
Mentre i Playoff NBA 2026 entrano nel vivo e tengono incollati allo schermo milioni di tifosi anche in Italia, abbiamo incontrato uno che quei Playoff li ha vissuti da protagonista e da campione. Marco Belinelli, unico italiano ad aver mai alzato il trofeo Larry O'Brien, ha appeso le scarpe al chiodo a 39 anni dopo una carriera lunga 13 stagioni in NBA e una chiusura in trionfo a Bologna, con due scudetti vinti con la maglia della Virtus.
Una storia che oggi rivive anche grazie a "The Basketball Dream", il documentario dedicato al suo percorso dal sogno di un bambino di San Giovanni in Persiceto (Bologna) fino all'anello vinto con i San Antonio Spurs. E proprio da quel sogno siamo partiti per farci raccontare cosa cambia davvero quando si entra nella seconda parte della stagione, dove l'intensità raddoppia: la preparazione del corpo, la gestione della mente, il peso della tecnologia, l'arte di sbagliare un tiro decisivo senza buttarsi giù.
Marco, partiamo da un'immagine. C'è un momento esatto in cui hai capito che i Playoff NBA erano un altro sport rispetto alla regular season?
L'ho proprio provato sulla pelle nei miei primi Playoff, con New Orleans contro i Lakers. In quella serie fui marcato da Ron Artest e tornavo a casa tutte le sere coperto di lividi. Non mi sono mai lamentato, anzi: avevo una gran voglia, fisica e mentale, di capire quale fosse veramente la differenza tra un Playoff NBA e tutto il resto.
Perché è lì che capisci che cambia tutto. Il gioco diventa molto più duro e ti viene negato in maniera totale ciò che sai fare bene: nel mio caso, le uscite dai blocchi, il tiro da tre. Quando pensi a giocatori clamorosi come Kobe Bryant o Michael Jordan, ciò che ti fa capire quanto sono forti è proprio che tra una partita di regular season e una di Playoff non senti la differenza nelle loro prestazioni, sono quasi inarrestabili nonostante tutte le difese e le preparazioni avversarie.
Hai giocato Playoff in entrambi i campionati. Qual è la differenza più grande tra un Playoff NBA e un Playoff in Italia?
Sono due cose molto diverse. In Italia le partite sono poche, e quando arrivano i Playoff li vivi con un'intensità particolare: c'è l'attaccamento alla maglia, alla società, ai tifosi, alla famiglia che ti viene a vedere. È una pressione molto emotiva. In NBA invece la stagione è lunghissima — 82 partite — e giochi ogni due-tre giorni. Lo stress è di un altro tipo, soprattutto fisico. Le partite di regular season le vivi con più leggerezza, salvi energie per dare tutto nei Playoff. Sono due fatiche completamente diverse.
Tra Gara 1 e Gara 2 passano 48 ore. Raccontaci la tua giornata-tipo dopo un match di Playoff: cosa mangiavi, come dormivi, quali tecnologie usavi sul corpo?
L'alimentazione è sempre importante, ma va modulata in base ai minuti che giochi. Siamo sempre stati seguiti da nutrizionisti, sia in NBA sia alla Virtus. La mia routine era fissa, mangiavo le stesse cose la sera prima e nel giorno della partita, dormivo 6-8 ore di notte e nel giorno della gara un'oretta di riposo pomeridiano. Poi una merenda prima del match per avere le energie giuste.
Dopo le partite, soprattutto nei Playoff, tantissimo stretching. Una preparazione mirata col preparatore fisico anche prima, perché con l'età avevo bisogno di più tempo per scaldare il corpo. Ma la cosa più importante era il massaggio muscolare subito dopo, e la vasca ad acqua fredda per 10-15 minuti, mi immergevo fino all'ombelico, ogni tanto un paio di minuti fino alle spalle. La sensazione era proprio quella di tornare fresco, già pronto per il giorno dopo, e mi aiutava anche mentalmente: era un momento per staccare.
Quanto pesa la tecnologia sul recupero e la gestione delle energie?
Tantissimo. Quando ho iniziato io non c'era questa evoluzione. Oggi tutto il pacchetto — alimentazione, terapie, crioterapia — mi ha dato la possibilità di ritirarmi a 39 anni. Prima i giocatori si ritiravano intorno ai 31-33.
Anche il modo di leggere le partite è cambiato: una volta si lavorava sulle sensazioni e sull'esperienza, oggi ogni movimento viene monitorato. Le statistiche avanzate hanno cambiato tutto, non guardi più solo i punti segnati, ma efficienza, spaziature, impatto difensivo. E gli allenamenti sono molto più personalizzati grazie ai dati. Negli ultimi anni indossavamo dei sensori sotto la maglietta (wearable, ndr) della partita: ti dicono in tempo reale quando fermarti e quando puoi ancora spingere. È la cosa che mi ha cambiato di più la carriera e mi ha permesso di riposarmi quando il fisico me lo chiedeva.
