In Italia non esiste una soglia “ufficiale” e condivisa che definisca chi rientra nella categoria “giovane” o una regolamentazione in merito alla “gioventù”. Il limite inferiore è generalmente fissato a 14 anni sia a livello nazionale che regionale (anche se ci sono casi in cui scende a 12 e altri in cui comincia dalla maggiore età), mentre il limite superiore varia in base alla legislazione di riferimento.
Come riportato anche sul sito ufficiale del Dipartimento per le Politiche Giovanili, nella sezione relativa alla popolazione target, «in Italia non esiste una definizione normativa unitaria di giovane: i programmi nazionali possono rivolgersi a fasce comprese tra 14 e 28/35 anni, a seconda degli obiettivi. La Carta Giovani Nazionale, per esempio, è rivolta ai giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, mentre il Servizio civile universale si ferma a 28». L’Istat, invece, ha istituito invece il “Sistema informativo #giovani” che raccoglie dati sulle persone nella fascia di età dai 15 ai 34 anni.
Insomma, dal punto di vista burocratico, amministrativo, statistico, sembra che il confine della gioventù, oggi fissato intorno ai 35 anni, sia sempre più sfumato e che sia in continuo adattamento alle evoluzioni della società nel tempo: negli ultimi trent’anni si è spostato diverse volte, inseguendo un cambiamento reale, alla cui radice non c’è tanto uno spostamento della “maturità” psicologica, quanto un cambio delle abitudini e soprattutto delle possibilità economiche e sociali.
Come sono cambiate le soglie della giovinezza per la burocrazia e le istituzioni
Facendo un passo indietro di oltre cinquant’anni, nel 1975 cambiò un parametro importante: la legge 39/1975 abbassò infatti la maggiore età da 21 anni, dov’era stata fissata dal Codice Pisanelli del 1865 e dal Codice civile del 1942, a 18. Da quel momento il confine giuridico tra minore e adulto non è più cambiato. Si è però spostata progressivamente la soglia dell’adulto “giovane” rispetto all’adulto “non più giovane” – che verrebbe da chiedersi a questo punto se coincida con “vecchio”. Esattamente come per “giovane”, non esiste una soglia legale unica da cui si comincia a essere “anziani” in Italia: ogni ente o misura fissa la propria, e anche qui le soglie si accavallano, ma ne parleremo più avanti nel testo.
Nel 1984 la legge 863 introdusse i contratti di formazione e lavoro per incentivare l’assunzione dei giovani: la soglia considerata era quella 15-29, leggermente più alta nelle aree svantaggiate del Mezzogiorno. La legge 169/1991 portò poi il limite per il Mezzogiorno a 32 anni e la riforma della legge 451/1994 estese la fascia generale per l'Italia a 16-32 anni. Un esempio di come già all'epoca la definizione amministrativa di giovane variasse in base agli strumenti e alle politiche adottate.
Nel 2014 il programma Garanzia Giovani, nato per i NEET, ha adottato lo standard europeo 15-29 anni e dal 2022 la già citata Carta Giovani Nazionale (lo strumento più "ufficiale" con cui lo Stato definisce i giovani) copre la fascia 18-35 anni. Le agevolazioni per i mutui per la prima casa nel 2026 si rivolgono solitamente agli under 36, mentre quelle per le Partita IVA considerano i liberi professionisti under 35.
Una definizione univoca di gioventù e le soglie dell'età adulta
In sociologia la transizione alla vita adulta viene descritta tradizionalmente attraverso alcune tappe come la conclusione degli studi, l'ingresso stabile nel mondo del lavoro, l'uscita dalla famiglia d'origine. Come ricorda anche Treccani, riportando la voce dell'Enciclopedia delle scienze sociali (1994), già alla fine del Novecento questi passaggi stavano diventando più tardivi e meno rigidamente ordinati e la gioventù viene definita come «una delle età della vita umana, compresa tra l’adolescenza e la maturità».
Nelle società industriali moderne, i confini tra le varie età del ciclo di vita appaiono assai più sfumati e incerti che in passato; in particolare non si celebrano più ‘riti di passaggio’ volti a rappresentare simbolicamente l’ingresso nella società degli adulti.
Come riportato dall’Enciclopedia, i giovani vengono considerati “adulti” quando hanno varcato una serie di soglie.
a) hanno concluso la parte più rilevante del loro percorso formativo; b) occupano una posizione relativamente stabile nella divisione sociale del lavoro; c) non vivono più nella casa dei genitori; d) si sono sposati; e) si assumono, con la maternità e la paternità, responsabilità nei confronti di una nuova generazione.
