
La donazione di gameti è uno dei più grandi traguardi della medicina riproduttiva, una pratica che da decenni permette a migliaia di persone di costruire famiglie che altrimenti non avrebbero potuto avere. Storicamente, questo sistema si è retto su un pilastro di ferro: l'anonimato assoluto del donatore. Tuttavia, la proliferazione dei test del DNA commerciali a basso costo sta letteralmente smontando questo patto implicito. Oggi, con poche decine di euro e un campione di saliva, i database genetici permettono di rintracciare parentele in tutto il mondo, sollevando enormi interrogativi legali, etici e sanitari.
I numeri di un fenomeno globale (e italiano)
La pratica è molto più diffusa di quanto si pensi. Negli Stati Uniti, pur in assenza di un registro federale obbligatorio, si stima che ogni anno nascano tra i 30.000 e i 60.000 bambini grazie alla donazione di sperma.
In Italia, dove la donazione di gameti è stata vietata fino alla pronuncia di incostituzionalità della Corte Costituzionale nel 2014, i numeri sono in rapida ascesa. Secondo il Registro Nazionale PMA dell'Istituto Superiore di Sanità, nel 2023 sono stati effettuati oltre 16.400 cicli con donazione di gameti, pari al 14,6% di tutte le procedure nel nostro Paese. Questo significa che oggi un bambino su sette nato con fecondazione assistita in Italia nasce da una donazione. C'è un dettaglio tecnico importante: poiché nel nostro Paese la donazione volontaria scarseggia, la stragrande maggioranza dei gameti viene importata da banche estere (principalmente danesi e spagnole). Molti bambini nati in Italia hanno, quindi, un genitore biologico che risiede altrove in Europa.
Come i test genetici aggirano la legge
Per decenni il sistema ha garantito l'anonimato: i genitori non sapevano chi fosse il donatore e viceversa. Questo proteggeva la privacy e azzerava il rischio di rivendicazioni legali o economiche future. In Italia, la legge garantisce ancora oggi che il nato possa accedere solo a informazioni mediche o fisiche generali, ma non all'identità.
Tutto è cambiato quando aziende come 23andMe e AncestryDNA hanno lanciato sul mercato i test del DNA direct-to-consumer. Oggi questi database contengono decine di milioni di profili. Il funzionamento algoritmico è spietato nella sua precisione: il sistema sequenzia il DNA e cerca corrispondenze. Se condividi il 50% del genoma con un utente, è un genitore o un figlio, il 25% indica un nonno o un fratellastro, il 12% un cugino.
Il vero "bug" del sistema dell'anonimato è che non serve che il donatore stesso abbia fatto il test. Basta che lo abbia fatto un suo lontano nipote o cugino: attraverso la genealogia e le triangolazioni, i nati da donazione riescono a risalire all'identità del donatore. Un sondaggio del 2020 condotto dall'organizzazione We Are Donor Conceived ha rilevato che il 78% degli intervistati (un campione molto attivo nella ricerca) ha identificato il proprio donatore tramite questi test. La tecnologia, operando su database internazionali, ha semplicemente scavalcato le giurisdizioni nazionali.
Il fenomeno dei donatori seriali e l'esplosione dei fratellastri
Incrociando i dati genetici, molte persone stanno scoprendo reti di fratellastri inaspettate, portando alla luce i limiti operativi di alcune banche del seme e le falle legislative.
Il caso più noto (recentemente raccontato anche in una docuserie Netflix) è quello dell'olandese Jonathan Meijer. Aggirando il limite legale dei Paesi Bassi (fissato a 25 nati per donatore) e rivolgendosi a decine di cliniche e mercati online internazionali, si stima che abbia generato tra i 500 e i 600 bambini in tutto il mondo, con stime non ufficiali che si spingono molto oltre. In America, l'attivista Jamie Spiers ha scoperto tramite il DNA di avere almeno 37 fratellastri, smascherando una banca del seme che aveva promesso un limite massimo di sei famiglie per quello specifico donatore, il quale aveva in realtà prodotto circa 1.700 fiale.
I due rischi scientifici: genetica e consanguineità
La figura del donatore seriale non solleva soltanto complessi dilemmi etici, ma porta con sé rischi sanitari concreti e misurabili, a cominciare dalla trasmissione di malattie genetiche silenti. Emblematico in questo senso è un caso documentato da un'inchiesta del 2025: un donatore anonimo, diventato padre biologico di almeno 197 bambini in 14 nazioni europee, si è scoperto essere portatore di una rara variante genetica associata a un grave rischio oncologico. Il vero problema è che, all'interno di un sistema rigorosamente anonimo, rintracciare e avvisare a posteriori centinaia di individui sparsi per il mondo di una simile minaccia per la salute diventa un'impresa logisticamente quasi impossibile.
A questo si somma un secondo pericolo, ovvero il rischio statistico di consanguineità. Se centinaia di figli dello stesso donatore nascono e crescono nella stessa macro-area geografica ignorando totalmente il loro legame di parentela, la probabilità che si incontrino per caso e decidano di avere figli insieme aumenta drasticamente. L'unione tra fratellastri, che condividono ben il 25% del DNA, innesca infatti un rischio elevato di attivare patologie genetiche recessive. Ed è esattamente per questo motivo di natura puramente statistica e genetica, e non certo per questioni morali, che la Legge 40 italiana ha fissato un tetto massimo invalicabile di 10 nascite per ogni singolo donatore.
Psicologia e legislazione: il problema è il segreto
La letteratura scientifica più recente (come una revisione del 2024 sul British Journal of Obstetrics and Gynaecology) rassicura su un punto: le persone nate da donazione hanno livelli di benessere e autostima equivalenti o superiori alla media. Uno studio del 2025, pubblicato su Human Reproduction e basato su un survey di 422 persone nate da donazione in otto paesi, ha trovato che il modo in cui si scopre fa molta differenza: chi lo ha saputo dalla propria famiglia, in modo intenzionale e precoce, riferisce livelli di soddisfazione significativamente più alti rispetto a chi lo ha scoperto per caso (da un esame del DNA, da un documento, da un parente). I problemi di identità non derivano dalla donazione in sé, ma dal segreto.
Oggi il dibattito legale è aperto. Da un lato c'è il diritto del figlio di conoscere la propria anamnesi medica e la propria storia; dall'altro c'è il diritto del donatore di veder rispettato il patto di anonimato firmato decenni fa. Mentre Paesi come Regno Unito, Svezia, Austria e Paesi Bassi hanno già abolito per legge l'anonimato (dimostrando peraltro che il numero di donatori non crolla, ma diventa solo più consapevole), in Italia si discute l'ipotesi di un "doppio binario" per permettere al donatore di scegliere se rendersi identificabile. Nel frattempo, però, milioni di persone in tutto il mondo continueranno ad aprire un kit da 99 euro, scoprendo di far parte di un gigantesco albero genealogico globale che la legge non aveva previsto.