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8 Marzo 2026
6:00

Decreto Flussi 2026: perché solo 8 su 100 ottengono il visto per lavorare in Italia

Secondo il Rapporto Ero Straniero 2026 il sistema di immigrazione attuale non soddisfa più esigenze lavorative delle imprese italiane e favorisce l’irregolarità.

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Decreto Flussi 2026: perché solo 8 su 100 ottengono il visto per lavorare in Italia
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C’è chi aspetta per mesi una risposta, chi perde un’opportunità di lavoro, chi rinuncia. In Italia, ottenere un visto per lavorare è un percorso a ostacoli che solo pochi riescono a completare. A raccontarne i numeri è il nuovo rapporto sul Decreto Flussi 2026 di Ero Straniero, la campagna nata nel 2017 per imporre nel dibattito pubblico una riforma sull’immigrazione regolare in Italia. Secondo l’associazione solo 8 persone su 100 al dicembre 2025 sono riuscite a completare tutta la procedura per poter lavorare regolarmente all’interno dei nostri confini. Un dato che racconta le difficoltà burocratiche e regolatorie che si trascinano dai primi anni 2000, fin da quel sistema regolarizzato dal Testo Unico dell’immigrazione del 98 e poi dalla Bossi Fini del 2002.

Solo 8 su 100 ottengono il visto di lavoro: il sistema di immigrazione in Italia

L’obiettivo di queste due leggi era quello di legare l’arrivo in Italia di una persona straniera – e concedere di conseguenza un visto – a un contratto di lavoro. Ma nel nostro Paese, costellato di piccole e medie imprese, gli imprenditori hanno bisogno di competenze e di conoscere la persona che stanno assumendo. Si è creato quindi un sistema alternativo per cui le persone entrano in Italia con un visto turistico e poi restano irregolari per molto tempo fino a quando l’imprenditore non riesce – se ha l’intenzione di farlo – a partecipare al click day che dura pochi giorni e regolarizzare tramite una lunga procedura il lavoratore.

Fino agli anni '80 l’Italia era un Paese di emigrazione, quindi, non c’era una legge che regolarizzava il fenomeno contrario. La prima fu la Legge Foschi (1986), che interveniva principalmente sul lavoro degli stranieri già presenti, introducendo tutele contro lo sfruttamento e una prima regolarizzazione.

Nel 1990 arriva la Legge Martelli (L. 39/1990), primo vero tentativo di sistematizzazione: introduce quote di ingresso, regola il diritto d’asilo (superando la “riserva geografica”, il diritto di asilo veniva esteso a chiunque), disciplina espulsioni e permessi di soggiorno e prevede una grande regolarizzazione. Tuttavia, la gestione resta frammentata e poco coordinata.

Dal modello Turco-Napolitano alla stretta Bossi-Fini: come cambia l’ingresso regolare

Negli anni ’90 l’aumento dei flussi migratori, anche dai Balcani e dall’Est Europa, rende evidente la necessità di una legge più completa. Si arriva così al Testo Unico sull’Immigrazione del 1998 (Turco-Napolitano), che riordina tutta la materia in un unico corpo normativo, introduce la programmazione annuale dei flussi e struttura in modo più chiaro il sistema di permessi, controlli e integrazione. L’impianto del 1998 cercava un equilibrio tra controllo degli ingressi e politiche di inclusione, prevedendo anche centri di permanenza temporanea per chi era in posizione irregolare e procedure di espulsione amministrativa.

Con la Legge 189/2002 (Bossi-Fini) l’impostazione è diventata più restrittiva. L’ingresso per lavoro è stato subordinato in modo più rigido all’esistenza preventiva di un contratto (contratto di soggiorno) e alla chiamata nominativa del datore di lavoro. È stato rafforzato il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, ridotti i margini di regolarizzazione successiva e irrigidite le norme su espulsioni e trattenimenti. In sostanza, si è consolidato un modello in cui l’ingresso regolare è possibile quasi esclusivamente attraverso quote programmate e con un lavoro già garantito dall’estero. Questa legge era anche figlia di quei tempi, di un’immigrazione che era principalmente economica e differente da quella emergenziale degli ultimi 15 anni, legata ai cambiamenti climatici e alle guerre.

Click Day e decreto flussi 2026: come funziona oggi l’ingresso regolare per lavoro in Italia

Oggi l’ingresso per lavoro dei cittadini extra-UE avviene principalmente tramite il decreto flussi annuale, che stabilisce un numero massimo di lavoratori ammessi (subordinati, stagionali, autonomi) in specifici settori. Le domande vengono presentate online dai datori di lavoro in giornate e orari stabiliti: il cosiddetto “click day”. Le istanze vengono esaminate in ordine cronologico entro i limiti delle quote stabilite dal decreto. Se la domanda rientra nei numeri programmati, lo Sportello unico per l’immigrazione rilascia il nulla osta al lavoro e lo trasmette alla rappresentanza diplomatica italiana nel Paese di origine, che a sua volta valuta il rilascio del visto. Ottenuto il visto, il lavoratore o la lavoratrice può entrare in Italia e, entro 15 giorni, deve sottoscrivere il contratto di soggiorno presso la prefettura; solo a quel punto può richiedere il permesso di soggiorno per lavoro, titolo che consente di vivere e lavorare regolarmente nel Paese.

