
Metafora e similitudine sono due figure retoriche che si usano comunemente per rendere i concetti più facili da capire attraverso delle immagini. Quando diciamo «sei una stella», invece di spiegare quanto qualcuno illumina la stanza, stiamo usando una metafora; se definiamo qualcun altro «sano come un pesce», stiamo usando una similitudine. Si tratta di due figure retoriche "cugine", ma con un piccolo segreto che le distingue: la similitudine esplicita il termine di paragone, usa "è uguale a/come/simile"; la metafora lo sottintende, senza dirlo chiaramente.
Similitudine: il paragone chiaro
Similitudine deriva dal latino similitudo, -dĭnis, che significa "simile". Abbiamo una similitudine quando il paragone è palese. Immagina di voler spiegare qualcosa di complicato: la similitudine ti aiuta dicendo "è come questo". Per crearla, si usano parole come: simile a, come ecc. Nella letteratura e nella musica italiana questa figura retorica è particolarmente usata, per esempio la ritroviamo in San Martino di Giosuè Carducci.
In questi versi il volo degli uccelli neri è paragonato ai pensieri malinconici che migrano al tramonto. Il "com’esuli" fa sentire la solitudine autunnale. Questa figura retorica è ampiamente attestata anche nella letteratura classica, come possiamo vedere nel Canto V dell'Odissea:
Qui la gioia del naufrago che vede la terraferma è paragonata a quella di Ulisse: il "come" rende l’emozione tangibile e amplifica il senso di disperazione. Ma l'efficacia espressiva della similitudine è tale che anche in musica gli esempi sono numerosi: ne ritroviamo una potente nel brano sanremese Cenere (2023), di Lazza, che nel ritornello inserisce l'espressione "Aiutami a sparire come cenere".
Metafora: il paragone sottinteso
La parola "metafora" deriva dal latino metaphŏra e dal greco μεταφορά, che significa letteralmente "trasferimento". Rispetto alla similitudine è più audace: evita di specificare il termine di paragone, fonde due piani di realtà diversi dicendo "è proprio questo". In altre parole, salta il "come" e crea immagini potenti e chiare senza bisogno di spiegarle. Nel sonetto 90 (RVF 90) del Canzoniere di Francesco Petrarca si legge:
L'autore utilizza "capelli d’oro" per parlare di capelli biondi e lucenti mossi dal vento. Non serve nessuna spiegazione: l’immagine parla da sola.
In Piccola stella senza cielo Ligabue usa la metafora per raccontare di una persona che brilla di luce propria, ma che non ha nulla intorno a sé che la sostenga davvero. Non c’è un “cielo” che la accolga. Questo fa sentire subito la sua fragilità, la sua solitudine, ma allo stesso tempo la rende unica e indimenticabile. La mancanza di quel cielo fa capire quanto sia speciale e vulnerabile allo stesso tempo. La metafora ci fa percepire tutto questo senza bisogno di spiegazioni.
Allo stesso modo, in La canzone del sole Lucio Battisti trasforma la persona amata in un sole vero e proprio. Non è solo una descrizione: è come se lei fosse davvero fonte di luce, calore e passione. Quando canta "Pensavo proprio che tu fossi il sole", tutti quei sentimenti (la gioia, il desiderio, persino la gelosia) si fondono in un’unica immagine potente e immediata. La metafora qui non lascia dubbi: la persona non è solo paragonata al sole, ma è il sole stesso, e l’effetto è così vivo che lo immaginiamo subito nella nostra mente.