
L’ossimoro è una figura retorica che accosta due parole o idee di significato opposto. Alcuni esempi? Silenzio assordante, brivido caldo, morto vivente. Il contrasto, solo in apparenza inconciliabile, produce un’espressione più intensa e capace di suggerire un significato nuovo. Il termine deriva dal greco oxýmōron, formato da oxýs ("acuto") e mōrós ("ottuso, stolto"): già la parola contiene in sé l’unione di due concetti contrari. L’ossimoro nasce proprio da questo accostamento: due elementi che sembrano escludersi vengono messi uno accanto all’altro. Il risultato è un effetto di sorpresa che invita a soffermarsi sul senso complessivo dell’espressione.
A cosa servono gli ossimori e perché si usano
Nella maggior parte dei casi l’ossimoro è composto da due termini consecutivi, spesso un aggettivo e un sostantivo come in "ghiaccio bollente", oppure da due parole legate tra loro da un rapporto diretto. L’unione degli opposti fa si che l’espressione diventi più incisiva e riesca a comunicare sfumature di significato difficili da rendere con una formulazione lineare. Per questo motivo l’ossimoro è frequente nella poesia e nella narrativa, ma compare anche nel linguaggio di tutti i giorni, soprattutto quando si vuole esprimere uno stato d’animo complesso o una situazione ricca di tensioni contrastanti. Un esempio efficace è "silenzio assordante". Letteralmente è una contraddizione, perché il silenzio non produce suono; in senso figurato, però, descrive un silenzio così carico di tensione o di emozione da risultare quasi opprimente.
Altre espressioni molto diffuse sono:
- Ghiaccio bollente
- Dolce amarezza
- Lucida follia
- Illustre sconosciuto / illustre sconosciuta
- Realtà virtuale
- Eterna fugacità
In tutti questi casi, il contrasto tra i termini non crea confusione, ma rafforza il significato, rendendolo più preciso e suggestivo.
L'ossimoro nella letteratura italiana
Nella letteratura italiana l’ossimoro diventa spesso uno strumento per raccontare emozioni e realtà che non si lasciano spiegare in modo lineare. Dante, all’inizio dell’ultima preghiera del Paradiso, si rivolge a Maria chiamandola "Vergine Madre" (Divina Commedia, Paradiso, XXXIII, vv. 1–2): due parole opposte che esprimono in forma semplice e potente il mistero della sua figura.
Anche Petrarca affida al contrasto la descrizione dei conflitti interiori dell’amore e scrive: "E nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio" (Canzoniere – Rerum Vulgarium Fragmenta, sonetto CXXXIV, Pace non trovo e non ho da far guerra), dando voce a quella sensazione di vuoto e pienezza che convivono nello stesso momento.
In Pascoli l’ossimoro diventa immagine: la "bianca oscurità" (Notte di neve) restituisce l’atmosfera sospesa di un paesaggio innevato, dove la luce della neve e il silenzio della notte creano uno spazio quasi irreale. D’Annunzio parla invece di "questa concordia discorde" (Undulna, in Alcyone), un’espressione che racconta un’armonia costruita proprio sull’incontro di elementi diversi e in tensione.
Nel Novecento, Quasimodo scrive "bruciano di neve" (Lettera alla madre, in La vita non è sogno, 1949): il freddo diventa fuoco e l’immagine rende concreto il dolore della distanza e della memoria. In tutti questi testi, l’ossimoro non è un semplice effetto stilistico, ma un modo diretto e immediato per dare forma alla complessità dell’esperienza umana.
Differenza rispetto all’antitesi
L’ossimoro è vicino all’antitesi, ma le due figure non coincidono. Nell’antitesi i concetti opposti compaiono separati all’interno della frase, come in: "amo e odio questa città". Nell’ossimoro, invece, i contrari sono fusi in un’unica espressione compatta, come "dolce amarezza" o "odio amoroso". Si può quindi considerare l’ossimoro una forma concentrata di antitesi: il contrasto è ridotto a poche parole, ma proprio per questo risulta più immediato ed efficace.