Negli ultimi anni le quote sono state aumentate per rispondere alla carenza di manodopera in settori come edilizia, agricoltura, turismo e assistenza familiare, ma il meccanismo del click day resta criticato perché favorisce chi è più rapido nella procedura informatica piuttosto che una reale selezione basata sul fabbisogno effettivo. Di fatto, il sistema attuale continua a muoversi dentro l’impianto della Bossi-Fini.

Perché il lavoro stagionale funziona più del subordinato nel sistema dei flussi

Come abbiamo già detto questo sistema intensifica gli arrivi irregolari e la partecipazione al click day per soggetti che sono già da diverso tempo in Italia: nel report Ero Straniero 2026 vengono messi a confronto i contratti di soggiorno effettivamente sottoscritti con le quote disponibili nei tre canali previsti – lavoro stagionale, lavoro non stagionale e lavoro domestico e socio-sanitario – ed emerge un dato ormai strutturale: lo stagionale funziona meglio del subordinato “classico”.

Il lavoro stagionale è diventato nel tempo il canale più efficace perché si fonda su relazioni già esistenti: il datore di lavoro conosce la persona, spesso la richiama anno dopo anno, e la procedura amministrativa diventa la formalizzazione di un rapporto che di fatto è già rodato. La dinamica cambia radicalmente quando si tratta di assumere dall’estero una persona mai incontrata prima. In quel caso il meccanismo dei flussi non facilita un incontro, ma prova a organizzarlo ex ante, e l’incertezza si traduce in un tasso di successo più basso.

Il legame tra conoscenza diretta e riuscita della procedura è ancora più evidente nel settore dell’assistenza alla persona. Qui il tasso di finalizzazione è nettamente superiore rispetto ad altre tipologie di lavoro, perché affidare la cura di un familiare non è una scelta che si basa solo su requisiti formali, ma su un rapporto personale. Non a caso molte famiglie utilizzano i flussi per stabilizzare una situazione già esistente: regolarizzare lavoratrici e lavoratori con cui avevano avviato un rapporto informale, spesso reso tale dall’assenza di un titolo di soggiorno o dall’impossibilità di regolarizzare chi si trova già sul territorio in condizione irregolare o con un permesso temporaneo.

Decreto Flussi 2025: controlli rafforzati su Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka e Marocco

Quest’anno rispetto agli scorsi c’è stata una novità importante nel decreto flussi, ovvero il monitoraggio per il rilascio dei nulla osta da parte della Questura e Ispettorato del Lavoro per alcuni Paesi considerati a rischio – Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka e, in un secondo momento, Marocco. Secondo il legislatore questi Paesi sono “caratterizzati da elevato rischio di presentazione di domande corredate da documentazione contraffatta o priva dei requisiti previsti dalla legge”. Questo ha avuto due conseguenze, una correlata all’altra: molte domande sono scadute per allungamento dei tempi e di conseguenza sono stati tagliati migliaia di posti di lavoro.

Ricordiamo che queste nazionalità sono le protagoniste dei flussi di immigrazione nel nostro Paese.  Nel 2024, insieme, questi quattro paesi rappresentavano quasi il 73% delle domande in ingresso e quasi una domanda su due è stata presentata per manodopera dal Bangladesh.

Le proposte per superare il click day e riformare l’immigrazione regolare

Il report Ero Straniero propone di superare la rigidità del sistema dei flussi attraverso una riforma organica fondata su canali più flessibili e aderenti alla realtà del mercato del lavoro, con l’obiettivo di favorire un incontro effettivo tra domanda e offerta e ridurre il rischio di irregolarità. Le principali soluzioni indicate sono:

  • Assunzione diretta “a chiamata” extra-quote: possibilità per il datore di lavoro di assumere dall’estero senza limiti di quote annuali e senza finestre temporali, in base ai bisogni concreti dell’impresa o della famiglia.
  • Permesso per ricerca lavoro con sponsor: ingresso per un anno di lavoratori selezionati nei Paesi di origine tramite soggetti garanti (agenzie, associazioni, università, sindacati), per facilitare l’inserimento nel mercato.
  • Permesso per ricerca lavoro su iniziativa individuale: richiesta diretta del visto per cercare lavoro in Italia per un periodo limitato, con garanzie economiche e possibilità di conversione in permesso per lavoro.
  • Regolarizzazione su base individuale: canale permanente per chi è già in Italia senza documenti ma ha un contratto di lavoro.
  • Permesso per radicamento sociale: titolo biennale rinnovabile per persone stabilmente integrate, sul modello dell’“arraigo social” spagnolo.

L’idea di fondo è superare la logica emergenziale e burocratica a una struttura di immigrazione stabile, programmabile e più coerente con le dinamiche reali del lavoro e del bisogno delle aziende.

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