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22 Gennaio 2026
9:20

La psicologia del “caso Brooklyn Beckham”: perché sui social molti hanno bisogno di apparire perfetti

Il caso di Brooklyn Beckham ha acceso i riflettori su una dinamica che, in realtà, è molto più diffusa di quanto sembri: con l'arrivo dei social, l'apparenza è gradualmente diventata uno strumento di misurazione del valore personale, anche a scapito dell'autenticità e del benessere familiare.

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La psicologia del “caso Brooklyn Beckham”: perché sui social molti hanno bisogno di apparire perfetti
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In questi giorni sta facendo discutere il caso di Brooklyn Beckham, figlio David e Victoria Beckham. Brooklyn ha scelto di interrompere i rapporti con i propri genitori; alla base della frattura, secondo quanto emerso, ci sarebbe una vita familiare costruita più sull’apparenza che sulla verità: una narrazione di perfezione mantenuta a ogni costo, anche se non rispecchiava la realtà emotiva. Una vita fatta di immagine, controllo e reputazione, dove ciò che contava non era tanto come si stava, ma come si appariva. Tralasciando il cuore del dibattito alla cronaca rosa, vale la pena chiederci: perché un genitore dovrebbe preferire una vita falsamente perfetta, alla verità? E, allargando lo sguardo: perché sentiamo il bisogno di apparire perfetti, soprattutto sui social? Alla base di questa tendenza ci sono diversi fattori psicologici intrecciati: un’autostima sempre più fragile e condizionata, una cultura che valorizza la performance sopra ogni cosa, la costruzione di un’identità che deve sembrare solida e vincente, e un bisogno profondo di appartenenza che ci protegga dal sentirci sbagliati, inadeguati o fallimentari.

Disclaimer: il contenuto di questo articolo non rappresenta in alcun modo un'analisi psicologica della famiglia Beckham nello specifico. Il suo scopo è fornire un quadro del tutto generale di come le dinamiche social possono influire a livello psicologico sui concetti di apparenza, autostima, validazione e identità di un individuo all'interno di un contesto sociale.

Come i social amplificano il valore dell’apparenza

Il caso Beckham ha acceso i riflettori su una dinamica che, in realtà, è molto più diffusa di quanto sembri. Secondo il racconto di Brooklyn, i genitori avrebbero sempre considerato prioritario mantenere un’immagine familiare impeccabile, anche a costo di negare o distorcere la realtà. Una facciata perfetta da difendere, una reputazione da preservare. Il figlio racconta di aver dovuto a lungo adattarsi a questa narrazione, diventandone parte integrante. Fino a quando il peso di sostenere un’immagine che non sentiva autentica è diventato ingestibile.

Ma questa dinamica non riguarda solo le famiglie famose. Oggi genitori, adulti, adolescenti e persino bambini condividono una generale tendenza a mostrarsi felici, uniti, realizzati. Questo ha effetti sugli altri utenti social, che possono arrivare a chiedersi: “Perché anche la mia vita non è così? Perché io non riesco ad essere felice come loro?”, con conseguenze che possono essere anche molto pesanti.

Il desiderio di apparire “a posto” non nasce con i social network. Anche prima esisteva la tendenza a nascondere i problemi, a minimizzare i conflitti, a raccontare versioni più edulcorate della realtà. I social, insomma, non creano il bisogno di apparire perfetti, ma offrono uno spazio in cui farlo diventa decisamente più semplice, in quanto si può selezionare cosa pubblicare e come, senza che molti abbiano accesso al “dietro le quinte”. Insomma, è più facile far sembrare la propria vita ciò che non è, se lo si vuole.

I social, inoltre, amplificano il valore dell'apparenza: non solo perché soltanto ciò che è visibile viene sottoposto a confronto, giudizio e classificazione, ma anche perché forniscono una metrica con cui misurare l'apparenza. Like, visualizzazioni, reazioni e interazioni rendono visibile il grado di approvazione ricevuta, creando un legame diretto tra immagine e valore personale. Questo meccanismo rafforza l’idea che mostrarsi perfetti possa essere necessario – o comunque possa essere una pratica scorciatoia – per sentirsi riconosciuti e appartenenti.

