
La pena di morte è prevista nell’ordinamento legislativo di 52 Paesi e consiste nella massima pena che si può infliggere a un essere umano: l'uccisione. Sebbene sia inflitta più raramente rispetto al passato, ogni anno ne sono vittime migliaia di persone. I reati per i quali si può essere condannati a morte variano a seconda degli Stati: in molte legislazioni la pena capitale è prevista solo per crimini violenti come l’omicidio, ma in alcuni casi sono inclusi anche delitti di altro genere. La recente legge dello Stato di Israele, che prevede la condanna a morte per tutti coloro che sono accusati di "terrorismo" (accusa che le autorità israeliane usano molto disinvoltamente verso i palestinesi) senza possibilità di appello, ha suscitato accese critiche in tutto il mondo e ha riacceso il dibattito sulla pena.
Cenni storici sulla condanna capitale
La pena di morte esiste praticamente da sempre. La più antica raccolta di leggi che conosciamo, il codice di Hammurabi (1700 a. C.), prevedeva il supplizio capitale per numerosi reati: omicidio, spionaggio, furto, sacrilegio e altri. In seguito, la pena di morte fu largamente applicata nel mondo greco-romano e nel Medioevo.
I metodi per eseguire le condanne erano numerosi e spesso erano volutamente crudeli, al fine di infliggere dolore e umiliazioni al condannato. Tra i sistemi in uso vi erano il rogo, lo sbranamento da parte di animali feroci, la crocifissione, lo squartamento, l’impalamento, lo schiacciamento con cavalli o elefanti.

La principale motivazione per la quale si infliggeva la morte era il desiderio di vendetta, cioè la volontà di punire qualcuno che aveva fatto del male a un’altra persona o alla collettività. Non a caso, in alcune società toccava ai parenti delle vittime infliggere la pena o partecipare al giudizio (una consuetudine che tuttora è presente, in forma limitata, in alcuni ordinamenti). La pena capitale, inoltre, era ritenuta utile per la sicurezza pubblica, perché eliminava le persone che commettevano delitti ed era considerata un deterrente per altri potenziali criminali.
L’abolizionismo: contro la pena di morte
Già nel mondo antico e nel Medioevo alcuni teologi e intellettuali espressero critiche contro la pena capitale, ma un vero dibattito sull’abolizione iniziò solo nel Settecento, al tempo dell’Illuminismo, soprattutto grazie a uno studioso italiano, Cesare Beccaria. Nel suo celebre libro Dei delitti e delle pene (1764), Beccaria sostenne che la pena di morte fosse sia inumana, sia inutile al fine di ridurre i reati.

Gradualmente le sue idee si fecero strada. Alcuni Stati ridussero il numero di crimini per i quali era previsto il supplizio capitale e qualcuno lo vietò del tutto. Il primo a farlo (senza contare pochi precedenti nel mondo antico e medievale) fu il Granducato di Toscana nel 1786.
Con il passare degli anni molti Stati hanno abolito la pena di morte, motivando la decisione con ragioni di ordine etico, perché la condanna a morte fa venire meno il principio secondo il quale la pena deve essere finalizzata alla rieducazione del condannato, e di ordine “pratico”, giacché non è dimostrato che il supplizio capitale abbia un effetto deterrente e faccia diminuire i reati.
Dove è ancora in vigore la pena di morte oggi
La pena capitale è ancora in vigore ed applicata da 52 Stati, quasi tutti afro-asiatici. Altri Paesi, pur non avendola abolita ufficialmente, non emettono condanne a morte da molti anni.

Non è noto quante persone subiscano la pena capitale ogni anno. Amnesty international ha calcolato che nel 2024 la pena sia stata inflitta almeno a 1.153 persone, ma il dato è parziale perché le informazioni di alcuni Paesi sono incomplete. Il numero di condanne è aumentato del 20% rispetto al 2023, ma sono diminuiti i Paesi che hanno applicato la pena capitale: solo 16.
Il Paese che ogni anno giustizia più persone è certamente la Cina, ma il numero delle vittime non è noto perché le autorità di Pechino non rendono pubblici i dati sulle esecuzioni, che secondo Amnesty, rientrano “nell’ordine delle migliaia” ogni anno. Dopo la Cina, i Paesi con il maggior numero di esecuzioni sono Iran, Egitto e Arabia Saudita.
Reati che prevedono la pena di morte
Tra i reati per i quali può essere inflitta la morte vi è sempre l’omicidio volontario, con o senza aggravanti a seconda dei Paesi. In molti casi si aggiungono altri delitti commessi con violenza, come lo stupro e la rapina a mano armata, e spesso anche lo spionaggio, soprattutto se da esso deriva la morte di altre persone, e il terrorismo, talvolta usato come accusa per colpire gli avversari politici.
In alcuni Paesi islamici si può infliggere il supplizio capitale anche a chi si macchia di “crimini” contro la religione, come l’apostasia (cioè rinnegare la fede), la blasfemia e, in qualche caso, persino l’adulterio e l’omosessualità. In diversi ordinamenti, inoltre, è prevista la morte per chi si rende colpevole di traffico di droga, come avviene in vari Paesi musulmani, a Taiwan e in Cina. In quest’ultimo Paese la lista dei crimini che prevedono il supplizio capitale è particolarmente lunga e comprende anche vari reati finanziari.