Ma negli ultimi vent’anni queste soglie si sono spostate, e di molto. C’è chi finisce di studiare più tardi ed entra, per questi o altri motivi, più tardi anche nel mondo del lavoro. A cascata, è più difficile e quindi posticipata l’uscita dalla casa dei genitori, come lo sono il matrimonio e la genitorialità. Le cause si fanno risalire a un sistema economico che rende sempre più difficile costruire un’autonomia reale prima dei 30 anni.
Come ci spiega in un'intervista telefonica Alessandro Rosina, Professore ordinario di Demografia e Statistica sociale presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che si occupa da anni di tematiche relative alle nuove generazioni e alla transizione alla vita adulta, «riuscire a dare una definizione della transizione giovanile non è scontato: si osserva non solo la riduzione quantitativa dei giovani, ma anche un indebolimento qualitativo rispetto alla progettualità e a percorsi di vita che consentano di entrare pienamente e solidamente nella vita adulta».
Ci sono diversi aspetti da considerare: innanzitutto l'aspetto narrativo e anagrafico, che considera la fascia 15-24. «È una definizione puramente pratica, che può avere una sua funzione operativa, ma la prospettiva deve essere dinamica: quello verso la vita adulta è un processo di transizione graduale, che porta da una condizione di mancanza di autonomia e responsabilità – come nei bambini – a un'acquisizione crescente di entrambi, appunto in tappe, che trasforma in persone adulte "attive"». C'è la fine della fase di formazione, c'è l'acquisizione di autonomia economica e di responsabilità attraverso il lavoro, e poi c'è l'indipendenza della famiglia d'origine, che si acquisisce quando si organizza la propria quotidianità in autonomia. Con lo spostamento di queste due soglie, si è creata una fascia che potremmo chiamare "giovane adulta", dai 24 ai 34 anni, in cui non si è né propriamente giovani, né pienamente adulti.
«Ci sono poi gli eventi altamente impegnativi e responsabilizzanti, come la formazione dell'unione di coppia, formale o meno, e nel caso l'arrivo di un figlio: in questo caso si finisce di essere giovani perché ci si prende la responsabilità su qualcuno di una generazione successiva alla propria,» continua Rosina. Se queste tappe, negli anni Sessanta del Novecento, avvenivano spesso anche prima dei 25 anni, oggi avvengono solitamente dopo i 30, se non oltre. Essendo un processo, varia ovviamente da persona a persona, ma in Italia, in generale, si può osservare questa tendenza. Lo spostamento amministrativo non è dunque arbitrario, ma pare adeguarsi a un fenomeno demografico e sociale reale, che possiamo riscontrare nei dati Istat ed Eurostat.
Che cosa dicono i dati Eurostat e Istat
Secondo Eurostat, in Italia si lascia la casa dei genitori in media a 30,2 anni, quasi quattro anni sopra la media UE (26,3) e molto più tardi che in Francia (23,8) o Germania (24,1): solo Croazia, Grecia e Slovacchia fanno peggio. In modo coerente, secondo dati Istat 2024, diffusi a gennaio 2026, il 63,3% dei giovani vive ancora con i genitori fino a 35 anni, contro il 61,2% del 2012: il fenomeno quindi si è rafforzato. Anche le tappe che tradizionalmente segnano l'ingresso nell'età adulta si sono spostate in avanti: l'età media al primo matrimonio è salita a 34,8 anni per gli uomini e 32,8 per le donne nel 2024, contro 32,6 e 30,1 nel 2011. A questo si sommano precarietà lavorativa, i costi crescenti della casa e l'assenza di politiche pubbliche solide e continuative di sostegno all'autonomia abitativa dei giovani: fattori che hanno reso via via meno realistico chiudere la "giovinezza" a 25 o 30 anni. Così la fascia si dilata.
Esattamente come per “giovane”, non esiste una soglia legale unica di “anziano” in Italia: quella usata a livello internazionale per misurare a fini statistici l’invecchiamento di una popolazione (l’indice di vecchiaia ISTAT, gli standard Onu/Eurostat) rimane fissata per convenzione a 65 anni, ma non viene adottata in modo universale in ambito medico e previdenziale. Oggi, per es. in Italia la pensione di vecchiaia scatta a 67 anni, è in crescita e le proiezioni OCSE (Panorama delle Pensioni 2025) stimano che l’età pensionabile si avvicinerà ai 70 anni nel lungo periodo.
