pianta carnivora mano

Dimenticate dicerie e idee fantascientifiche legate a film: le piante carnivore non sono esseri dalle forme strane, né dei mostri mangiatori di uomini. Sono insolite, certo, ma non molto diverse dalle altre piante! Cosa e come mangiano quindi le piante carnivore?
In questo articolo vi racconteremo come si alimentano e quali sono le tecniche fatali che queste piante utilizzano abitualmente.

La dieta delle piante carnivore

Il termine "pianta carnivora", come possiamo immaginare, deriva dalla capacità di queste piante di nutrirsi di animali. Non aspettatevi grandi cose: non mangiano né la bistecca né il pollo al forno con patate, si nutrono piuttosto di piccoli artropodi.
Sono piante che, come tutte le altre, fanno la fotosintesi clorofilliana ma, come integrazione, si nutrono di mosche, grilli, piccoli ragni, zanzare e formiche. Questo singolare tipo di alimentazione è stato sviluppato per sopperire alla carenza di sostanze nutritive tipica di alcuni ambienti: visto che il suolo è molto povero, la pianta dovrà integrare azoto, fosforo e potassio per vie alternative e, in questo caso, nutrendosi di insetti.

pianta carnivora

La varietà di piante carnivore presenti nel mondo è piuttosto vasta, così come la diversità nelle dimensioni, nelle forme, nei colori e nelle tecniche di caccia e digestione delle prede. All'interno di questo gruppo troviamo poco meno di 700 specie adattate a vivere in ambienti poveri e a basso contenuti di nutrienti come paludi, corsi d'acqua, foreste e siti sabbiosi o rocciosi. Le possiamo trovare in tutti i continenti tranne l'Antartide e sì, se ve lo stavate chiedendo anche in Italia! Sono piante molto poco conosciute e apprezzate solamente da pochi botanici, scienziati e coltivatori di nicchia che si occupano di coltivarle e studiarle da vicino.

Le tecniche di cattura

La peculiarità di queste piante sono certamente le trappole per la cattura degli insetti che variano in forma, tipo e funzionamento. Diciamo però che in genere quasi tutte le piante carnivore si basano su un "effetto sorpresa" di tipo meccanico che permette alla pianta di muoversi e far prigioniere le proprie prede. Non solo, sono piante "furbe" che producono fiori e foglie dai colori sgargianti, nettare e succhi zuccherini che ingannano diversi tipi di insetti, volanti e non.
La fase successiva alla cattura è quella della digestione che avviene tramite enzimi digestivi prodotti direttamente dal vegetale.
Ciò che resta dell'animale digerito è solamente lo scheletro esterno che verrà sputato dalla pianta, non essendo essa in grado di assimilarlo. Solo alcune specie riescono a produrre acidi talmente forti da decomporre interi animali (che possono, di fatto, nutrirsi anche di piccoli vertebrati).

Quali sono le principali trappole usate dalle piante carnivore? Ecco a voi le 4 principali categorie, di cui riporteremo un esempio per tipo.

 1) Trappole a cerniera

venere acchiappamosche

La specie Dionaea muscipula, per gli amici la Venere acchiappamosche, è probabilmente la pianta carnivora per eccellenza. La Venere possiede una trappola a cerniera costituita da due lobi fogliari dentellati posti l'uno di fronte all'altro che ricordano una bocca dai denti aguzzi. Queste sue particolari strutture vengono tenute aperte e immobili in attesa che un insetto vi si poggi sopra. Vuoi per i suoi colori che attirano gli insetti, vuoi per natura, quando una mosca ignara sfiora la porzione interna della bocca…Gnam! La trappola si chiude a scatto imprigionando l'insetto che non ha più via d'uscita.

2) Trappole ad ascidio

nephentes pianta carnivora

Un altro metodo di cattura è quello tipico del genere Nepenthes, a cui appartengono piante carnivore tipiche di Indonesia, Malesia e Filippine. Si tratta di specie in grado di raggiungere dimensioni cospicue, ma mai tanto da digerire cani e gatti come si sente dire in giro. Occhio alla bufala!
La loro peculiarità sono le grandi foglie modificate arrotolate su sé stesse a formare delle sacche dotate di una sorta di tappo. Queste, chiamate ascidi, sono appese e piene di liquido digestivo che uccide e assimila la preda. Possiamo ben immaginare cosa accade: non appena la preda entra nel boccale aperto viene intrappolata al suo interno, non riuscendo più ad uscire a causa delle pareti interne scivolose. Ops!

3) Trappole aspiranti

urticularia vulgaris

Le piante del genere Utricularia sono principalmente acquatiche e di piccole dimensioni e hanno l'aspetto tutt'altro che terrificante. Sembrano degli innocui muschi dai fiori sgargianti, ma in realtà possiedono delle trappole subacquee molto furbe. La tipica trappola di queste specie è data da piccole vescicole che, tramite un meccanismo piuttosto complesso, risucchiano l'acqua e le prede. Quando un piccolo organismo urta la pianta, le vescicole cave si aprono e, nel giro di meno di un secondo, la corrente generata dall'apertura del canale attira l'organismo a sé. Gli animali (principalmente crostacei, molluschi, girini, larve o protozoi) vengono quindi risucchiati, richiusi al suo interno e digeriti.

4) Trappole a colla

Le piante carnivore del genere Drosera possiedono delle speciali trappole appiccicose che incollano gli insetti che vi si posano sopra. La Drosera indica ad esempio ha lunghe foglie modificate che si distribuiscono verticalmente come tentacoli, sulla cui superficie tanti piccoli peli rilasciano una sostanza appiccicosa sotto forma di gocce. Gli insetti, attratti dal luccichio delle gocce di "colla" e dal suo odore che ricorda il nettare, si posano sulla pianta e, ahimè, rimangono incollati. Attraverso degli stimoli meccanici la pianta arrotola la preda come un involtino, portandola alla base dei tentacoli per essere digerita. A questo punto la pianta inizierà a secerne gli enzimi e darà inizio al banchetto. Bon appétit!

Bibliografia
Associazione Italiana Piante Carnivore
Hedrich, Rainer, and Kenji Fukushima. "On the origin of carnivory: molecular physiology and evolution of plants on an animal diet." Annual review of plant biology 72 (2021): 133-153.
Ellison, Aaron M., and Lubomír Adamec, eds. Carnivorous plants: physiology, ecology, and evolution. Oxford University Press, 2018.

Articolo a cura di
Nicole Pillepich