
Da mesi la strada diplomatica tra Washington e Teheran non produce risultati concreti. Le condizioni poste dagli Stati Uniti all'Iran sono molto restrittive, mentre l'Iran nega persino di avere avuto negoziati diretti con gli americani. Il blocco dello stretto di Hormuz persiste, mettendo a rischio la filiera energetica globale. Per questo motivo il presidente americano Donald Trump sta minacciando operazioni militari via terra in Iran. Non si parla di invadere l'intero Paese ma di operazioni mirate su obiettivi specifici, tra cui Kharg Island, uno dei centri nevralgici petroliferi ed economici dell'Iran. Ma un'invasione USA in terra iraniana non sarebbe affatto semplice da gestire da un punto di vista strategico. Vediamo insieme il ruolo di Kharg Island e i 7 problemi principali che potrebbero incontrare gli USA decidendo di attaccare via terra l'Iran.
- 1Cos'è Kharg Island e perché è strategica per l'Iran
- 2Problema #1: La geografia dell'Iran
- 3Problema #2: Mantenere l'occupazione dell'isola
- 4Problema #3: I costi economici e umani di un'operazione via terra
- 5Problema #4: La politica interna iraniana
- 6Problema #5: I precedenti storici: Afghanistan e Iraq
- 7Problema #6: La sorveglianza del programma nucleare iraniano
- 8Problema #7: L'assist alla Cina
Cos'è Kharg Island e perché è strategica per l'Iran
Kharg Island è una piccola isola nel Golfo Persico (poco più di 22 chilometri quadrati) a circa 25 miglia dalla costa iraniana. Da questa isola transita la grande maggioranza dell'export di petrolio greggio dell'Iran verso i mercati globali: secondo alcune stime, anche l'80-90%. Il motivo è tecnico: i fondali attorno all'isola sono abbastanza profondi da permettere l'attracco diretto delle grandi petroliere, mentre gran parte della costa iraniana del Golfo Persico non offre questa possibilità. Kharg è stata progettata negli anni '60 e '70 proprio per massimizzare velocità e volume delle esportazioni di greggio.
Ma Kharg Island non è l'unica via d'uscita del petrolio iraniano. Durante la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, gli iracheni bombardarono ripetutamente Kharg cercando di metterla fuori servizio, senza riuscirci. A seguito di ciò, l'Iran ha costruito un oleodotto alternativo che costeggia tutta la costa meridionale del paese fino al porto di Jask, nell'estremo sud-est del Paese, oltre lo Stretto di Hormuz, quindi fuori dalla zona di crisi. Questo significa che occupare o bombardare Kharg non chiuderebbe il rubinetto del petrolio iraniano: lo ridurrebbe soltanto.
È pur vero che controllare Kharg significa aumentare la pressione economica sul regime iraniano, circostanza che favorirebbe l'accelerazione di un negoziato. Ma nella pratica funzionerebbe? Abbiamo individuato i problemi. E sono almeno sette.
Problema #1: La geografia dell'Iran
La geografia dell'Iran lo rende una sorta di “fortezza naturale” difficile da invadere. La catena degli Zagros percorre il paese da nord-ovest a sud-est per oltre 1.500 km, con creste che superano i 3.000 metri. A nord c'è l'Alborz, che chiude il fianco sul Mar Caspio con picchi che sfiorano i 5000 metri. Tra queste due catene si estendono altipiani aridi e due dei deserti più ostili del pianeta: il Dasht-e Kavir e il Dasht-e Lut.
Su questa conformazione i Pasdaran hanno costruito tutta la loro strategia militare: reti di tunnel sotterranei, siti missilistici interrati, depositi distribuiti difficilmente localizzabili dall'alto. Un'operazione terrestre in profondità richiederebbe risorse enormi solo per garantire le linee di rifornimento, prima ancora di ingaggiare qualsiasi obiettivo.
Non mancano i precedenti. Nel 1980, per esempio, Saddam Hussein attaccò il sud-ovest dell'Iran puntando a una rapida penetrazione del territorio. Il risultato fu una guerra di trincea durata 8 anni, con perdite enormi da entrambe le parti e nessun obiettivo strategico raggiunto.
Problema #2: Mantenere l'occupazione dell'isola
Kharg Island si trova nel nord del Golfo Persico, a 480 km di chilometri dallo Stretto di Hormuz. Per raggiungerla via mare esistono due opzioni radicalmente diverse. La prima è forzare lo Stretto e risalire il Golfo verso nord: è la rotta diretta, ma significa operare sotto fuoco potenziale per tutto il percorso, in un corridoio controllato dalle coste iraniane. La seconda è usare la penisola arabica come base di retroterra, evitando Hormuz del tutto: logisticamente più sicura, ma richiederebbe il consenso esplicito di Arabia Saudita o Kuwait, paesi che stanno cercando con molta cura di restare fuori dal conflitto.
