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2 Aprile 2026
16:30

Il dibattito sugli “sport dilettantistici”: la differenza tra definizione di legge e risultati sul campo

Il flop dell'Italia ai Mondiali ha scosso la FIGC. A far discutere sono le parole del presidente dimissionario Gravina, che ha provato a rispondere alla domanda sul perché trionfiamo negli altri sport ma non nel calcio. Analizziamo le sue dichiarazioni attraverso le leggi e i dati sui contributi pubblici destinati ai vari sport nel nostro Paese.

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Il dibattito sugli “sport dilettantistici”: la differenza tra definizione di legge e risultati sul campo
Gabriele Gravina, presidente dimissionario della FIGC. Credits: account X FIGC
Gabriele Gravina, presidente dimissionario della FIGC. Credit: @FIGC, via X

L'Italia non parteciperà ai Mondiali per la terza volta consecutiva, la quinta nella sua storia. Dopo le debacle con la Svezia nel 2018 e con la Macedonia del Nord nel 2022, la Nazionale guidata da Rino Gattuso si è fermata alla finale spareggio delle qualificazioni Uefa contro la Bosnia ai rigori. Un fallimento in cui rientra tutto il nostro sistema calcio e che ha aperto una voragine enorme all'interno della FIGC, con il presidente dimissionario Gabriele Gravina (ci saranno le elezioni il prossimo 22 giugno) che a pochi minuti dalla sconfitta si è presentato davanti alle telecamere in conferenza stampa. Tra i passaggi che hanno fatto più discutere c’è la sua risposta alla domanda di un giornalista "Perché l’Italia vince in tutti gli altri sport ma non nel calcio?". Un tema che proviamo ad analizzare con i dati ufficiali di Sport e Salute, il modello algoritmico dei contributi (MaC) e i risultati sportivi degli ultimi anni.

"Sport dilettantistici": la dicotomia tra definizione giuridica e risultati

"Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono sport dilettantistici e dobbiamo fare dei rapporti su basi di equità. Perché negli sport dilettantistici si possono adottare tutta una serie di scelte che in sport professionistici non si possono attuare. Mi riferisco anche all’utilizzo di tanti giovani all’interno degli Under, all’interno dei propri tornei. Per non parlare degli sport di Stato, come lo sci, eccetto Arianna Fontana, tutti gli altri sono dipendenti del nostro Stato" (Gabriele Gravina).

Con questa risposta il n° 1 del pallone italiano ha fatto infuriare il mondo dello sport italiano, probabilmente riferendosi alle difficoltà di mettere d'accordo grandi interessi economici all'interno di una Lega Calcio spesso disunita. Da Gianmarco Tamberi a Gregorio Paltrinieri, da Francesca Lollobrigida a Pietro Sighel fino a Mattia Furlani, per citare solo alcuni atleti, hanno espresso la loro indignazione via social.

Analizzando la dichiarazione dal mero punto di vista normativo, Gravina si riferisce alla differenza normativa tra sport professionisti e dilettantistici: in Italia, il CONI (il Comitato Olimpico Nazionale Italiano) riconosce 50 federazioni sportive. Di queste, soltanto sei hanno ottenuto il riconoscimento del settore professionistico ai sensi della legge n. 91 del 1981 e sono calcio, basket, ciclismo, pugilato, golf e motociclismo. Tutte le altre sono formalmente inquadrate come dilettantistiche. La distinzione riguarda la natura del rapporto di lavoro sportivo: nello sport dilettantistico l’atleta non percepisce uno stipendio per l’attività agonistica, anche se può ricevere rimborsi spese. In quello professionistico, invece, il rapporto è regolato da un contratto di lavoro subordinato a tutti gli effetti.

Se però spostiamo l'attenzione dalle questioni burocratiche ai numeri veri e propri, il quadro si fa più interessante. Mettendo da parte per un attimo l'appartenenza di molti campioni ai gruppi sportivi delle Forze Armate e di Polizia, i dati mostrano che negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita strutturale senza precedenti da parte delle altre Federazioni (su tutte tennis, volley, nuoto, atletica e sport invernali).

