stiamo respirando. Il limite di tolleranza umana per la densità del gas è di 4 grammi per litro: superato questo valore, il corpo innesca una risposta infiammatoria.
Detto questo, se si vuole scendere a 50-60 metri di profondità, solitamente si usa una miscela composta da azoto, ossigeno ed elio. L'elio, infatti, è fondamentale perché ha una densità molto bassa (0,5 g/l) e serve ad alleggerire la miscela totale. Tuttavia, alle Maldive l'elio non si usa quasi mai, perché è molto costoso e difficile da trasportare.
In alternativa, quindi, si utilizza l'aria, pur sapendo che a 50 metri siamo proprio al limite operativo poiché a quelle profondità raggiunge una densità pericolosa di circa 9 grammi per litro, esponendo il corpo allo stress infiammatorio.
E per quanto riguarda il Nitrox?
Quello che sicuramente non avrebbero potuto utilizzare è il Nitrox, che è aria arricchita in ossigeno: normalmente l'aria contiene il 21% di ossigeno e il 79% di azoto. Con il Nitrox posso aumentare l'ossigeno (al 30% o 40%) e di conseguenza ridurre l'azoto, che è il responsabile del cosiddetto “incidente da decompressione”.
Tuttavia, se si alza troppo l'ossigeno si rischia la tossicità da ossigeno: un eccesso di questo elemento aumenta l'attività elettrica nelle cellule con il rischio di convulsioni.
Le cause dell’incidente non sono ancora note: ci sono delle ipotesi che Lei escluderebbe, considerando che trattava di un gruppo esperto?
Fra le tre cause di morte più frequenti durante le immersioni c'è l'intrappolamento in grotta, fino ad arrivare all'esaurimento della miscela. In questo caso specifico, tenderei ad escludere l'ipotesi dell'intrappolamento: alle Maldive le grotte sono luminose, composte da materiale corallino, quindi l'idea che si siano persi è improbabile, soprattutto se consideriamo che nel gruppo c'erano due istruttori esperti che conoscevano la zona.
Anche l'ipotesi del monossido di carbonio (generato da una cattiva combustione nel compressore che carica le bombole) è possibile ma poco probabile. Nella storia ci sono stati casi di morte in immersione per intossicazione da questo composto, ma le bombole erano state caricate in zone chiuse, con tendalini che bloccavano le prese d'aria. Qui parliamo di uno yacht grande e di una compagnia seria, con tanti subacquei che facevano immersione ogni giorno senza problemi. Diventa un'ipotesi minoritaria, ma non si può escludere finché non si analizzano le bombole.
Quale potrebbe essere, quindi, l'ipotesi più probabile?
L'ipotesi che ritengo più verosimile è quella della corrente imprevista. L'allerta era gialla, il mare non era buono e in quella zona le correnti sono forti. Il problema vero, secondo me, potrebbe essersi verificato durante l'esplorazione: hanno trovato una corrente fortissima e inaspettata e hanno fatto fatica a gestire la situazione.
La corrente può portarti verso l'alto (e in quel caso magari ti salvi) ma anche verso il basso. Se sei già a 50-60 metri con un gas al limite, è come avere una Ferrari e correre a 200 km/h in autostrada: sei sicuro, ma basta un minimo per fare un grosso incidente. Loro avevano una miscela al limite, perché la densità era già alta, e avevano tempi stretti, massimo mezz'ora.
C'è poi il fenomeno del frullo, una corrente centrifuga che ti porta su e giù: è possibile che uno di loro, magari la ragazza più giovane, sia inavvertitamente finita nel frullo o in una corrente discendente. A quel punto il gruppo cerca di salvare la persona in difficoltà: la mamma non lascia la figlia e i due istruttori non lasciano i clienti da soli. Finiscono tutti nel frullo, nella corrente, fino a che non finisce l'aria.
Come faranno le autorità a ricostruire la dinamica dell'incidente?
Per ricostruire la dinamica definitiva, comunque, bisognerà aspettare l'analisi di due elementi chiave. Il primo è il contenuto delle bombole: se dovessero trovare nitrox, allora potrebbe esserci stato un errore tecnico nel caricamento. Al contrario, se dovessero trovare aria, le cause andrebbero cercate altrove.
Il secondo elemento, fondamentale, sono i computer da polso. Da quelli si stampa il profilo dell'immersione e si capisce tutto: se da profilo si vede che il gruppo è rimasto fermo in un punto, allora l'ipotesi è quella dell'intrappolamento con asfissia. Se invece dal computer si rileva una discesa improvvisa e profonda, allora è andata come ipotizzavo prima: il gruppo, o parte di loro, è stato preso dalla corrente, trascinato verso il basso, senza più la possibilità di risalire.