E anche arrivati a destinazione, il problema non è prendere l'isola: è tenerla. Kharg dista 25 km dalla costa iraniana, ampiamente entro la portata di missili, droni e artiglieria costiera. Un contingente di tremila uomini si troverebbe in una posizione esposta, circondata da acque minate, raggiungibile 24 ore su 24 senza possibilità di nascondersi o manovrare.
Problema #3: I costi economici e umani di un'operazione via terra
L'Iran per gli attacchi utilizza droni Shahed che costano decine di migliaia di dollari. Per abbatterli, gli Stati Uniti impiegano intercettori che possono costare anche centinaia di migliaia di dollari l'uno. Questo significa che abbattere un drone iraniano costa molto più di quanto spende l'Iran per lanciarlo, senza contare che l'Iran può produrre droni molto più velocemente di quanto gli Stati Uniti riescano a produrre intercettori.
Da questo punto di vista, le truppe di terra potrebbero servire a spostare l'ago della bilancia economica, assorbendo parte del logoramento che altrimenti consumerebbe sistemi d'arma costosi. Se da un lato questa logica riduce il costo tecnologico della guerra, dall'altro ne aumenta significativamente il costo umano e politico, che storicamente – soprattutto in caso di un conflitto prolungato – è molto più difficile da sostenere.
Problema #4: La politica interna iraniana
Un'occupazione fisica anche solo di un territorio piccolo come Kharg Island fornirebbe al governo di Teheran una narrazione potentissima sul piano interno: invasione straniera, furto delle risorse nazionali, difesa della patria. È esattamente il tipo di messaggio che storicamente compatta le popolazioni attorno ai governi in carica, anche quelli che in tempo di pace godono di scarso consenso. Un'operazione di questo tipo, anche se pensata per indebolire il regime, potrebbe quindi paradossalmente rafforzarlo sul piano della legittimità interna. È uno dei rischi che gli analisti citano con più frequenza.
Problema #5: I precedenti storici: Afghanistan e Iraq
Gli attacchi dell'11 settembre portarono all'inizio della guerra in Afghanistan, che durò per ben 20 anni (fino al 2021) al termine dei quali i talebani tornarono al governo.
Anche l'obiettivo dell'invasione dell'Iraq nel 2003 era chiaro: eliminare le armi di distruzione di massa e rimuovere il regime di Saddam Hussein. Baghdad cadde in tre settimane, ma il conflitto durò 8 anni, costò quasi 4.600 vite americane e oltre 2000 miliardi di dollari. Il paese uscì dall'operazione con milizie sciite strutturalmente più forti del governo centrale e una sfera di influenza iraniana nella regione significativamente più estesa rispetto al punto di partenza. Il risultato strategico fu, per molti versi, l'opposto di quello cercato.
I due casi sono diversi dall'Iran per contesto e dimensioni. Ma illustrano entrambi la stessa dinamica, che gli analisti militari conoscono bene: la differenza tra raggiungere un obiettivo militare iniziale e gestire le conseguenze politiche e militari di lungo periodo.
Problema #6: La sorveglianza del programma nucleare iraniano
Da quando è iniziato il conflitto, l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica non ha più accesso agli impianti nucleari iraniani. Prima della guerra l'Iran manteneva una posizione di ambiguità calcolata: il programma nucleare era abbastanza avanzato da valere come leva negoziale, ma abbastanza contenuto da non giustificare un intervento immediato della comunità internazionale. Quella logica è cambiata con il conflitto. Un Paese come l'Iran, in guerra aperta e che percepisce una minaccia concreta alla propria sopravvivenza, ha incentivi molto diversi nel valutare il proprio programma nucleare rispetto a quanto poteva avvenire in tempo di pace.
Con le ispezioni sospese e il conflitto in corso, la traiettoria del programma nucleare iraniano è diventata meno verificabile e potenzialmente meno contenibile. Un'escalation militare potrebbe accelerare esattamente ciò che si voleva evitare.
Problema #7: L'assist alla Cina
L'impegno americano in Medio Oriente sottrae agli USA risorse per la competizione nel Pacifico con la Cina, circostanza di cui il rivale degli Stati Uniti può approfittarsi. Aziende private cinesi, come MizarVision, pubblicano in tempo reale immagini satellitari delle basi e dei movimenti americani nel Golfo. Il Washington Post ha documentato navi iraniane che caricano in Cina perclorato di sodio, precursore chiave dei combustibili solidi per missili balistici. E i Pasdaran utilizzano in misura crescente il sistema di navigazione cinese BeiDou per guidare droni e missili, rendendoli resistenti alle interferenze GPS occidentali. Questo supporto indiretto da parte della superpotenza asiatica può avere effetti reali sul campo di battaglia.
Reuters ha riportato che alcuni pagamenti di transito nello Stretto sarebbero già avvenuti in yuan cinesi: un segnale ancora limitato, ma indicativo di una tendenza più larga. Questa crisi energetica e geopolitica sta accelerando la ricerca di alternative al dollaro nel commercio energetico e di partner commerciali strategici diversi dagli Stati Uniti.