Infine, apparire è diventato così importante perché offre un’illusione di controllo in un contesto percepito come incerto. Se non possiamo controllare davvero ciò che accade nella nostra vita, possiamo almeno controllare come viene raccontata. L’immagine così diventa un modo per contenere l’ansia, tenere a distanza la vulnerabilità e proteggersi dal giudizio. In questo senso, la tirannia dell’apparenza non nasce dall’obiettivo di ingannare, ma dalla paura di non essere abbastanza, se visti per ciò che siamo realmente.

Il problema dell’autostima

Dal punto di vista psicologico, uno dei motori principali di questa dinamica è l’autostima, cioè la valutazione che diamo a noi stessi, il senso di valore personale che ci accompagna nella vita quotidiana.

Idealmente dovrebbe basarsi su una percezione interna di solidità, indipendente dallo sguardo altrui. Tuttavia, non è raro che l’autostima venga costruita in modo condizionato: valgo se ottengo approvazione, se performo bene, se ricevo conferme. In questo contesto, l’immagine che diamo di noi diventa fondamentale per sentirci “abbastanza”. Apparire perfetti diventa allora una strategia di compensazione: non tanto per ingannare gli altri, ma per proteggere un’immagine di sé già percepita come precaria.

Questo concetto si lega inevitabilmente con quello di appartenenza (belongingness),  uno dei bisogni psicologici fondamentali: essere accettati vuol dire essere al sicuro. Così, i social possono diventare per alcuni un termometro di accettazione: apparire giusti, vincenti, senza fragilità riduce il rischio di esclusione, giudizio e invisibilità. La perfezione non serve a distinguersi, ma a non essere rifiutati.

In questo scenario, like, commenti e visualizzazioni funzionano come micro-dosi di validazione esterna. Offrono un sollievo immediato (ma temporaneo), che spinge a reiterare il comportamento. Il valore personale viene legato a feedback esterni. A questo si aggiunge la paura della vergogna, un’emozione profondamente sociale. La vergogna non riguarda più ciò che facciamo, ma ciò che pensiamo di essere agli occhi degli altri. Controllare l’immagine significa, simbolicamente, controllare il giudizio. Da qui nasce l’illusione che, se l’immagine è perfetta, anche il valore personale lo sarà.

Cosa succede quando l’ideale di perfezione coinvolge i figli

Quando il bisogno di apparire perfetti coinvolge i figli, la dinamica si fa ancora più complessa e delicata. Dal punto di vista psicologico, i figli non sono vissuti solo come individui autonomi, ma spesso anche come una vera e propria estensione del Sé. Il loro comportamento, il loro successo o le loro difficoltà diventano implicitamente una misura del valore genitoriale.

In questo senso, il figlio smette di essere semplicemente “chi è” e diventa ciò che il genitore rappresenta agli occhi degli altri. Mostrare una fragilità (reale o percepita), un conflitto o una sofferenza del figlio può essere vissuto come una minaccia diretta all’immagine di sé: ammettere che qualcosa non funziona equivale, simbolicamente, ad ammettere di non essere stati abbastanza bravi, presenti o adeguati come genitori. Quando l’identità genitoriale è fortemente legata allo sguardo esterno, il figlio diventa una conferma continua di valore: se il figlio “funziona”, vuol dire che anche il genitore “funziona bene”; se il figlio mostra una crepa, l’intero equilibrio identitario vacilla.

Per questo, in alcune famiglie, la perfezione non è tanto un ideale educativo quanto una strategia difensiva: difendere l’immagine del figlio diventa difendere la propria. La narrazione perfetta non protegge davvero il figlio (anzi), ma l’identità emotiva del genitore. Mantenere una facciata impeccabile a scapito dell’autenticità diventa quindi un modo per evitare il contatto con sentimenti di vergogna, fallimento o inadeguatezza.

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