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8 Gennaio 2026
15:30

Non solo Maduro e Venezuela: i principali interventi degli Stati Uniti in America Latina nella storia

Gli Stati Uniti hanno sempre avuto forti interessi in America Latina e nel corso degli anni hanno interferito in vari modi negli affari interni dei Paesi latinoamericani. Ricostruiamo i principali interventi compiuti nel continente.

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Non solo Maduro e Venezuela: i principali interventi degli Stati Uniti in America Latina nella storia
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L’intervento in Venezuela dello scorso 3 gennaio per spodestare Nicolás Maduro, fortemente voluto dal presidente Trump, è l’ultimo atto di una lunga serie di ingerenze degli Stati Uniti nelle vicende dei Paesi latinoamericani, ovvero Sud America, America Centrale, Messico e Caraibi, paesi che parlano spagnolo, portoghese e francese, distinguendosi dall'America Anglo-Sassone (USA e Canada).

Dall’inizio del ‘900 la Dottrina di Monroe, emanata nel secolo precedente per scopi difensivi, si è trasformata in uno strumento per affermare l’egemonia statunitense sul continente. Le ingerenze si sono sviluppate in vari modi e forme: politiche di destabilizzazione, sanzioni e altre misure economiche, finanziamento di movimenti eversivi, organizzazione di colpi di stato, interventi militari diretti. Non sempre, però, gli Stati Uniti sono riusciti a imporre la propria volontà ai Paesi latinoamericani.

La Dottrina di Monroe invocata da Trump

L’interesse degli Stati Uniti per l’America Latina risale almeno all’inizio dell’Ottocento. Uno dei primi atti rilevanti per determinare i rapporti con i Paesi del continente fu l’emanazione della dottrina di Monroe nel 1823. Il presidente, James Monroe, affermò che l’indipendenza dei Paesi americani liberatisi dal dominio spagnolo e portoghese non doveva più essere messa in discussione dagli europei. Si tratta quindi di una posizione di politica estera che si poneva in opposizione al colonialismo europeo. L’America, nella sostanza, doveva essere governata dagli americani, per questo qualsiasi intromissione di potenze straniere negli affari politici del continente americano sarebbe stata considerata come un atto ostile nei confronti degli stessi Stati Uniti.

La dottrina di Monroe aveva carattere prettamente difensivo e gli Stati Uniti, che erano ancora uno Stato in via di formazione, non avevano i mezzi per pretenderne l’applicazione. Nel corso dell’Ottocento, non a caso, gli europei intervennero in America Latina in diverse occasioni – l'intervento più noto fu il tentativo francese di mettere un principe europeo sul trono del Messico nel 1864 – senza che gli Stati Uniti potessero opporsi.

Vignetta satirica del 1896. Lo zio Sam, simbolo degli USa, si frappone tra europei e latinoamericani
Vignetta satirica del 1896. Lo zio Sam, simbolo degli Stati Uniti, si frappone tra europei e latinoamericani

Il corollario di Roosevelt: gli Stati Uniti come potenza egemone del continente

I rapporti di forza cambiarono alla fine dell’Ottocento, quando gli Stati Uniti, completata la conquista del territorio nazionale, divennero una potenza economica e militare. Nel 1898 intervennero nella guerra di indipendenza scoppiata a Cuba – che era ancora sotto sovranità spagnola – e inflissero una netta sconfitta alla Spagna.

Da allora, i loro interventi diretti e indiretti negli affari dei Paesi latinoamericani sono stati continui.

All’inizio del Novecento, del resto, rivendicarono esplicitamente il diritto di interferire nelle vicende latinoamericane. Anzitutto, nel 1901 una risoluzione approvata dal Congresso, nota come emendamento Platt, riconobbe esplicitamente la facoltà di intervenire negli affari di Cuba in caso in cui gli interessi statunitensi sull’isola fossero stati in pericolo. Tre anni più tardi, il presidente Theodore Roosevelt emanò il corollario alla dottrina di Monroe, che rivendicava il diritto di intervento in tutto il continente. Il presidente, infatti, dichiarò che "una nazione civilizzata" (cioè gli Stati Uniti) aveva diritto a intervenire negli affari interni dei Paesi latinoamericani per prevenire possibili interventi europei. Era accaduto, infatti, che tre Stati del Vecchio continente (Regno Unito, Germania e Italia) avevano imposto un blocco navale dei porti del Venezuela a causa del mancato pagamento di alcuni debiti da parte del governo di Caracas. Roosevelt non intervenne contro i Paesi europei, ma, per evitare che situazioni del genere potessero ripetersi, emanò il corollario. La Dottrina di Monroe, da strumento difensivo, diventò un mezzo per affermare l’egemonia statunitense.

