
Mentre la frana di Niscemi prosegue, con nuovi cedimenti e recente il crollo di una palazzina di tre piani, in Italia si è riaccesa l’attenzione sulla fragilità del territorio rispetto ai fenomeni franosi. La naturale tendenza dei terreni a scivolare verso nuove condizioni di equilibrio rende indispensabile individuare strumenti e strategie capaci di ristabilire la sicurezza, soprattutto nelle aree a elevato rischio. Il problema, tuttavia, è che i segnali di innesco di una frana sono spesso invisibili nelle fasi iniziali e diventano percepibili solo quando il movimento ha già raggiunto velocità tali da rendere il processo sostanzialmente irreversibile.
In questo articolo riflettiamo su come sia possibile prevedere e monitorare i movimenti franosi e quali strumenti oggi consentano di valutare in anticipo le condizioni di rischio. Nel frattempo, nella cittadina del nisseno sono state riaperte le scuole, alla presenza anche di un team di psicologi, mentre la Protezione Civile ha confermato che la frana è ancora in movimento, anche se la velocità sta rallentando.
Cosa si intende per frana
Per frana si intende il movimento di un volume instabile di terreno che, superate certe condizioni limite, entra in una dinamica di collasso, ovvero esibisce spostamenti elevati, tali da ridisegnare le condizioni geomorfologiche presenti. Dal punto di vista geotecnico, si parla di frana quando si formano vere e proprie superfici di scorrimento all’interno della massa di terreno: non ogni deformazione del suolo, quindi, rappresenta automaticamente una frana. Il movimento diventa tale solo se la massa instabile si muove perché le forze motrici superano le forze resistenti.
In parole semplici, un versante scivola quando la spinta verso valle – dovuta al peso dei terreni e di tutto ciò che vi grava sopra – diventa maggiore della capacità del terreno stesso di opporsi al movimento. Una rappresentazione semplificata di questo principio è il classico problema fisico della massa che scivola su un piano inclinato. La massa si muove solo se la componente della forza peso lungo il piano supera la forza resistente, dipendente dal coefficiente di attrito tra blocco e piano. Se la forza motrice è maggiore della forza resistente, il blocco scivola inesorabilmente. Nella realtà, però, il comportamento di un pendio è molto più complesso, per diverse ragioni:
- Il terreno è un materiale eterogeneo e stratificato, con proprietà variabili da uno strato all’altro.
- Le superfici di scorrimento possono essere curve, aumentando la complessità fisica del problema rispetto al semplice piano inclinato.
- Il terreno può opporre resistenza non solo per attrito, ma anche grazie a una componente coesiva, presente specie nelle terre fini.
- La stabilità è fortemente influenzata dalle condizioni idrauliche, in particolare dalla pressione interstiziale dell’acqua, che può ridurre drasticamente la resistenza del terreno.
La classificazione scientifica più utilizzata è quella di Varnes (1978), che distingue i fenomeni franosi in base al tipo di movimento e al materiale coinvolto: si può infatti declinare il termine frana in Crollo, Ribaltamento, Scorrimento (traslazionale o rotazionale) e Colamento.
Come si monitora un movimento franoso?
Il monitoraggio delle condizioni di stabilità di un pendio può essere affrontato in due modi tra loro complementari: analisi geotecnica con modellazione e monitoraggio strumentale del sito.
Approccio analitico
Consiste nella modellazione geomeccanica del versante, basata su una ricostruzione accurata della stratigrafia, la definizione delle proprietà meccaniche dei terreni e l'analisi delle condizioni idrauliche, inclusi i livelli di falda e l'eventuale presenza di moti di filtrazione. Il risultato principale di queste valutazioni è il Fattore di Sicurezza (FS), un valore che misura quanto un versante sia stabile sotto diversi carichi, sia naturali (come sismi o piogge intense), sia antropici (come il peso di edifici o infrastrutture). Un FS basso indica che il pendio è vicino alla condizione di equilibrio limite e che questa potrebbe evolvere verso l'instabilità.
Monitoraggio strumentale
Il monitoraggio in sito è essenziale per individuare in anticipo movimenti anche minimi e variazioni nelle condizioni idrogeologiche. Le principali tecnologie utilizzate sono:
- Inclinometri ed estensimetri, che misurano rispettivamente variazioni angolari e spostamenti in profondità. Permettono di individuare le famigerate superfici di scorrimento e di monitorare la velocità di deformazione, fondamentale per valutare la pericolosità temporale della frana.
- GPS ad alta precisione, droni e fotogrammetria, che consentono di rilevare spostamenti millimetrici nel tempo, fondamentali nei movimenti lenti o diffusi.
- Radar interferometrici satellitari (InSAR), che confrontano immagini satellitari acquisite in tempi diversi per rilevare deformazioni del suolo con precisione sub‑millimetrica. Sono strumenti potentissimi per versanti estesi o difficilmente accessibili.
- Piezometri, sono strumenti che registrano la pressione interstiziale dell’acqua, parametro determinante nel controllo dell’insorgenza o accelerazione dei movimenti franosi.
Nelle fasi avanzate, tuttavia, una frana può manifestarsi anche visivamente attraverso rigonfiamenti, avvallamenti, inclinazioni anomale di alberi o pali e fuoriuscite improvvise di acqua.
NDE: qui alcune infografiche/mappe ispra > https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2018/ispra-aggiorna-la-mappa-nazionale-del-dissesto-idrogeologico-nel-91-dei-comuni-italiani-oltre-3-milioni-di-famiglie-residenti-in-zone-a-rischio
Cosa sono le mappe ISPRA
In Italia, il riferimento nazionale per la catalogazione dei fenomeni franosi è il Progetto IFFI – Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia, sviluppato da ISPRA in collaborazione con le Regioni. Le mappe IFFI permettono di identificare tutte le frane censite, conoscerne la tipologia, l'estensione e lo stato di attività. Inoltre, queste mappe consentono di valutare la pericolosità geologica e idrogeologica, supportando la pianificazione urbanistica, la progettazione e la protezione civile. Secondo ISPRA, oltre il 90% dei Comuni italiani è esposto a rischio idrogeologico, e sul territorio nazionale sono censite oltre 620.000 frane.
L’Italia è uno dei Paesi europei più vulnerabili, sia per le sue condizioni geologiche intrinseche sia per la pressione antropica e l’uso del suolo. Consultabili online, le mappe IFFI rappresentano uno strumento fondamentale per cittadini, tecnici e amministrazioni, poiché permettono di valutare in anticipo la pericolosità di un’area e orientare scelte consapevoli nella gestione del territorio.