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24 Marzo 2026
6:00

L’anniversario dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine: che cosa accadde il 24 marzo 1944 in Italia

Oggi ricorre l'82° anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, uno degli eventi più sanguinosi della storia italiana, avvenuto per mano delle truppe naziste che occupavano la nostra penisola durante la Seconda Guerra Mondiale e di alcuni collaboratori fascisti.

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L’anniversario dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine: che cosa accadde il 24 marzo 1944 in Italia
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L'eccidio delle Fosse Ardeatine (Roma), consumatosi il 24 marzo 1944, rappresenta una delle ferite più profonde e dolorose della storia italiana del Novecento. Quel giorno le truppe di occupazione tedesche trucidarono 335 persone tra civili, prigionieri politici ed ebrei italiani, come rappresaglia per l'attentato partigiano di via Rasella, compiuto il giorno prima da alcuni membri dei GAP romani, in cui erano rimasti uccisi 33 poliziotti del reggimento "Bozen" appartenente alla Ordnungspolizei (la polizia tedesca). Ma non furono solo i tedeschi ad attuare questo crimine: fu determinante, infatti, la complicità delle autorità fasciste.

L'efferatezza dell'evento e l'alto numero di vittime rendono l'eccidio delle Fosse Ardeatine un simbolo dell'epoca di occupazione nazista del nostro Paese durante la Seconda Guerra Mondiale. Le Fosse, antiche cave di pozzolana situate nell'area della via Ardeatina scelte come luogo d'esecuzione e di occultazione dei cadaveri delle vittime, sono tutt'oggi visitabili e luogo di cerimonie pubbliche per le commemorazioni.

L'antefatto: l'attentato di via Rasella

Il 23 marzo 1944, i partigiani dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica, ala urbana della Resistenza legata al Partito Comunista) organizzarono un attacco in via Rasella contro il battaglione "Bozen", un'unità della polizia tedesca.

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Soldato del "Bozen" in via Rasella dopo l’attentato. fonte: Wikipedia Commons

Con l'aiuto e l'organizzazione di 11 partigiani, il compagno Rosario Bentivegna, travestito da spazzino, innescò una bomba a miccia (12 kg di tritolo misti a ferraglia) dentro un carrettino della nettezza urbana. L'esplosione avvenne al passaggio della colonna tedesca in via Rasella, una stretta strada vicino a Piazza Barberini.

L'esplosione uccise 33 soldati sudtirolesi che ogni giorno sfilavano in assetto di guerra per le strade del centro di Roma cantando inni militari. Durante l'esplosione morirono anche due civili italiani, Antonio Chiaretti, partigiano della formazione Bandiera Rossa, e un giovane ragazzo, il tredicenne Piero Zuccheretti.

L'ordine della rappresaglia e la scelta delle vittime: 10 italiani fucilati per ogni tedesco ucciso

Subito dopo l'attentato sul posto giunse il generale Kurt Mälzer, comandante della piazza di Roma, che diede in escandescenze urlando "vendetta per i miei poveri kameraden".

Il comandante, il colonnello Kappler e il generale Eberhard von Mackensen (superiore diretto del generale Mälzer e responsabile della zona di guerra della testa di ponte di Anzio) decisero di comune accordo di fucilare dieci italiani per ognuno dei militari tedeschi uccisi. Si decise inoltre che le vittime della rappresaglia avrebbero dovuto essere i "Todeskandidaten" ossia le "persone da eliminare" (cittadini romani di origini ebraiche, prigionieri politici e partigiani detenuti in via Tasso e al Regina Coeli già condannati a morte o all'ergastolo e quelli colpevoli di atti che avrebbero probabilmente portato a una condanna a morte). La rappresaglia fu organizzata in pochissime ore, con gli ufficiali della sezione della Gestapo di Roma che lavorarono freneticamente per redigere la lista delle vittime per averla pronta prima dell'alba, evitando ogni tipo di annuncio (non fu presentata alcuna richiesta ai partigiani liberi di consegnarsi per evitare l'eccidio di innocenti, come era già capitato in altri casi) per il gusto dell'effetto sorpresa.

L’esecuzione delle 335 vittime e l'occultamento dei corpi

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A mezzogiorno del 24 marzo gli ufficiali tedeschi iniziarono a radunare i Todeskandidaten. I prigionieri rinchiusi in via Tasso furono condotti fuori dalle celle e radunati con le mani legate dietro la schiena, senza dar loro alcun'altra disposizione. La morte, però, si annusava già nell'aria.

