
“Eddie the Eagle”, al secolo Michael David Edwards è l'inglese che sfidò la gravità, la miopia e il buonsenso pur di realizzare il suo sogno a cinque cerchi. Senza soldi, con attrezzatura di fortuna e un fisico tutt'altro che atletico, Eddie riuscì a qualificarsi per i Giochi Olimpici invernali di Calgary 1988 nel salto con gli sci, diventando il primo britannico nella storia a gareggiare in questa disciplina. Non vinse nulla, anzi, collezionò record negativi e svariate ossa rotte, ma il suo coraggio, oltre a ispirare documentari e film, incantò il mondo intero, trasformandolo per sempre in un simbolo.
Chi è “Eddie the Eagle”: gli inizi
Michael David Edwards nasce il 5 dicembre 1963 a Cheltenham, città a ovest di Londra in Inghilterra, e cresce con un’idea fissa, quella che milioni di bambini hanno in tutto il mondo: partecipare ai Giochi Olimpici. Da bambino pratica diversi sport, ma senza mai emergere davvero. Soffre di una forte miopia e di problemi di coordinazione, elementi che rendono complicato il percorso sportivo del giovane Eddie, che nonostante questo continua a inseguire l’obiettivo olimpico, un obiettivo che con il passare degli anni diventerà più una missione personale che una reale ambizione agonistica.
Durante un viaggio scolastico scopre lo sci alpino e se ne innamora, decide quindi che sarà quella la disciplina che lo porterà, un giorno, ai Giochi. Ci sono però diversi ostacoli tra Eddie e il sogno a 5 cerchi: innanzitutto il Regno Unito non possiede grandi strutture dedicate allo sci e non ha un piano di promozione e sostentamento della disciplina, per cui per allenarsi ad alto livello è necessario spostarsi all’estero. Inoltre, il livello dei connazionali con cui contendersi i pochi posti a disposizione in nazionale è molto alto, per non parlare degli atleti internazionali che provengono da Paesi con una grande tradizione sciistica come Austria, Svizzera o Italia.
Il colpo di genio: il salto con gli sci
A questo punto, quando ormai il sogno olimpico inizia a sfumare, Eddie comprende una dinamica fondamentale dello sport olimpico: non tutte le discipline hanno lo stesso grado di concorrenza, soprattutto nei Paesi senza tradizione. Il salto con gli sci, nel Regno Unito, è praticamente inesistente. Questo significa una cosa precisa: diventare l’unico rappresentante britannico della disciplina alle Olimpiadi è difficile, ma non impossibile.
Eddie inizia quindi a praticare il salto con gli sci (una disciplina molto pericolosa in cui i migliori atleti saltano nel vuoto per oltre 100 metri) senza un background tecnico. Si trasferisce in Germania, a Garmisch-Partenkirchen, celebre località sciistica nonché uno dei centri storici in cui viene praticata la disciplina. Qui si allena con mezzi di fortuna: attrezzatura usata, scarponi troppo grandi, tute non aerodinamiche. Cerca di auto-finanziarsi con piccoli lavori da imbianchino o muratore, dorme in roulotte perchè non può permettersi un hotel.
Dal punto di vista tecnico, Eddie è nettamente inferiore ai compagni di allenamento. Ha difficoltà nella fase di stacco, nel controllo in volo e soprattutto nell’atterraggio, senza considerare la sua forte miopia che lo costringe ad indossare costantemente gli occhiali da vista, che si appannano ad ogni salto. Cade spesso e si infortuna più volte, ma continua ad allenarsi e sviluppa uno stile rudimentale ma efficace quel tanto che basta per completare i salti e ottenere i suoi primi punteggi validi nelle competizioni minori, necessari per la qualificazione olimpica. Nel corso della sua carriera, si fratturò il cranio due volte e si ruppe la mascella, la clavicola, le costole, il ginocchio, le dita delle mani, i pollici, i piedi, la schiena e il collo.
Nel 1988, meno di due anni dopo aver iniziato a praticare la disciplina, riesce nell’impresa: si qualifica per le Olimpiadi invernali di Calgary, in Canada, come primo saltatore con gli sci britannico della storia dei Giochi. Si presenta con dei nuovi sci regalatigli dalla nazionale austriaca, un nuovo casco offerto dagli atleti italiani, i suoi occhiali spessi fissati con un elastico e un sorriso che tradisce più entusiasmo che tensione agonistica. Come da programma, Eddie gareggia prima dal trampolino K-90 e poi dal K-120. In entrambe le competizioni chiude all’ultimo posto, con circa la metà dei punti del penultimo classificato, ma esulta ad ogni salto come se avesse vinto l’oro. Gli spettatori capiscono che non stanno guardando un potenziale campione, ma una storia umana straordinaria, e accompagnano con un’ovazione ogni suo salto.
I media internazionali trasformano subito Eddie in un fenomeno globale. Diventa “Eddie the Eagle”, un soprannome che sottolinea con ironia la distanza tra il suo nome e le sue prestazioni. Si parlerà più di lui che di altri atleti che domineranno quei Giochi, come ad esempio il nostro Alberto Tomba, con le sue due medaglie d’oro in Gigante e Slalom.
Il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, nel discorso di chiusura delle Olimpiadi, lo menzionerà esplicitamente, dicendo che “Alcuni atleti hanno vinto l’oro, altri hanno battuto record, ma qualcuno ha volato come un’aquila.” Eddie stesso dirà che probabilmente assomigliava più a uno struzzo che a un'aquila. Partecipa a programmi televisivi, viene intervistato da giornali di tutto il mondo e diventa uno dei volti più riconoscibili di quelle Olimpiadi, pur senza vincere nulla.
La “Eddie the Eagle Rule” per evitare nuovi casi simili
La partecipazione olimpica di Eddie e il clamore mediatico che ne derivò aprì un dibattito profondo all’interno del movimento olimpico. Dopo i Giochi di Calgary, il Comitato Olimpico Internazionale e le federazioni internazionali introdussero criteri di qualificazione più severi. Non era più sufficiente essere il migliore atleta del proprio Paese in una determinata disciplina: serviva dimostrare un livello minimo di competitività internazionale.
Queste norme vennero informalmente chiamate “Eddie the Eagle Rules”. Non furono pensate in realtà come una punizione personale verso Eddie Edwards, ma come una risposta sistemica a un’Olimpiade che stava diventando sempre più professionale e sempre meno adatta agli outsider o a sportivi improvvisati. Eddie diventò così un punto di svolta nella storia dei Giochi moderni, ma provò comunque a partecipare alle tre Olimpiadi invernali successive, senza riuscire a qualificarsi.
Dopo il ritiro dall’attività agonistica, Eddie Edwards riuscì a capitalizzare la sua popolarità diventando un motivatore e un personaggio pubblico. La sua storia viene raccontata in diversi documentari e nel film del 2016 “Eddie the Eagle – il coraggio della follia”, che contribuisce tutt’oggi a fissare il suo mito nell’immaginario collettivo e a raccontare questa incredibile storia di sport a chi non l’ha vissuta nel 1988, nonostante lo stesso Eddie dica che il film è veritiero solo al 5%.