Ingerenze e “buon vicinato” nella prima metà del Novecento

Nella prima metà del Novecento gli Stati Uniti intervennero in America Latina numerose volte. Uno dei territori per i quali avevano maggiore interesse era Panama. Nel 1903 favorirono l’indipendenza del Paese, che fino ad allora era appartenuto alla Colombia, perché interessati alla costruzione del canale che, com’è noto, sarebbe stato inaugurato nel 1915.

Tra le altre ingerenze, intervennero più volte a Cuba in virtù dell’emendamento Platt e nel 1916 organizzarono una spedizione in Messico contro le truppe del capo rivoluzionario Pancho Villa.

La spedizione in Messico del 1916 (Wikimedia Commons)
La spedizione in Messico del 1916 (Wikimedia Commons)

Nel 1933, però, il presidente Franklin Delano Roosevelt decise di impostare in maniera diversa i rapporti con i Paesi latinoamericani, dando avvio alla "politica del buon vicinato", che prevedeva di limitare le ingerenze.

Il secondo dopoguerra: l'America Latina diventa il "cortile di casa"

Dalla fine della Seconda guerra mondiale le ingerenze statunitensi in America Latina sono diventate molto più frequenti. Alla fine della guerra, infatti, il contesto geopolitico cambiò in maniera radicale: ebbe inizio la guerra fredda e gli Stati Uniti, abbandonando l’isolazionismo, si impegnarono per esercitare la propria influenza sul continente e limitare quella dell’Unione Sovietica.

Negli ultimi decenni, nonostante la fine della guerra fredda, l’impostazione della politica statunitense non è cambiata e le ingerenze in America Latina sono continuate.

Gli interventi sono stati condotti in vari modi e con strumenti diversi: in alcuni casi gli Stati Uniti hanno inviato direttamente le loro forze armate nei Paesi latinoamericani; in altre occasioni hanno favorito colpi di stato o finanziato specifiche fazioni nelle guerre civili; in altri ancora hanno usato misure economiche, come l'embargo, e politiche per destabilizzare i governi non allineati.

I principali interventi

Ecco alcuni dei principali interventi compiuti dagli Stati Uniti dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Guatemala 1954: un golpe per le piantagioni di banane

Nel 1954 la Cia organizzò un colpo di Stato in Guatemala contro il presidente Jacobo Arbenz, reo di aver promosso una riforma agraria per dare la terra ai contadini e di aver leso, in tal modo, gli interessi della United Fruit Company, l’azienda statunitense che deteneva enormi estensioni di terreno nel Paese.

Memorandum della CIA copia
Memorandum della Cia sull’operazione contro Arbenz

Nella United Fruit avevano interessi diretti alcuni importanti esponenti della classe dirigente statunitense, come John Foster Dulles, segretario di Stato, e suo fratello Allen Dulles, capo della Cia, che spinsero il presidente Eisenhower ad autorizzare l’operazione contro Arbenz. Al posto del presidente spodestato gli Stati Uniti misero al potere il generale Castillo Armas, che annullò le riforme del suo predecessore.

Cuba 1961: la sconfitta alla Baia dei Porci

Gli Stati Uniti conservarono grande influenza su Cuba fino al 1959, quando Fidel Castro ascese al potere dopo la rivoluzione e promosse radicali riforme economiche e politiche, rifiutando il controllo statunitense. Nel 1961 il presidente Kennedy autorizzò un’operazione militare, sfruttando i cubani che si erano rifugiati negli Stati Uniti dopo la rivoluzione. Circa 1500 uomini armati dalla Cia sbarcarono a Playa Girón, nella Baia dei Porci, con l’intenzione di rovesciare il governo di Castro, ma furono respinti dalle truppe cubane, anche perché Kennedy rifiutò di far intervenire l’aviazione americana. Castro conservò il potere e, per proteggersi da altre invasioni, si legò strettamente all’Unione Sovietica.

