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Parlare con i defunti tramite l’AI non è fantascienza: la “Grief Technology” su Specchio Giallo

La "Grief Technology" usa l'AI per creare avatar di defunti con cui interagire e chattare. Un mercato da 30 miliardi che solleva dubbi etici e psicologici: aiuta davvero il lutto o crea dipendenza? Dietro a questi "cimiteri digitali" si potrebbero nascondere truffe e deepfake.

9 Aprile 2026
18:30
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Parlare con i defunti tramite l’AI non è fantascienza: la “Grief Technology” su Specchio Giallo
specchio giallo ep1

Sembra la trama di un episodio di Black Mirror, ma è già realtà. Oggi esistono applicazioni basate sull'Intelligenza Artificiale che permettono di ricreare l'avatar di una persona defunta e di parlarci, chiamarla o scambiarci messaggi quando si vuole. Benvenuti nel mondo della Grief Technology (la "tecnologia del dolore"), un mercato che nel 2025 ha superato il valore di 30 miliardi di dollari. Ma siamo sicuri che eludere l'elaborazione del lutto continuando a relazionarci con un'entità digitale sia davvero un bene per la nostra psiche? Analizziamo gli aspetti di questa possibilità nel primo episodio di Specchio Giallo, la serie Geopop in cui riflettiamo su come la tecnologia e l'AI stiano silenziosamente cambiando la nostra psicologia, le nostre relazioni e la nostra vita più intima.

Come funziona (e quanto costa) l'immortalità digitale

Creare il doppio digitale di una persona che non c'è più è tecnicamente molto semplice. All'AI bastano i dati che abbiamo già nei nostri smartphone: fotografie, video, conversazioni WhatsApp o semplici note vocali. In pochi minuti, l'AI incamera queste informazioni e genera una replica in grado di imitare in modo sconvolgente accenti, toni di voce ed espressioni facciali. Più materiale viene fornito, più la simulazione risulta accurata. È un processo che si può fare anche in prima persona registrando i propri dati oggi per lasciare in eredità un "avatar interattivo" a figli e nipoti.

Sul mercato esistono già diverse piattaforme dedicate come ReliveAble che permette di costruire un memoriale vocale del defunto, con pacchetti che vanno dai 100 ai 1.000 dollari o Seance AI con cui si possono fare simulazioni testuali gratuite (simili a una chat). Altri esempi sono HereAfter AI per registrare storie e ricordi mentre si è in vita per creare un "Life Story Avatar" o, ancora, App2Wai – co-fondata dall'ex star Disney Calum Worthy – che crea un avatar conversazionale partendo da soli tre minuti di video della persona in vita.

L'impatto psicologico: tra conforto e dipendenza emotiva

Dal punto di vista terapeutico, il dibattito è acceso. Alcuni esperti ritengono che queste app possano offrire un aiuto temporaneo in una fase di transizione, permettendo di gestire il rimpianto per "le parole non dette". Tuttavia, sull'uso a lungo termine emergono forti perplessità. Simulare la presenza di un morto con l’AI potrebbe impedire alle persone di accettare la realtà della perdita, e ritardare quel processo di adattamento alla vita senza la persona cara. C’è il rischio di creare dipendenza emotiva dal bot specie nei più fragili, ma anche di creare un confuso universo dove memorie reali si confondono con memorie generate dall’AI, fino al rischio di allucinazioni vere e proprie che rendono la gestione della realtà più complessa. Infine, esistono ancora molte reazioni non prevedibili generate dall’intelligenza artificiale che potrebbero lasciarci perplessi su una ricostruzione che genera conflitti in famiglia o offesi per qualcosa che viene detto.

Il vuoto etico e il rischio Deepfake

Alla base della Grief Technology c'è un enorme problema etico, il consenso. A meno che il processo non venga avviato dalla persona stessa prima del decesso, l'avatar viene creato senza il consenso del defunto. Inoltre, la facilità con cui oggi si clona l'identità di qualcuno apre le porte a pericolose truffe. I dati parlano chiaro: il numero di deepfake online è passato dai 500.000 del 2023 agli 8 milioni nel 2025. Tra i casi più eclatanti c'è la truffa avvenuta a Hong Kong nel 2024, dove un dipendente ha bonificato 25 milioni di dollari dopo una videochiamata con dei colleghi che, in realtà, erano avatar generati dall'AI. Senza contare le frodi telefoniche, in cui una voce clonata basta per convincere qualcuno a inviare soldi a un "familiare" in finto pericolo.

Il diritto, come spesso accade, rincorre la tecnologia. In Italia esiste una tutela sui dati delle persone defunte (gestiti dagli eredi), ma manca una legge specifica che regoli la creazione di avatar e chatbot post-mortem.

Cimiteri digitali e il caso Robin Williams

L'intreccio tra morte, social e AI sta già cambiando il web. Facebook, per esempio, sta diventando il più grande cimitero digitale al mondo: con 50 milioni di decessi all'anno tra gli utenti, si stima che tra il 2070 e il 2098 gli account commemorativi supereranno quelli attivi.

Ma veder rivivere un morto può essere molto doloroso per chi resta. Lo sa bene Zelda Williams, figlia del celebre attore Robin Williams (scomparso nel 2014). Zelda ha dovuto chiedere pubblicamente agli utenti di smettere di generare e diffondere video del padre ricreati con l'AI. Chi crea questi contenuti magari pensa di fare un omaggio, ma per i familiari si tratta di un'intrusione dolorosa su cui, al momento, non hanno alcun potere di veto.

Tutto questo ci spinge a una riflessione profonda. Il dolore per una perdita è un "problema" da risolvere tramite la tecnologia o un'esperienza umana necessaria? Il lutto ci rende vulnerabili e inefficienti, ma ci costringe anche a cercare conforto negli altri esseri umani, allenando l'empatia e la comprensione reale e non quella simulata da un server.

E al pensiero di quando saremo noi a non esserci più domani, l’idea di lasciare una versione di noi che parli chatti e chiacchieri con i nostri figli, con i nostri compagni, ma senza avere idea di cosa possano dire interagendo con loro, è più confortante o inquietante?

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