
Da giorni sta facendo il giro del web la storia del cucciolo di macaco Punch, respinto dalla madre nello zoo di Ichikawa in Giappone, che ha sviluppato un profondo e – per noi – tenerissimo attaccamento a un peluche di scimmia fornito dal personale dello zoo. Un oggetto inanimato che però è diventato per lei qualcosa di molto di più: una presenza, un appiglio emotivo, quasi una relazione. Una vicenda che ha colpito per la sua tenerezza, ma che in realtà apre una finestra su qualcosa di molto più profondo: il bisogno di appartenenza, uno dei pilastri fondamentali della vita sociale, non solo delle scimmie, ma anche della nostra.
La storia del macaco Punch e del suo peluche
Tutto nasce da un video diventato virale, girato all’interno di una struttura zoologica di Ichikawa (nell’area metropolitana di Tokyo), in cui si vede un cucciolo di macaco di appena 6 mesi, chiamato Punch, all’interno di un ambiente controllato insieme ad altri individui della stessa specie. Nei primi mesi di vita, però, Punch viene respinto e abbandonato dalla madre. Un evento che, in natura, non è così raro se legato a diverse condizioni: stress cronico, difficoltà legate al parto, gruppi sociali artificialmente composti, madri primipare, carenze di apprendimento materno nelle generazioni precedenti o anche interferenze umane nelle prime fasi di costruzione del legame madre-cucciolo. Più che cercare una “colpa”, è importante capire cosa accade al piccolo quando questo legame viene meno.
Nel caso dei macachi giapponesi, il contatto fisico è centrale fin dalle prime settimane di vita: la relazione con la madre passa attraverso una prossimità costante, il grooming (pulizia reciproca) e l’apprendimento per osservazione all’interno di un gruppo sociale strutturato. Punch, non avendo accesso a queste esperienze fondamentali, inizia progressivamente ad essere marginalizzato anche dal resto del gruppo. Le interazioni si riducono, il contatto sociale si interrompe e il cucciolo resta sempre più isolato, fino a essere di fatto allontanato ed escluso del tutto.
A quel punto sono intervenuti i guardiani dello zoo, che hanno introdotto nell’ambiente una scimmia di peluche, come forma di arricchimento e conforto. È proprio qui che avviene la scena che ha compito milioni di persone: Punch inizia a tenere il peluche sempre con sé, lo abbraccia, lo stringe e lo utilizza come punto di riferimento nei momenti di solitudine. Con il supporto degli operatori e degli esperti, il cucciolo sta iniziando gradualmente un percorso di reinserimento nel gruppo. Una storia che, quindi, sembra avviarsi verso un lieto fine.
Perché il caso del cucciolo di scimmia in Giappone parla anche di noi
La vicenda di Punch ci illumina su due aspetti fondamentali, che riguardano non solo i macachi ma anche noi esseri umani: l’attaccamento e il bisogno di appartenenza.
Punch non ha sviluppato una relazione così intensa con il peluche perché pensa che sia vero, ma perché si attiva una risposta adattiva a una mancanza relazionale. Quando ci viene negata una relazione così importante, il nostro sistema emotivo non si spegne. Si adatta. Cerca sostituti. Si aggrappa (in questo caso letteralmente) a ciò che può. E questo, diciamoci la verità, ci risuona come familiare.
Il bisogno di appartenere a un gruppo è considerato un bisogno primario, al pari di mangiare e dormire. Dal punto di vista evolutivo è perfettamente logico: stare in gruppo aumentava la probabilità di sopravvivenza; garantiva sicurezza, cooperazione e riproduzione; inoltre, essere esclusi voleva dire essere esposti a maggiori pericoli, avere meno risorse e protezione.
Per molte specie sociali, infatti, tra cui anche la nostra, essere isolati significa entrare in una condizione di forte stress. Non è solo una questione emotiva: aumenta il livello di cortisolo (l’ormone dello stress) e attiva circuiti cerebrali simili a quelli del dolore fisico. Possono emergere comportamenti di compensazione, come l’attaccamento a oggetti che abbiamo visto in azione con Punch.
Per questo il nostro cervello si è evoluto per premiare la connessione sociale e soffrire l’isolamento. Lo vediamo continuamento anche nella nostra vita quotidiana: ci battiamo per essere accettati, per far parte di un gruppo, per non essere lasciati fuori.
Accanto a questo aspetto, c’è quello dell’attaccamento. D’altronde, lo psicologo britannico John Bowlby, lo aveva capito decenni fa: il legame con una figura di riferimento è una necessità biologica. Secondo lo psicologo, serve a una funzione fondamentale: fornire una base sicura. Cosa significa in concreto?
- Sapere che qualcuno è disponibile;
- Sentirsi protetti nei momenti di stress;
- Avere un punto da cui partire per esplorare il mondo.
In altre parole, l’attaccamento non serve solo a “stare meno soli”. Serve a costruire chi siamo, insieme al nostro senso di autostima, alla capacità di regolare le emozioni, a provare fiducia negli altri e persino a delineare nostra identità.
È per questo che non dovremmo stupirci quando ci sembra così difficile lasciare un partner anche se la relazione non funziona, o quando pur di non restare soli manteniamo legami che ci fanno soffrire, o anche quando creiamo legami virtuali che sembrano riempire un vuoto. Può non essere adattivo o funzionale, ma quanto meno comprensibile.
Non è solo insicurezza o debolezza. È anche biologia. Il cervello teme l’esclusione più di quanto ami la libertà.
Gli esperimenti di Harry Harlow
La storia di Punch, richiama immediatamente alla memoria gli esperimenti dello psicologo Harry Harlow. Nel 1958, Harlow aveva già osservato qualcosa di molto simile: nel suo celebre esperimento sui macachi rhesus, separò dei cuccioli dalla madre biologica e offrì loro due “madri surrogate”: una struttura in filo metallico che forniva latte, e una “madre” morbida rivestita in stoffa, senza nutrimento.
Il risultato fu sorprendente: i piccoli trascorrevano fino a 17-18 ore al giorno aggrappati alla “madre” di stoffa, cercandola soprattutto nelle condizioni di stress, mentre si avvicinavano alla struttura metallica per meno di un’ora complessiva al giorno (quindi solo per il tempo necessario ad alimentarsi). Oggi questi studi sono fortunatamente considerati inaccettabili, ma a quei tempi dimostrarono quanto l’attaccamento non dipenda sola dal nutrimento, ma dal contatto, dal conforto e dalla sicurezza emotiva.