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15 Novembre 2022
7:30

Il disastro NASA dello Space Shuttle Columbia: cosa accadde il 1° febbraio 2003

Lo Space Shuttle Columbia si disintegrò sui cieli del Texas durante il rientro il 1 febbraio 2003: la Nasa per la 3° volta nella sua storia perse un equipaggio durante una missione.

A cura di Roberto Manzo
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Il disastro NASA dello Space Shuttle Columbia: cosa accadde il 1° febbraio 2003
disastro columbia

Il 1° febbraio 2003 la NASA perse il terzo equipaggio della sua storia durante una missione, il secondo con uno Space Shuttle. Stiamo parlando dell'incidente dello Space Shuttle Columbia che si disintegrò letteralmente nei cieli del Texas durante la fase di rientro nell'atmosfera terrestre. Purtroppo tutti e sette gli astronauti a bordo morirono e l’incidete portò all’arresto del programma spaziale per i successivi 2 anni.

Lo Space Shuttle Columbia

Lo Space Shuttle Columbia (OV-102) fu parte del programma spaziale Space Shuttle: si trattava del secondo orbiter costruito dopo l'Enterprise, nonché il primo a volare tra il 12 e il 14 aprile 1981 nella missione STS-1. La costruzione del Columbia iniziò nel 1975 in California, venne chiamato così anche come omaggio al modulo di comando della missione Apollo 11.

Il primo volo del Columbia fu comandato da John Young (un veterano dello spazio proveniente dai programmi Gemini e Apollo) e nel 1983 venne lanciato per la prima missione (STS-9) con 6 astronauti a bordo, incluso il primo non-americano a bordo di uno Shuttle, il tedesco Ulf Merbold. Lo Space Shuttle Columbia effettuò 28 missioni, rimase in orbita per 300,74 giorni, completando 4.808 orbite e percorrendo in totale 201.497.772 chilometri, inclusa la missione finale.

L'ultima missione del Columbia

Il 16 gennaio 2003 alle ore 15:39:00 (ora locale) dalla rampa n° 39A del Kennedy Space Center decollò regolarmente lo Space Shuttle Columbia per la missione STS-107. Lo scopo della missione era quello di tesare circa 80 esperimenti scientifici e il suo equipaggio era formato da sette membri, sei americani ed un israeliano.

L'equipaggio della missione STS-107
L’equipaggio della missione STS–107 (credit: NASA)

Alle ore 2:30 (orario della costa orientale degli USA) del 1° febbraio 2003, il Centro di Controllo di Huston, valutate le condizioni atmosferiche sul Kennedy Space Center (luogo di atterraggio) e trasmette l’ordine all’equipaggio del Columbia di iniziare le attività per il rientro sulla Terra.
Alle 8:15, mentre l'orbiter vola a rovescio e di coda sopra l'oceano Indiano ad un'altitudine di 282 km, il comandante Husband e il pilota McCool eseguono l'accensione dei razzi per uscire dall'orbita. Nel momento in cui il Columbia passa dallo spazio all'atmosfera, il calore prodotto dall'attrito tra l'aria e la navicella fa aumentare la temperatura sul bordo d'attacco delle ali e su tutto il velivolo di circa 1.400 gradi Celsius in sei minuti. È un fenomeno fisico del tutto normale e proprio per questo viene installato uno scudo termico.

Alle 8:50 lo Shuttle fa registrare per 10 minuti alte temperature a una velocità di 24,1 Mach. Dopo tre minuti iniziano ad essere avvistati i primi detriti, mentre il velivolo viaggia a circa 70 km di altitudine e a circa 22,7 Mach. Dal centro di comando, a questo punto, iniziano a notare valori anomali a vari sensori: alle 8:58 il Columbia entra nei cieli del Texas a una velocità di Mach 19,5 e altezza di 64 km.

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La scia dei detriti del Columbia (credit: USAF)

Alle 9:12, dopo aver perso le comunicazioni con l'equipaggio (da più di dieci minuti ormai) e dopo aver ricevuto notizia dell'avvistamento dell'incidente al Columbia, il direttore di volo dichiara lo stato di contingency e allerta le squadre di ricerca e recupero nell'area dove sono stati avvistati i detriti. Orami era chiaro che il Columbia ed il suo equipaggio fossero ormai persi.

Le cause del disastro

In seguito all'incidente, come da protocollo, la NASA analizzò attentamente il video del decollo e rilevò che un pezzo di schiuma isolante, caduto dal serbatoio esterno 81,9 secondi dopo il lancio, era andato ad impattare contro l'ala sinistra della navicella, vicino ai pannelli dello scudo termico. Questo causò un'ammaccatura larga 10 cm e profonda circa 8 cm. Poco dopo, ci furono tre richieste distinte in orbita per avere immagini più dettagliate che determinassero l'entità del danno. L’episodio fu classificato trascurabile e la missione andò avanti regolarmente, fino al suo rientro previsto per il 1° febbraio successivo.

I detriti del velivolo furono recuperati, circa 2000 reperti su una vastissima aera che va dal Texas alla Louisiana. Fu anche grazie a questi preziosissimi reperti che la commissione riuscì ad determinare la causa del disastro: la collisione tra la spugna isolante e il bordo d'attacco dell'ala sinistra dello Shuttle aveva creato una fessura così grande che il calore penetrò all'interno dell'ala e la struttura subì uno shock termico così forte da disintegrarsi, rendendo l'equipaggio ed il centro di controllo impotenti dinanzi a questa sciagura.

In seguito varie commissioni si riunirono per capire se il Columbia potesse essere salvato qualora la gravità della situazione fosse stata captata, si valutò l'ipotesi di un intervento da parte dell'equipaggio stesso o una missione di recupero da parte dello Shuttle Atlantis, ma entrambe le ipotesi furono decretate poco praticabili. Il destino del Columbia fu segnato già al momento del decollo.

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Il Memoriale del Columbia al cimitero di Arlington (credit: Jtesla16)
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