C'è poi un altro elemento cruciale da mettere sul tavolo: la distribuzione dei fondi pubblici. Analizzando il bilancio, emerge infatti una sproporzione notevole a favore del calcio. Nel 2026 il Coni ha destinato 569 milioni di investimenti allo sport italiano, di cui 344 distribuiti tra le federazioni. La FIGC ne ha ricevuti circa 35,8 milioni, quasi il doppio della seconda federazione in graduatoria (nella tabella analizziamo le prime 6), quella del nuoto.

La distribuzione dei contributi avviene attraverso il MaC (Modello algoritmico dei contributi), lo strumento adottato da Sport e Salute per garantire trasparenza ed efficienza nell’allocazione. Tre i pilastri su cui si fonda il sistema: la crescita del movimento sportivo (numero di tesserati, società affiliate e tecnici), il merito sportivo (risultati, rilevanza mediatica e valore delle discipline, olimpiche e non) e la capacità di gestione delle risorse pubbliche, valutata anche secondo criteri ESG di sostenibilità ambientale, sociale e di governance.

Tennis, volley, nuoto, atletica, sport invernali: sport "minori" ma virtuosi

Mentre il calcio affonda, negli ultimi anni gli "altri" sport (cosiddetti "minori" in Italia), su tutti tennis, volley, nuoto, atletica e quelli invernali, grazie a programmazione, formazione dei giovani e talento hanno conquistato risultati ben oltre le aspettative (vedasi, per esempio, i record di medaglie nelle ultime due edizioni delle Olimpiadi, estive a Parigi e invernali a Milano-Cortina). I sistemi Italtennis e Italvolley rapprentano esempi virtuosi, da cui il calcio in crisi potrebbe prendere ispirazione.

Nel 2025 la Federazione italiana tennis e padel ha registrato per la prima volta i ricavi più alti tra tutte le Federazioni, calcio incluso. Tra i protagonisti ovviamente c'è il numero 2 del mondo Jannik Sinner, ma possiamo vantare altri tre azzurri nella top 20 globale (Musetti, Cobolli e Darderi). Guardando più nello specifico ai numeri, la Fitp ha chiuso l’ultimo esercizio con un valore della produzione superiore ai 230 milioni di euro – la FIGC si è fermata a poco oltre i 200 milioni. Ai risultati straordinari (Slam, Coppa Davis, Billie Jean King Cup) si aggiungono gli eventi di prim'ordine sul suolo italiano, figli del modello virtuoso di Angelo Binaghi e del grande lavoro di diplomazia e sponsorizzazioni: oltre agli Internazionali d’Italia, dal 2021 il calendario si è ulteriormente arricchito con le Nitto ATP Finals di Torino e dal 2025 con la Final 8 di Coppa Davis a Bologna (che già aveva ospitato la fase a gironi) oltre a una ventina di tornei Challenger sparsi per la Penisola che rappresentano oltre il 70% del fatturato federale, pari a circa 157 milioni di euro. L'ultimo decennio racconta un cambio di status anche sul piano sociale: il tennis una volta era visto come uno sport elitario, costoso, lontano dal ceto medio. Oggi i numeri raccontano una sostanziale parità tra i tesserati italiani di calcio e tennis (per la cronaca, a partire dal 2022 la FITP ha incluso progressivamente anche i tesserati padel).

E che dire della pallavolo? Entrambe le nazionali, maschile e femminile, hanno trionfato nei rispettivi mondiali nelle Filippine e in Thailandia. Un back to back riuscito solo all'Urss nella storia. I ragazzi allenati da Fefè De Giorgi e le ragazze guidate da Julio Velasco (che hanno vinto anche l'oro alle Olimpiadi di Parigi) sono i fiori all'occhiello di un movimento che fa della capillarità il suo punto di forza: secondo i dati del Coni del 2023, la pallavolo è il secondo sport dopo il calcio per numero di società sportive affiliate sul territorio. A supporto di queste ci sono i 21 Comitati Regionali e i 65 Comitati Territoriali, per un totale di 86 presìdi attivi in ogni angolo del Paese. Dilettanti sì, ma solo e unicamente sulla carta.

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