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21 Gennaio 2026
6:00

Avresti evitato il disastro dello Space Shuttle Challenger? Cosa succede quando non guardiamo tutti i dati

Il disastro del Challenger del 1986 fu causato da una decisione basata su dati incompleti. Un esperimento mentale basato su dati analoghi, chiamato Carter Racing, ci mostra quanto sia facile prendere decisioni sbagliate quando non consideriamo tutte le informazioni.

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Avresti evitato il disastro dello Space Shuttle Challenger? Cosa succede quando non guardiamo tutti i dati
challenger

La mattina del 28 gennaio 1986 lo Space Shuttle Challenger si disintegrò 73 secondi dopo il decollo dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, in Florida. Morirono tutti e sette i membri dell’equipaggio. Il disastro fu causato da un errore di progettazione dei razzi usati nella prima fase di lancio e dal freddo inusuale, che non permise alle guarnizioni in gomma di espandersi correttamente per sigillare una falla. La sera prima del lancio, alcuni ingegneri della NASA avevano segnalato il rischio. I dati a disposizione, però, erano incompleti e la direzione decise comunque di non rimandare il volo.

Proprio per evitare che disastri come questo potessero ripetersi, Jack Brittain e Sim Sitkin, professori di business e management, crearono un celebre caso studio: il Carter Racing. Questo caso studio, utilizzato da decenni nelle business school, ha come obiettivo mostrare quanto possa essere pericoloso prendere decisioni senza disporre di tutte le informazioni e senza chiedersi “Cosa manca ai dati che sto osservando?”.

In questo articolo approfondiamo il caso “Carter Racing” e cosa può succedere quando non consideriamo tutti i dati disponibili.

L’esperimento mentale “Carter Racing”: rischiamo o ci ritiriamo?

Immaginiamo di essere i proprietari della Carter Racing, una scuderia automobilistica di Formula 1. Tra un’ora inizierà la gara più importante della stagione, trasmessa in diretta nazionale.

Le nostre auto sono potentissime: ci siamo piazzati tra i primi 5 in 12 delle ultime 24 gare e siamo fiduciosi di arrivare sul podio anche oggi. Se ci riuscissimo, otterremmo un ricco premio in denaro e un contratto di sponsorizzazione milionario. C’è, però, un problema: in 7 delle ultime 24 gare, il motore delle nostre auto si è bruciato. Se succedesse ancora, davanti alle telecamere, potremmo perdere tutto: sponsor, premi, credibilità. Senza contare il rischio per la vita dei piloti. Ma anche ritirarsi ha conseguenze: perderemmo la quota di iscrizione, dovremmo rimborsare gli sponsor e finiremmo la stagione in perdita.

I nostri meccanici hanno capito che la causa dei danni è il cedimento della guarnizione della testata del motore, ma non riescono ad identificare precisamente perché succeda. Qualcuno sospetta le temperature troppo basse, altri ipotizzano un difetto di progettazione o di fabbricazione, ma nessuno ha abbastanza dati per esserne certo al 100%.

La gara deve avvenire tra un’ora e il clima oggi fa particolarmente freddo: 4°C, ben al di sotto di qualsiasi temperatura sperimentata finora dall’auto. Per aiutarci a decidere, viene preparato in tutta fretta un grafico che mette in relazione la temperatura esterna al momento della gara con il numero di guasti. Guardandolo, i danni sembrano distribuiti casualmente: ci sono stati problemi sia a 11°C che a 24°C.

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Relazione tra danni al motore e temperatura esterna: in rosso le gare in cui le auto del Carter Racing hanno subito danni.

E quindi, cosa facciamo: corriamo e rischiamo il danno al motore o ci ritiriamo e perdiamo tutte le sponsorizzazioni?

Se guardiamo tutti i dati le nostre scelte cambiano

Se abbiamo scelto di correre, non siamo soli. Questo esperimento mentale viene presentato da decenni a studenti di business e management. Dopo lunghe discussioni, la maggior parte decide che non c’è una relazione evidente tra la temperatura e i danni al motore, e conclude che vale la pena rischiare.

Il problema, però, è che nessuno chiede:

Dove sono i dati delle gare in cui il motore non ha avuto problemi?

Il grafico mostrato, infatti, riporta solo le corse in cui si sono verificati guasti. Ma se si includono anche le 17 gare in cui tutto è andato bene, lo scenario cambia completamente: tutti i motori che hanno funzionato senza problemi lo hanno fatto a temperature superiori ai 18°C. Sotto quella soglia, si è sempre verificato un guasto.

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Relazione tra danni al motore e temperatura esterna: in rosso le gare in cui le auto del Carter Racing hanno subito danni, in blu quelle in cui non hanno subito danni.

Con questa nuova informazione, la decisione migliore è chiaramente ritirarsi. Gareggiare oggi, con 4°C, significa quasi certamente andare incontro a un danno al motore.

Il disastro dello Space Shuttle Challenger

Questo esperimento mentale è utile per valutare la propensione al rischio degli studenti e per insegnare loro un principio cardine: prima di decidere, bisogna osservare tutti i dati, anche quelli che mancano. Chiedersi “che cosa non sto vedendo?” a volte può salvare delle vite. I dati alla base del Carter Racing, infatti, sono basati sui dati che avrebbero potuto evitare la disastrosa esplosione dello Space Shuttle Challenger, nel gennaio del 1986.

Come raccontano la matematica Hannah Fry e la sociologa Diane Vaughan, la sera prima del lancio del Challenger alcuni ingegneri furono convocati dalla NASA per una teleriunione d'urgenza. La zona di lancio era stata colpita da condizioni metereologiche avverse da ormai una settimana con temperature prossime allo zero, mai sperimentate prima durante un lancio. Gli ingegneri erano preoccupati per le guarnizioni dei booster, i razzi usati nella prima fase del decollo. Queste guarnizioni, chiamate O-ring, dovevano sigillare i giunti tra i segmenti dei booster, assemblati e saldati nella zona di lancio. In caso di rottura di una saldatura, si sarebbero dovute espandere per chiudere tutte le falle. Ma col freddo, le proprietà elastiche della gomma si riducono. Gli ingegneri temevano, a ragione, che le O-ring non avrebbero funzionato a dovere con quelle temperature.

Per cercare di convincere la direzione a rimandare il lancio, gli ingegneri prepararono e inviarono via fax i dati dei malfunzionamenti precedenti, analoghi al grafico del Carter Racing. Ancora una volta, però, riportava solo i casi con problemi, e non quelli in cui tutto aveva funzionato correttamente. Senza quei dati “mancanti”, la relazione tra freddo e guasti non emerse con chiarezza, e il lancio fu confermato. Il mattino del 28 gennaio 1986, il Challenger decollò e, dopo soli 73 secondi, si distrusse in volo, causando la morte di tutti e sette i membri dell’equipaggio.

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