
Il conflitto in Medio Oriente si sta espandendo su scala regionale dopo l'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran – in cui è stata ucciso l’ayatollah Ali Khamenei – e la rappresaglia iraniana in varie zone del Golfo (con missili che hanno colpito basi americane, ma anche città israeliane e altre città della regione come Dubai), riaccendendo di fatto un conflitto che era nell’ombra dalla Guerra dei 12 giorni scoppiata a giugno 2025. Anche altre figure di spicco iraniane, come Mohammad Pakpour, comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh e l'ammiraglio Ali Shamkhani, capo del Consiglio di Difesa, sono rimasti uccisi nei raid israelo-statunitensi. Come risposta, le forze iraniane hanno lanciato missili e droni non solo contro Israele, ma anche su numerose basi statunitensi ed obiettivi civili nei vicini Paesi del Golfo, ed il conflitto sembra allargarsi su scala regionale.
La situazione attuale: il conflitto dopo gli attacchi in Iran
Quella che era stata annunciata dal presidente statunitense Donald Trump come una “guerra lampo” di 4 giorni, la missione militare Epic Fury – o Lion’s Roar– , sembra in realtà allargarsi ed espandersi sia come tempistiche (con una durata minima di quattro settimane secondo le ultime dichiarazioni di Trump) che dal punto di vista geografico (con un allargamento del conflitto ai Paesi vicini del Golfo: Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Oman, Giordania e il Bahrein). Quest’ultimo ha una grande importanza strategica sia perchè vicino allo Stretto di Hormuz, sia per la presenza del principale comando navale statunitense dell’area, nella capitale Manama.
Una guerra contro l'Iran dunque può allargarsi all’intera regione, con conseguenze imprevedibili al momento, sebbene all’inizio gli Stati Uniti non volessero impegnarsi in una guerra lunga. Per quanto riguarda l’Europa, in seguito al lancio di missili su Cipro, Regno Unito, insieme a Francia e Germania, hanno annunciato in una dichiarazione congiunta di essere pronti ad adottare misure per difendere i propri interessi e quelli degli alleati nella regione, «consentendo azioni difensive necessarie e proporzionate per distruggere la capacità dell'Iran di lanciare missili e droni alla fonte».
Sebbene dunque non scendano apertamente in campo al fianco di Stati Uniti ed Israele – memori anche dei trascorsi nella lunga e sanguinosa guerra in Iraq del 2003 – sono pronti ad adottare misure difensive: il Regno Unito ha inoltre concesso l'uso delle basi nel proprio territorio da parte degli Stati Uniti per attacchi "difensivi" contro gli attacchi missilistici iraniani. Poche ore fa, intanto, forti esplosioni si sarebbero sentite anche a Beirut, dove in seguito ad un attacco israeliano, secondo il ministero della Salute libanese, ci sarebbero 31 morti e 149 feriti.
La chiusura dello Stretto di Hormuz e la questione del petrolio
Un nodo centrale nella crisi tra Iran e Israele-Stati Uniti è rappresentato dallo Stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e all’Oceano Indiano. Attraverso questo passaggio infatti transita circa il 20-30% del petrolio greggio mondiale (circa 15-20 milioni di barili al giorno) insieme al 25% delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto, principalmente proveniente dal Qatar. Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso e le navi mercantili bloccate: già in passato l'Iran ha minacciato numerose volte di chiudere lo Stretto in caso di un attacco statunitense su vasta scala. In questo scenario potrebbero anche verificarsi attacchi contro le navi da guerra statunitensi, cosa che potrebbe causare un’ulteriore escalation della guerra.

Gli scenari possibili
Al netto del fatto che in questo momento è impossibile fare previsioni certe su come la situazione potrà evolvere, possiamo comunque tentare dipingere a grandi linee gli scenari più verosimili che potrebbero presentarsi nel futuro prossimo.
