
Sono stati recuperati due dei quattro corpi dei sub italiani che hanno perso la vita durante un‘immersione alle Maldive: un team internazionale di sommozzatori – tra cui anche i tre sub finlandesi giunti appositamente sul luogo – sta lavorando per riportare in superficie tutti e quattro corpi delle vittime, rimaste incastrate a 60 metri di profondità (quello dell'istruttore Gianluca Benedetti, infatti, era già stato recuperato il giorno stesso dell'incidente) e localizzate ieri nel segmento più profondo della grotta di Thinwana Kandu, situata nell'atollo di Vaavu.
La missione prevede il recupero di soli due corpi nella giornata di oggi, 19 maggio, mentre domani gli esperti scenderanno in profondità per le restanti due vittime: l'operazione, infatti, è tecnicamente molto complessa e deve essere condotta in diverse fasi (ciascuna della durata massima di circa 3 ore) per garantire la massima sicurezza dei sub, soprattutto dopo la morte del soccorritore Mohamed Mahudhee a seguito dell’immersione.
Nel frattempo, resta ancora aperto il nodo delle cause di questa tragedia: come riportato a Geopop dal dott. Pasquale Longobardi (Direttore sanitario del Centro Iperbarico di Ravenna dal 1989 e Vice Presidente della Società Italiana di Medicina Subacquea ed Iperbarica, SIMSI), l'ipotesi più plausibile è che i 5 sub siano rimasti intrappolati nella grotta a causa delle forti correnti, che avrebbero creato una sorta di “effetto sifone” risucchiandoli all'interno del terzo settore della grotta. Da considerare, comunque, c'è anche la possibilità di un disorientamento: in questo caso, le cinque vittime potrebbero aver esaurito l'aria prima di trovare la via d'uscita.
Le operazioni di recupero dei sub italiani morti alle Maldive
Come confermato anche da DAN Europe, l'organizzazione che sta organizzando la missione, la procedura di recupero delle vittime rappresenta un'operazione estremamente complessa dal punto di vista tecnico, soprattutto se consideriamo che i quattro corpi sono rimasti intrappolati in fondo a un tunnel, nel segmento più profondo della grotta di Thinwana Kandu.
Ecco perché si è reso necessario l'intervento di sommozzatori esperti, dotati di un equipaggiamento in grado di raggiungere profondità anche oltre i 60 metri. Sul luogo, infatti, sono giunti i soccorritori finlandesi Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist, membri dell'organizzazione DAN Europe, che stanno affiancando le autorità e gli esperti locali.
Le operazioni di recupero sono iniziate ieri 18 maggio con una missione esplorativa, che ha portato alla localizzazione delle vittime: l'immersione tecnica nell’atollo di Vaavu è durata circa tre ore, durante le quali il team di specialisti ha esplorato il sistema di cavità sommerse, valutato le condizioni ambientali e raccolto le informazioni critiche necessarie per pianificare le prossime fasi.
Questa esplorazione iniziale è stata fondamentale, visto che il luogo dove si trovano le vittime presenta caratteristiche operative complesse: l’accesso alla cavità si trova a una profondità compresa tra i 55 e i 60 metri, mentre il sistema sommerso si sviluppa per centinaia di metri attraverso più camere e passaggi interni, con cunicoli e un forte rischio di sollevamento del sedimento, che potrebbe azzerare la visibilità. Tra l'altro, nonostante l’ingresso della grotta sia piuttosto spazioso e ampio (con il primo ambiente illuminato dalla luce), dalla seconda cavità i sub dovranno persino usare delle torce.
Per la giornata di oggi, 19 maggio, il piano prevedeva invece che i sommozzatori esperti di DAN Europe entrassero nelle grotte fino a raggiungere i corpi di due delle vittime e riportarli fuori dalla grotta: a quel punto, i sub della Guardia Costiera maldiviana avrebbero recuperato le due vittime da 30 metri portandoli fino a 7 metri di profondità, dove si sono svolte le ultime operazioni per portarli completamente in superficie.
Le attrezzature dei sommozzatori finlandesi per raggiungere i 60m di profondità
Come riportato da DAN Europe, i sommozzatori finlandesi – che nel 2018 avevano già partecipato al salvataggio dei ragazzi thailandesi rimasti intrappolati in una grotta – stanno utilizzando dei sistemi tecnici avanzati forniti dal Regno Unito e dall'Australia, tra cui rebreather a circuito chiuso e DPV (Diver Propulsion Vehicles, una sorta di scooter subacquei), utili per vincere eventuali correnti e risparmiare fatica e miscela respiratoria alla squadra di recupero.

In questo caso specifico è essenziale il rebreather, un sistema di immersione a circuito chiuso che ricicla il gas espirato dal subacqueo, rimuove l’anidride carbonica tramite un filtro assorbente e reintegra automaticamente l’ossigeno metabolizzato. È proprio questo sistema a consentire immersioni più lunghe, ma anche un consumo ridotto di gas e un controllo più preciso della miscela respiratoria, ottimizzando anche i tempi della decompressione (ovvero la lenta risalita durante la quale il sub deve fare delle soste per poter espellere i gas, principalmente azoto, che si sono accumulati nei tessuti ad alte pressioni).