Per quanto riguarda le agevolazioni, anche la soglia di “anziano” è graduale: per es. la presenza nel nucleo familiare di una persona di almeno 60 anni costituisce uno dei requisiti che possono consentire l'accesso all'Assegno di inclusione; a 65 scattano l’esenzione del ticket sanitario legata al reddito e in alcune regioni, l’esenzione dal ticket di pronto soccorso; a 70 anni è previsto uno sconto sui bollettini postali e a 75 l’esenzione dal canone Rai sotto una certa soglia di reddito. Fasce che, con l'aumentare dell'aspettativa di vita, continueranno a spostarsi.
Come si percepiscono i giovani: più vecchi a 35, o ancora giovani?
Se alcune politiche pubbliche considerano giovani anche le persone fino a 35 anni, è interessante chiedersi quale sia la percezione delle persone che hanno tra i 30 e i 40 anni. I dati a disposizione per rispondere a questa domanda sono meno sistematici di quelli demografici, ma sono comunque allineati: anche la percezione soggettiva dell’età, infatti, si sta allungando.
Lo studio "Human After All", condotto da Doxa e Hearts United (coinvolgendo 2.000 italiani di età diverse), mostra che il 26% degli italiani ha iniziato a pensare per la prima volta all'invecchiamento tra i 25 e i 34 anni (mentre il 13% ha cominciato prima). Inoltre, ci restituisce una sorta di paradosso: la quota di chi si sente più giovane della propria età anagrafica cresce sensibilmente proprio a partire dai 35 anni. I dati sulla consapevolezza dell'invecchiamento ci dicono che a sentirsi giovane per propria età il 22% delle persone tra i 18 e i 24 anni, il 37% di quelle tra i 25 e i 34 e, sorpresa, si sale fino al 58% tra i 35 e i 44 anni e addirittura al 62% tra gli over 65. Questa consapevolezza dunque non produce per forza sentimenti negativi: solo il 19% degli intervistati dice di averne paura, mentre il 41% lo considera qualcosa di naturale.
All'estero, nel Regno Unito, un sondaggio di YouGov nel 2018 collocava la fine percepita della giovinezza a 29 anni e l'inizio della vecchiaia a 70, con una "terra di mezzo" (30-47 anni) che la maggioranza degli intervistati non classificava né come giovane né come matura. Una ricerca longitudinale tedesca (realizzata con la collaborazione delle Università di Stanford, Humboldt, Greifswald e del Lussemburgo) ha analizzato le rilevazioni su 14.056 partecipanti al German Ageing Survey con un'età compresa tra 40 e 85 anni, ripetute nell'arco di 25 anni. I dati hanno mostrato che la soglia percepita dell'inizio della vecchiaia si è spostata in avanti nel tempo: se chi era nato nel 1911 lo collocava a 71 anni, le generazioni successive hanno cominciato a spostare la soglia sempre più avanti, dimostrando che più a lungo si vive (e con buona salute), più le soglie dell’età vengono percepite al rialzo.
Le conseguenze di oggi e di domani
In generale, la convergenza tra le misure fiscali che hanno i 35 anni come soglia di riferimento e la fascia d’età (35-44) in cui ci si sente più giovani secondo Doxa, ci parla ancora di una dilatazione della transizione alla maturità. Il prolungamento progressivo dei limiti per la fruizione delle agevolazioni economiche, che spesso fa gioire i neo-trentenni che rientrano nelle misure, non è però necessariamente una buona notizia, perché è il sintomo del fatto che indipendenza o solidità economica si spostano sempre più avanti: è, semplicemente, un adeguamento, e non sempre è sufficiente a rispondere alle reali necessità.
Come spiega il Prof. Rosina, nel 1951, anno del primo censimento del dopoguerra, oltre metà della popolazione era formata da under 30, mentre oggi questi costituiscono il 27%, il dato più basso di sempre. Siamo un Paese sempre più vecchio, in cui demograficamente i giovani saranno in crescente minoranza, da un lato per il calo della natalità, dall'altro perché sempre più persone saranno portate a cercare all'estero politiche più favorevoli e maggiori possibilità. «La minor presenza e quantità di giovani potrà corrispondere così a una minor qualità, scenario già in corso per quelle persone che hanno 30 anni oggi. E il fatto di non trovare spazio, potrebbe spingere sempre più giovani all'estero, riducendo ulteriormente la loro presenza».
Se si diventa giovani in un momento in cui di giovani ce ne sono sempre meno, non sorge solo la domanda su come verranno pagate le pensioni tra qualche decina d'anni, ma anche su quanto peso si potrà avere nelle scelte collettive e politiche. Quanto conteranno le istanze dei giovani, nel momento in cui saranno viste come sempre più marginali e poco rappresentative?
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