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9 Ottobre 2026
7:00

Il disastro del Vajont il 9 ottobre 1963: cosa sappiamo oggi sulla tragica frana del Monte Toc

A 63 anni dal Vajont, la scienza continua a studiare il disastro e a rivedere le interpretazioni dei fenomeni geotecnici che hanno portato al collasso del Monte Toc. Le nuove analisi sulla geometria della superficie di scorrimento, sulla velocità della frana e sul ruolo delle condizioni idrauliche aggiornano la ricostruzione dell’evento.

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Il disastro del Vajont il 9 ottobre 1963: cosa sappiamo oggi sulla tragica frana del Monte Toc
vajont

Oggi ricorre l’anniversario della tragedia del Vajont, in Friuli-Venezia Giulia: il 9 ottobre 1963 una frana staccatasi dal versante del Monte Toc precipitò nel lago artificiale creato dalla diga, generando un’enorme onda d’acqua che tracimò l’invaso e causò la morte di quasi duemila persone. A distanza di 63 anni, il tragico evento, durante il quale si staccarono 270 milioni di m³ di roccia, rappresenta ancora un caso di grande complessità geotecnica e idraulica, le cui interpretazioni continuano a evolversi anche grazie alle nuove tecnologie. Il dibattito sulla possibilità di prevedere il disastro resta centrale sul piano scientifico, politico e culturale.

Dinamiche geotecniche sulla tragedia del Vajont e la frana

La frana del Vajont è stata oggetto di svariate pubblicazioni scientifiche, testimonianza della sua rilevanza storica e della complessità fisica che continua a interrogare scienziati e ingegneri attuali. Il progetto originario della diga fu concepito in assenza di un'analisi specifica e dettagliata sulla stabilità dei versanti dell'intera valle. Infatti, anche i primi modelli geotecnici post-disastro furono sviluppati sulla base di dati empirici. Per decenni, le interpretazioni dei meccanismi di rottura sono state condizionate da assunzioni preliminari, limitate dall'utilizzo di profili stratigrafici semplificati e la mancanza di eterogeneità di comportamento meccanico.

pianta vajont
Vista in pianta della diga del Vajont (credit: Progetto Dighe).

Di contro, l'attuale avanzamento delle tecniche di modellazione numerica e della potenza di calcolo ha permesso di appurare che il processo di rottura e la sua evoluzione sono una combinazione di meccanismi geotecnici e idraulici prolungati nel tempo, correlati ai processi di filtrazione all'interno del pendio.

Cosa resta da chiarire sulla frana

Tra i temi ancora oggetto di dibattito scientifico vi sono anzitutto la geometria della superficie di scorrimento e la velocità della frana. Storicamente, si riteneva che la superficie di scivolamento avesse una forma a sedia, con una base sub-orizzontale e un tratto posteriore più verticale. In queste condizioni, il collasso del pendio poteva essere spiegato soltanto assumendo valori relativamente bassi di resistenza meccanica del terreno. I moderni modelli tridimensionali suggeriscono invece una geometria concava a scodella, ritenuta più compatibile anche con le effettive caratteristiche meccaniche dei materiali presenti nel sito.

La massa instabile raggiunse velocità stimate di 20-30 m/s. Tra le ipotesi avanzate per spiegare valori così elevati figurano fenomeni termo-idraulici lungo la superficie di scorrimento, che potrebbero aver determinato un aumento della pressione dei fluidi interstiziali e, di conseguenza, una riduzione della resistenza per attrito.

diga vajont

La teoria "classica" ipotizzava, inoltre, che in epoca preistorica si fosse già verificata una frana sullo stesso pendio e che la massa instabile poggiasse quindi su una superficie caratterizzata da una resistenza relativamente bassa. Alcuni studi recenti hanno però messo in discussione l’ipotesi della paleo-frana, ritenendo difficile spiegare una stabilità protratta per tempi geologici molto lunghi nelle condizioni previste dai modelli tradizionali.

L’innesco del collasso viene oggi attribuito alla combinazione tra precipitazioni intense, continue fluttuazioni del livello del lago artificiale e le scarse caratteristiche meccaniche delle argille presenti nel substrato instabile. Pertanto, si ritiene plausibile che la frana del 1963 sia stato il primo grande evento franoso verificatosi su quel versante.

Un disastro annunciato

Parallelamente al dibattito geotecnico, la rilettura storica inquadra il Vajont come un disastro annunciato, spesso interpretato come il risultato di una combinazione di pressioni economiche, decisioni gestionali, sottovalutazione del rischio geologico e scarsa considerazione dei segnali di instabilità emersi negli anni precedenti. I controlli statali si basarono infatti anche su perizie geologiche che ritenevano sicura la prosecuzione del progetto, nonostante diversi segnali premonitori, tra cui scosse, boati, comportamenti anomali degli animali e la precedente frana di Pontesei del 1959. In questo contesto, le comunità locali si mobilitarono per denunciare i rischi, sostenute anche dalla voce della giornalista Tina Merlin, che finì persino a processo per aver segnalato il pericolo imminente.

Il disastro del Vajont ha influenzato profondamente l’evoluzione della geologia applicata, della geotecnica dei versanti e delle procedure di valutazione del rischio legate alle grandi opere, contribuendo allo sviluppo di metodologie oggi utilizzate anche a livello internazionale.

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