I metodi di esecuzione
Oggi le condanne a morte sono eseguite con diversi metodi, per fortuna meno inumani che in passato. In Cina sono previste la fucilazione e l’iniezione letale (cioè l’iniezione di un cocktail di farmaci che provocano la morte), mentre in altri Paesi continua a essere usata l’impiccagione. In Arabia Saudita, invece, il metodo più usato è la decapitazione, che viene eseguita con la spada. In alcuni casi, determinati reati, come l’adulterio, possono essere puniti con la lapidazione (cioè l’uccisione mediante lancio di pietre), che però è inflitta soprattutto in società tribali e da tribunali non statali.
A differenza del passato, oggi le esecuzioni avvengono quasi sempre nelle carceri o comunque in luoghi non pubblici, sebbene di recente siano stati registrati casi, come nello Yemen, di condanne eseguite pubblicamente.

La pena capitale negli Stati Uniti
Un caso particolare è quello degli Stati Uniti, uno dei pochissimi Paesi occidentali che prevedono la pena di morte. Essa, però, non è applicata in tutta l’Unione (come sappiamo, gli Usa sono un Paese federale e ogni Stato ha diritto di legiferare su molte materie), ma solo in 12 Stati. Negli altri è stata abolita o è soggetta a una moratoria oppure non è applicata da almeno dieci anni.

Il metodo più utilizzato negli USA è l’iniezione letale. Diversi Stati prevedono anche sistemi alternativi, come l’elettrocuzione (sedia elettrica) e la camera a gas, che però sono usati sempre più raramente. La pena di morte di fatto è inflitta solo nei casi di omicidio, sebbene alcuni Stati la prevedano, in teoria, anche per altri reati.
Anche negli Stati Uniti le condanne a morte sono in diminuzione rispetto al passato, ma l’ipotesi di abolire la pena capitale in tutto il Paese, che ha suscitato alcuni dibattiti negli anni ’60 e ‘70, oggi non è più presa in considerazione.
Il cammino verso l’abolizione in Italia
L’Italia abolì la pena di morte nel 1889 con il Codice Zanardelli, lasciandola in vigore però nel codice militare, tanto che durante la Prima Guerra Mondiale fu ampiamente utilizzata contro soldati colpevoli di diserzione o di altri comportamenti ritenuti illeciti.
La pena, inoltre, fu reintrodotta durante il ventennio fascista, nel corso del quale furono eseguite più di cento condanne, in parte per reati comuni e in parte per reati politici. Il metodo usato era la fucilazione. La pena capitale ha continuato a essere applicata nei primi anni dopo la caduta del regime, soprattutto contro chi si era macchiato di crimini di guerra. L’ultima esecuzione, però, fu decretata per un reato comune, la strage di Villarbasse, una rapina finita male che provocò la morte di dieci persone. Tre dei colpevoli furono fucilati a Torino nel marzo del 1947.

La pena di morte fu abolita pochi mesi dopo dalla Costituzione, entrata in vigore il primo gennaio 1948. Nel codice militare, invece, è restata in vigore fino al 1994, ma non è mai stata applicata dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Il caso di Israele
Lo Stato di Israele prevede sin dalla fondazione la pena di morte per alcuni reati particolarmente gravi, tra i quali genocidio, crimini di guerra, crimini contro l'umanità. Tuttavia, fino a ora le autorità israeliane hanno applicato rarissimamente la pena, inflitta solo a due persone: a Meir Tobianski, un soldato accusato di tradimento nella guerra del 1948-49; ad Adolf Eichmann, il gerarca nazista che era stato uno degli organizzatori dell'Olocausto, giustiziato nel 1962. Israele, però, ha eliminato per via extragiudiziale (senza processo) numerosi militanti palestinesi e persino leader stranieri, come, di recente, la guida suprema iraniana Ali Khamenei.
La legge approvata il 30 marzo dalla Knesset stabilisce che possono essere condannati a morte, e senza possibilità di appello, tutti coloro che sono accusati di "terrorismo". Più precisamente, la pena capitale sarà inflitta a "chi causa intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele": accuse che le autorità israeliane rivolgono con molta disinvoltura verso i palestinesi impegnati nella lotta contro l’occupazione. Per questo la legge ha suscitato accese polemiche non solo sulla scena internazionale, ma anche in alcuni settori dell'opinione pubblica israeliana.