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Non dovremmo dire “attacco hacker” e “cybersicurezza”: il significato delle parole che usiamo

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Editorial Manager
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Immagine realizzata con AI a scopo illustrativo
Gli hacker non sono sempre criminali informatici, e per l’Accademia della Crusca la parola “cybersicurezza” andrebbe scritta con la “i” quindi cibersicurezza: dopo gli attacchi ai frigoriferi dei supermercati europei, facciamo chiarezza su una serie di espressioni usate erroneamente sul web con l’aiuto dell’esperto Corrado Giustozzi.

In questi giorni stiamo leggendo espressioni come “attacco hacker”, “pirati informatici” e “cybersicurezza”, ma non sono sempre i termini più appropriati. Per esempio, un hacker non è necessariamente un criminale informatico, mentre la parola "cybersicurezza", per quanto diffusa e utilizzata anche dalle istituzioni italiane, è stata criticata dall'Accademia della Crusca, che preferisce utilizzare la "i", scrivendo "cibersicurezza". A spiegarci perché è importante scegliere con attenzione queste parole è Corrado Giustozzi, Docente di cybersecurity all'Università Campus Bio-Medico di Roma, che abbiamo intervistato in occasione dei recenti attacchi ai sistemi di refrigerazione dei supermercati europei.

Perché “attacco hacker” non è sempre il termine più appropriato

Quando sentiamo parlare di un attacco hacker, spesso ci viene spontaneo immaginare una persona incappucciata davanti a un computer che cerca di violare un sistema informatico. Ma il termine "hacker" non è sinonimo di criminale informatico: la parola nasce nell'ambito della cultura informatica, in particolare negli ambienti universitari statunitensi degli anni Sessanta, per indicare persone dotate di notevoli competenze tecniche e capaci di trovare soluzioni ingegnose ai problemi informatici.

Come riporta anche l‘Enciclopedia Treccani, il termine ha assunto nel tempo significati differenti. Oggi, per esempio, si parla di "white hat hacker" per indicare esperti che individuano vulnerabilità informatiche operando con finalità di sicurezza e nel rispetto delle regole, e di "black hat hacker" per chi utilizza le proprie competenze per compiere attività illecite.

Esiste anche la categoria intermedia dei "grey hat", che comprende comportamenti non sempre riconducibili nettamente alle prime due categorie.

Non tutti gli hacker, quindi, sono criminali, così come non tutti gli attacchi informatici vengono necessariamente realizzati da singoli esperti particolarmente abili: dietro queste operazioni possono esserci anche organizzazioni criminali strutturate o gruppi che agiscono per finalità politiche e strategiche.

Per questo, secondo Giustozzi, sarebbe più opportuno parlare di “attacco informatico” o “attacco cibernetico”, espressioni che descrivono ciò che è accaduto senza attribuire automaticamente una particolare identità ai responsabili. Quando questi ultimi sono identificati, si possono utilizzare definizioni più precise, come "attaccanti", "criminali informatici" o "sabotatori", a seconda dei casi.

Parlare genericamente di hacker rischia di confondere esperti di sicurezza e criminali informatici, mentre scegliere termini più precisi aiuta a raccontare meglio la natura e la complessità delle minacce digitali.

Cybersicurezza o cibersicurezza? Cosa dice l'Accademia della Crusca

Un'altra parola entrata nel linguaggio quotidiano è cybersicurezza, utilizzata per indicare la protezione di reti, sistemi informatici e dati dalle minacce digitali. Eppure, dal punto di vista linguistico, questo termine presenta una particolarità: unisce il prefisso inglese cyber- alla parola italiana sicurezza. Si tratta quindi di una formazione ibrida, che non tutti i linguisti considerano preferibile.

Il prefisso cyber– deriva dall'inglese cybernetics, corrispondente all'italiano cibernetica, termine che risale a sua volta al greco kybernetes (“timoniere” o “colui che governa”).

In un comunicato del 22 novembre 2018, il gruppo Incipit dell'Accademia della Crusca ha raccomandato di preferire il prefisso italiano “ciber-” a “cyber-” quando si formano nuove parole italiane. Secondo questa indicazione, dunque, è preferibile scrivere "cibersicurezza", così come "ciberdifesa", "ciberspazio" o "ciberprotezione".

La questione è tornata d'attualità nel 2021, quando il Governo italiano ha introdotto ufficialmente il termine cybersicurezza nella denominazione dell'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). Il gruppo Incipit è intervenuto nuovamente, criticando questa scelta e ribadendo la preferenza per la forma italiana.

Questo non significa che cybersicurezza sia una parola vietata: è una forma ormai diffusa e consolidata nell'uso istituzionale. La raccomandazione della Crusca riguarda piuttosto la coerenza linguistica e la preferenza per termini costruiti secondo le convenzioni dell'italiano.

In alternativa, si può utilizzare anche l'espressione “sicurezza cibernetica”, impiegata da tempo nei documenti istituzionali, oppure la più comune “sicurezza informatica”, il cui significato può però essere leggermente più circoscritto a seconda del contesto.

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