Quindi numeri, polmoni e gambe danno una grossa mano. Ma c'è una cosa che secondo me è ancora più importante: la testa. Se dovessi dare una percentuale, ai Playoff conta di più il corpo o la mente?
Entrambe le cose. La tecnologia ti dice quanto puoi spingere e quando rallentare, ma quando sei in campo è la testa a decidere. Tu vuoi dare il 100%, non vuoi mollare solo perché un dato ti dice "rallenta". La gestione mentale è la prima arma: se molla quella, ti rimane poco. Negli ultimi 5-6 anni in NBA c'era a disposizione un mental coach per questi aspetti, ma io sono sempre riuscito a restare lucido da solo.
A proposito di lucidità: tu sei stato spesso il tiratore che prendeva l'ultimo tiro. Quando ti capitava di sbagliare un tiro decisivo, avevi una routine, una parola, un gesto per resettare e passare all'azione successiva?
Ho avuto una grande dote nella mia carriera, ho sempre capito — non da piccolo, ma man mano che crescevo — che l'errore fa parte della vita e della pallacanestro. Se pensi troppo all'azione sbagliata, sei già in ritardo su quella successiva.
Nei finali punto a punto è una questione mentale, perché l'adrenalina sale, il cuore accelera, e devi restare lucido. Nella mia carriera ci sono stati tantissimi momenti di down: partite in cui non riuscivo a fare canestro, in cui affrettavo i tiri perché volevo sbloccarmi mentalmente. Ma ho sempre pensato avanti, non mi sono mai tirato indietro. Non ho mai avuto paura dei momenti negativi, perché sapevo che si combattono con il lavoro, la fiducia e le ripetizioni.
Hai appena nominato l'adrenalina. Riconosci, da dentro, la differenza tra l'essere carico al punto giusto e l'essere troppo nervoso?
Mi è capitato, soprattutto da giovane, di voler spaccare il mondo. Senti che la partita la vinci tu, vuoi tu la palla decisiva. Anche prima del match ti dici: "Questa è una finale, la sento moltissimo". In quei casi, più la senti, più — dal mio punto di vista personale — il risultato è scarso. Se invece affronti le partite, anche le più importanti, mantenendo sempre la stessa routine, alla lunga arrivi a una costanza di risultati positivi.
Detto questo, ci sono giocatori che hanno bisogno proprio di sentirsi vivi, di partire aggressivi, di avere tantissima adrenalina nel corpo. Esistono ed è normale che esistano.
Tutto questo ti ha portato a vincere l'anello NBA — l'unico italiano — e tre scudetti in Italia. Se dovessi descrivere quella sensazione con una parola, è impossibile?
Con una parola è molto complicato. Sono vittorie tutte speciali, ma io sono molto legato a Bologna: tornare dopo 13 anni di NBA e vincere lo scudetto con la Virtus, insieme a mia moglie, alla mia famiglia e ai miei amici, ha avuto un valore diverso da tante altre vittorie del passato.
L'NBA è stato il sogno di una vita. Da bambino guardavo le videocassette di Bulls, Lakers, Celtics, e ciò che mi è sempre rimasto impresso erano i festeggiamenti nello spogliatoio: l'attaccamento alla squadra, il sigaro della vittoria, la consegna dell'anello. Viverlo davvero con i San Antonio Spurs — il discorso di Pop (Gregg Popovich, ndr), tutta la famiglia che festeggia, lo champagne — è stato uno dei momenti più belli.
Nel famoso video in cui ti sei commosso dopo quella vittoria, cosa ti è passato davanti?
È stato un momento velocissimo in cui mi sono passati davanti tutti i momenti complicati, tutte le frasi e tutte le persone che non credevano in me. Ma alla fine, le critiche fanno parte del gioco, come le sconfitte e i tiri sbagliati. Sono tutte cose che, messe insieme, mi hanno fatto diventare la persona e il giocatore che sono stato.
Chiudiamo con un messaggio: a un ragazzino con il sogno di una carriera nel basket — il suo "Basketball Dream", che è poi il titolo del tuo documentario — cosa diresti?
Innanzitutto di avere pazienza, cosa che oggi molti giovani non hanno, perché vogliono tutto subito. E di continuare a lavorare: il talento conta, ma non basta. L'altra cosa importante è non smettere mai di divertirsi giocando, perché è la passione che ti permette di andare avanti anche quando il corpo è stanco e la testa è sotto pressione. E poi credere nei propri mezzi, anche quando gli altri non te lo fanno capire. Quindi: passione, pazienza, lavoro sodo.