Cartello a Playa Giron che ricorda i fatti del 1861
Cartello a Playa Girón in memoria della battaglia del 1961

Il golpe cileno e l’operazione Condor

Nel 1970 in Cile, in seguito a regolari elezioni, divenne presidente il socialista Salvador Allende. Il presidente proseguì le riforme economiche avviate dai suoi predecessori, completando la nazionalizzazione delle miniere di rame e rifiutando le ingerenze statunitensi. Nel 1973 gli Stati Uniti favorirono un colpo di stato, che portò al potere una giunta militare guidata da Augusto Pinochet. Il regime di Pinochet, restato al potere fino al 1990, è stato uno dei più sanguinari del Novecento. Il ruolo degli Stati Uniti nel golpe cileno non è mai stato chiarito fino in fondo, ma è certo che hanno appoggiato i militari.

Dal 1975, del resto, gli Stati Unti spalleggiarono l’Operazione Condor, cioè un piano per lo scambio di informazioni e la repressione dei movimenti di sinistra tra le dittature latinoamericane di destra, durata fino al 1983.

Grenada 1983: i marines nei Caraibi

Nel 1983 i marines invasero l’isola caraibica di Grenada e rovesciarono il governo di stampo socialista guidato da Hudson Austin, generale dell'Esercito Popolare di Grenada che aveva appena fatto un colpo di stato. Nelle operazioni militari persero la vita 19 marines e circa 70 militari grenadini (tra i quali alcuni cubani che combattevano per Austin).

Forze armate a Grenada (Wikimedia Commons)
Forze armate statunitensi a Grenada (Wikimedia Commons)

Le guerre civili in Nicaragua e Salvador

Gli Stati Uniti hanno frequentemente interferito nelle guerre civili scoppiate nei Paesi latinoamericani, offrendo armi e finanziamenti a una delle parti in lotta. Nel corso degli anni ’80 in Nicaragua finanziarono il movimento dei Contras (abbreviazione per Controrivoluzionari), che combatteva con atti terroristici il governo sandinista, asceso al potere nel 1979 e considerato troppo vicino all’Unione Sovietica viste le sue posizioni socialiste, nazionaliste e antimperialiste. A El Salvador, al contrario, appoggiarono la dittatura militare al governo nella guerra civile, spaventati dal maggiore gruppo di opposizione: il Fronte Farabundo Martì per la liberazione nazionale, costituito da guerriglieri socialisti e comunisti. Il conflitto durò dal 1980 al 1992 e costata la vita a oltre 70.000 persone.

Panama 1989: l'intervento contro Noriega

Nel dicembre 1989 circa 27.000 soldati statunitensi invasero Panama per rovesciare il presidente Manuel Noriega. Il presidente era asceso al potere nel 1983, con l’appoggio della Cia, ma in seguito era sfuggito al controllo statunitense ed era stato coinvolto in attività illegali, come il traffico di droga e il riciclaggio di denaro. Alla fine degli anni ‘80 l’amministrazione statunitense, guidata da George H. W. Bush, decise di rovesciarlo e nel 1989 sostenne il candidato rivale, Guillermo David Endara Galimany, alle elezioni presidenziali. Noriega risultò vincitore della consultazione, ma l’amministrazione Bush non riconobbe il risultato e accusò Noriega di brogli. Il 20 dicembre i soldati statunitensi invasero il Paese con l’operazione Just Cause. Gli scontri con le forze di Noriega durarono cinque giorni, nel corso dei quali morirono 23 soldati nordamericani e alcune centinaia di panamensi. Noriega, rifugiatosi nella Nunziatura apostolica, fu catturato il 3 gennaio e trasferito negli Stati Uniti, dove subì un processo e fu condannato a 40 anni di carcere. A Panama fu proclamato presidente Guillermo David Endara Galimany.

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