Allargamento del conflitto su scala regionale
L’attuale attacco da parte di Israele e Stati Uniti in Iran potrebbe determinare l’allargarsi del conflitto su scala regionale, con un’escalation militare aperta e l’entrata in campo delle milizie sciite nei Paesi vicini, come Iraq, Siria, inclusi gli Houthi in Yemen ed Hezbollah in Libano, che però risultano più indeboliti rispetto al passato. Al momento, soprattutto dopo gli attacchi iraniani ad alcune basi militari statunitensi nei Paesi del Golfo, gli Emirati Arabi Uniti, insieme ad altri Paesi, come Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, hanno invitato alla de-escalation, moderazione e diplomazia. Sicuramente però gli attori regionali stanno valutando le alleanze e le posizioni difensive anche considerando i rischi dell'azione di Stati Uniti e Israele. Il conflitto dunque potrebbe allargarsi su scala regionale, in una spirale di ritorsioni e violenza, rendendo piuttosto complicata una de-escalation. Inoltre, a differenza di episodi come quello avvenuto in Venezuela ad inizio gennaio, il cambiamento di regime con intervento esterno in Iran è molto più complesso e non immediato, come alcuni modelli di regime change attuati in passato dagli Stati Uniti in altri Paesi. Questo è dovuto alla complessa struttura politica ed istituzionale del Paese: anche in seguito alla morte della guida suprema, dunque, non è detto che ci sia la fine dell'attuale regime autoritario. Dopo la morte dell’ayatollah Khamenei, a Teheran è stato creato un triumvirato che ha assunto provvisoriamente i poteri della Guida Suprema: formato dal Presidente della Repubblica islamica Masoud Pezeshkian, dal capo del potere giudiziario Gholamhossein Mohseni Ejei e dal nuovo leader religioso, l’ayatollah Alireza Araf.

Conflitto prolungato
Piuttosto che una guerra lampo come definita dal presidente statunitense Trump, un altro scenario potrebbe essere quello di un protrarsi di pressioni strategiche ed economiche, come la limitazione del traffico navale nello Stretto di Hormuz, utilizzo di droni ed attacchi missilistici per mettere sotto pressione con un conflitto che potrebbe però diventare prolungato. D’altro canto il Presidente statunitense Trump sembrava voler ottenere un risultato decisivo ma non a lungo termine, che potesse dimostrare la propria forza verso uno storico avversario statunitense come l’Iran. Attualmente però ha dichiarato di continuare gli attacchi “ per tutto il tempo necessario a raggiungere il nostro obiettivo", attaccando infrastrutture, risorse strategiche e la cupola del potere iraniano. Per quanto riguarda Israele, alleato storico degli Stati Uniti nell’area, il suo interesse è indebolire l’Iran a livello regionale: tensioni economiche, perdite militari e rivalità interne potrebbero indebolire il Paese, storico nemico nell’area. Oltre ai chiari interessi strategici nell’area, Israele vuole anche dare un messaggio di deterrenza, dimostrando che con il supporto statunitense è in grado di intervenire militarmente anche nei confronti di un attore statale di grandi dimensioni come l’Iran. In questo contesto, l'entrata in campo di Russia e Cina, Paesi "alleati" dell'Iran per quanto riguarda forniture nell'ambito della tecnologia militare – la prima – e dal punto di vista energetico – la seconda – potrebbe cambiare completamente lo scenario e dunque realmente portare ad una fase non solo di escalation ma di espansione del conflitto su scala globale.
Shock economico che costringe a negoziati
La chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe portare ad uno shock economico ed energetico a livello mondiale, con conseguenze dirette che riguardano inflazione, scambi commerciali e mercati finanziari, che potrebbero portare ad un bisogno di canali diplomatici e di risoluzione del conflitto. In questo contesto anche potenze come Cina e Russia non rimarrebbero attori passivi: il governo di Pechino, che ha grandi interessi nei flussi energetici del Golfo, potrebbe cercare di aumentare la propria presenza sul tavolo delle negoziazioni, presentandosi come mediatore. L’Unione Europea continua ad invitare tutte le parti coinvolte alla de-escalation, ma si trova attualmente in un ruolo “marginale” rispetto alla partita che si sta giocando in Medio Oriente: numerosi Paesi europei, tra cui l’Italia, sono stati avvertiti dell’attacco israelo-statuniense quando questo era già in corso. L’Alto rappresentante degli Affari esteri Ue, Kaja Kallas, in un comunicato a nome dei 27 membri, ha invitato le parti alla “protezione dei civili e al pieno rispetto del diritto internazionale", appellandosi ai principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto umanitario internazionale.