
Chi prima e chi dopo, tutti intorno ai 65 anni e con una prospettiva di superare i 70 anni. L’età pensionabile in Italia e in Europa è una curva che tende a crescere. Secondo l’ultimo Rapporto sulle tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico della Ragioneria di Stato, l’età pensionabile dovrebbe salire nel nostro Paese di altri tre mesi nel 2029 e di altri due mesi nel 2031, seguendo il meccanismo previsto dalla legge di adeguamento dei requisiti alla speranza di vita, con scatti biennali: il prossimo nel 2027, poi nel 2029, nel 2031 e così via. Vuol dire che nel 2084 si dovrebbe andare in pensione a 70 anni e 9 mesi sia per gli uomini che per le donne con una media tra i due sessi di 46 anni e due mesi di contributi.
L’età della pensione sta aumentando in tutti i Paesi Europei
Numeri importanti ma non così diversi da quello che accade negli altri Paesi europei: l’aspettativa di vita sta aumentando e il tempo trascorso in pensione di conseguenza, i ventisette stanno quindi modificando i propri sistema previdenziali e la tendenza diffusa è l’innalzamento dell’età pensionabile.
A oggi, nell’Unione europea, l’età legale di pensionamento per gli uomini varia tra i 62 e i 67 anni, mentre per le donne tra i 60 e i 67 anni. Ma secondo il recente rapporto Pensions at a Glance 2025 dell’Ocse, entro il 2060 l’età di pensionamento legale potrebbe arrivare a 74 anni, con la Danimarca pronta a guidare questa trasformazione. Seguono Estonia e Italia , dove l’età dovrebbe arrivare a 71 e 70 anni, con Paesi Bassi, Svezia e Slovacchia subito dietro.
Perché l’età pensionistica sta aumentando in maniera diffusa?
Nel report dell’Ocse viene spiegato che l’aumento dell’età pensionabile è la soluzione più efficace per non dover tagliare nel futuro gli assegni pensionistici. Questa soluzione nasce da due problemi complementari: l’aumento anagrafico generale e un calo della fertilità.
Nei Paesi OCSE il numero di persone over 65 rispetto alla popolazione in età lavorativa (20-64) sta crescendo molto rapidamente. Il rapporto era 22 anziani ogni 100 persone in età lavorativa nel 2000, è salito a 33 nel 2025 e potrebbe arrivare a 52 nel 2050.
Il tasso di fertilità è in picchiata nei Paesi OCSE, ben sotto il livello di sostituzione della popolazione che è intorno ai 2,1 figli per donna. La media OCSE era circa 1,59 figli per donna nel 2022 e le proiezioni indicano solo 1,63 nel 2062, quindi senza un vero recupero.
Perchè il divario nelle pensioni tra uomini e donne è una sfida per il futuro
Il report evidenzia come, nei Paesi OCSE, le donne ricevano pensioni significativamente più basse rispetto agli uomini. In media, circa un quarto inferiori.
Questo fenomeno, definito gender pension gap, è strettamente legato alle disuguaglianze che si accumulano nel corso della vita lavorativa. Le donne tendono ad avere carriere più brevi, lavorano più spesso a tempo parziale e percepiscono salari mediamente più bassi. Questi fattori contribuiscono a creare un divario nei guadagni lungo l’intero ciclo di vita pari in media al 35%, che si riflette direttamente nel livello delle pensioni future.
Molte donne, inoltre, interrompono o riducono l’attività lavorativa per dedicarsi alla cura di figli o familiari, con effetti negativi sui contributi versati e quindi sui diritti pensionistici maturati. Questo divario rappresenta una possibile criticità per il futuro per almeno due ragioni. Da un lato, pensioni più basse espongono una quota maggiore di donne anziane al rischio di vulnerabilità economica e di povertà nella terza età. Dall’altro, con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della longevità femminile, il numero di donne che dipendono da pensioni più basse potrebbe crescere ulteriormente, amplificando le disuguaglianze tra generi nei sistemi di protezione sociale.
Quali sono le possibili soluzioni?
L’innalzamento dell’età di uscita dal lavoro resta una delle leve più usate, soprattutto in una fase in cui la popolazione invecchia, la fertilità resta bassa e il rapporto tra pensionati e persone in età lavorativa continua a peggiorare. Ma il report insiste sul fatto che, da solo, questo non basta e vengono proposte alcune soluzioni.
Tutto parte nella vita lavorativa: allargare la base contributiva significa aumentare l’occupazione, soprattutto tra donne e lavoratori più anziani, e rendere più semplice restare attivi più a lungo, anche attraverso forme più flessibili di passaggio dal lavoro alla pensione. Allo stesso tempo, il report suggerisce che la sostenibilità non può essere separata dall’equità. Per questo richiama l’importanza di strumenti che proteggano di più chi ha redditi bassi o carriere discontinue, come pensioni di base, formule più progressive e crediti per i periodi di cura.
È lo stesso ragionamento che vale per il gender pension gap: se le disuguaglianze si accumulano nel mercato del lavoro, è lì che bisogna intervenire, aumentando la partecipazione femminile, riducendo il part time involontario e distribuendo in modo meno squilibrato il lavoro di cura. In questo senso, il report fa capire che la vera soluzione non è soltanto far slittare più avanti il momento della pensione, ma costruire un sistema capace di reggere più a lungo perché si allarga il numero di chi contribuisce, si riducono le disuguaglianze e si distribuisce meglio il peso inevitabile dell’invecchiamento.