Verso le 14.00 una serie di autoveicoli con i prigionieri a bordo partì da via Tasso verso la via Ardeatina (quattro chilometri più in là), in direzione delle catacombe di san Callisto e di Domitilla, cave prescelte per l'eccidio.

Alle 15.30 arrivarono anche i prigionieri del Regina Coeli e 75 ebrei, condotti nelle gallerie delle fosse illuminate dalle torce elettriche dei soldati tedeschi. Lì, le vittime vennero chiamate per nome, fatte inginocchiare e poi fucilate con un colpo all'altezza del collo. Pian piano, l'area d'esecuzione si riempiva di cadaveri, accatastati l'un l'altro. Non essendoci quasi più spazio disponibile, gli ultimi condannati vennero costretti a salire sulla massa di cadaveri. La situazione diventò sempre più caotica, e dei prigionieri cercarono di opporre resistenza, ma vennero sottomessi con la forza, e colpiti a ripetizione. A causa di alcuni disordini accaduti durante il rastrellamento dei condannati a morte, erano stati prelevati cinque uomini in più rispetto al numero previsto (330), che il colonnello Kappler aveva deciso di uccidere perché "avevano visto tutto".

Le ultime venticinque esecuzioni terminarono alle 20.00, con il colonnello Kappler che affermò che era stato difficile ma che "la rappresaglia era stata eseguita in applicazione delle leggi di guerra".

Al termine dell'operazione, i tedeschi fecero esplodere delle mine per ostruire l'ingresso delle cave e nascondere le atrocità commesse, ma le esplosioni giunsero alle orecchie dei salesiani poco distanti (che facevano da guide alle catacombe), che avevano notato il viavai di mezzi militari. Durante la notte entrarono nelle cave e videro lo scempio commesso dai nazisti, e la voce si diffuse rapidamente, creando grande scompiglio e raccapriccio a Roma.

La vittima più anziana fu Mosè Di Consiglio, 74 anni. Quella più giovane fu Duilio Cibei, di soli 15 anni.

Un eccidio ingiustificabile anche dalle leggi di allora

In seguito, Benito Mussolini giustificò l'accaduto dicendo che la rappresaglia era legale, ma non era del tutto vero.

Il Duce infatti non prese in considerazione quanto scritto nel documento della convenzione dell'Aia del 1907, che proibiva la rappresaglia contro un'intera popolazione "per fatti di cui non è responsabile", e nemmeno quello della Convenzione di Ginevra del 1929 (relativa al trattamento dei prigionieri di guerra), che vietava atti di rappresaglia nei confronti dei prigionieri di guerra.

La rappresaglia era sì contemplata nei codici di diritto bellico nazionali, ma al loro interno si faceva riferimento a una serie di criteri: dalla proporzionalità rispetto all'entità dell'offesa subita alla selezione degli ostaggi (che non doveva essere indiscriminata) e della salvaguardia delle popolazioni civili. Ma nessuno di questi criteri venne rispettato da Keppler e compagnia:

  • I nazisti non fecero alcuna indagine per appurare l'identità dei responsabili dell'attacco di via Rasella
  • La rappresaglia fu decisamente sproporzionata
  • Le vittime erano indiscriminate: non avevano a che fare con chi aveva compiuto l'attentato
  • Durante la selezione delle vittime vennero fucilati anche operatori sanitari e pazienti, e furono fatti prigionieri dei civili solo perché erano ebrei

Memoria e Giustizia

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Nel dopoguerra, i responsabili principali dell'eccidio vennero processati, anche se il percorso verso la giustizia è stato lungo e controverso.

Nel 1944 nacque l'Associazione nazionale famiglie italiane martiri caduti per la libertà della patria (ANFIM), con l'obiettivo di dare un nome e una degna sepoltura alle vittime. Oggi il sito delle Fosse Ardeatine è un Sacrario Militare, un luogo di silenzio e riflessione dove riposano i resti delle vittime, che ogni 24 marzo vengono commemorate durante una cerimonia solenne dal Presidente della Repubblica.

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Veronica Miglio
Storyteller
Innamorata delle parole sin da bambina, ho scelto il corso di lingue straniere per poter parlare quante più lingue possibili, e ho dato sfogo alla mia vena loquace grazie alla radio universitaria. Amo raccontare curiosità randomiche, la storia, l’entomologia e la musica, soprattutto grunge e anni ‘60. Vivo di corsa ma trovo sempre il tempo per scattare una fotografia!
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