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21 Marzo 2026
16:30

Perché ci sentiamo persi nei momenti di transizione: cos’è la liminalità di Van Gennep

Dai riti di passaggio studiati dall'antropologia alla vita "in pausa" dei ventenni di oggi: cosa significa vivere una fase di liminalità e perché, nelle transizioni verso l'età adulta, sentirsi incerti o disorientati è più normale (e condiviso) di quanto pensiamo.

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Perché ci sentiamo persi nei momenti di transizione: cos’è la liminalità di Van Gennep
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Ci sono momenti della vita in cui non siamo più ciò che eravamo, ma non siamo ancora ciò che diventeremo. È in questi spazi sospesi, incerti e talvolta disorientanti che si colloca la liminalità: una condizione di passaggio che, da concetto antropologico, è diventata oggi una chiave di lettura per comprendere il senso di smarrimento diffuso nelle società contemporanee, soprattutto tra le nuove generazioni.

Cos’è la liminalità: il significato antropologico

Il termine "liminalità" deriva dal latino limen, ovvero "soglia". Fu introdotto e coniato dall'antropologo Arnold Van Gennep nel lontano 1909, nell'opera I riti di passaggio, dove descriveva i rituali che accompagnano i cambiamenti di status sociale, in cui i più comuni sono: nascita, pubertà, matrimonio e morte. Van Gennep individuava tre fasi in cui l'individuo sperimentata la liminalità, o il passaggio a una nuova identità: la separazione, il margine (o fase liminale in cui ci si volge al cambiamento) e la reintegrazione nella società con la nuova "forma".

Successivamente, Victor Turner approfondì e riprese il concetto, definendo la fase liminale come uno stato "betwixt and between" (traducibile in italiano come "in bilico" o "a metà strada"): una condizione ambigua in cui le strutture sociali ordinarie si sospendono e l'individuo non appartiene pienamente né alla posizione precedente né a quella futura.

In molte società tradizionali, questa sospensione era regolata da rituali collettivi che fornivano senso, direzione e contenimento simbolico.

Dalla modernità alla liquidità

Nelle società contemporanee, tuttavia, i riti di passaggio si sono indeboliti o frammentati. L'ingresso nell'età adulta, per esempio, non è più segnato da un evento simbolicamente condiviso, ma da una serie di transizioni spesso lunghe e discontinue: fine degli studi, autonomia abitativa, stabilità affettiva.

Il sociologo Zygumnt Bauman, in questo senso, descrive la nostra epoca come "modernità liquida", caratterizzata da precarietà, mobilità e instabilità delle identità. In questo contesto, la liminalità non è più una fase breve e ritualizzata, ma tende a diventare una condizione cronica. Detto ciò, Bauman ci vuole dire che l'incertezza non precede semplicemente il cambiamento, ma ne diventa la norma: i confini tra una fase e l'altra della vita si pospongono o si dissolvono, generando una condizione di indeterminatezza sociale continua.

In questo senso, numerosi studi demografici contemporanei mostrano effettivamente una progressiva posticipazione delle tappe tradizionalmente associate all'età adulta. Secondo i dati Eurostat 2024, l'età media in cui i giovani europei lasciano la casa dei genitori supera oggi i 27 anni, con punte oltre i 30 in alcuni Paesi del Sud Europa. Parallelamente, sembrano aumentare l'età media al primo figlio e la durata dei percorsi formativi.

Jeffrey Arnett, studioso sociale, ha definito questa fase emerging adulthood, una nuova categoria socio-psicologica che si estenderebbe approssimativamente tra i 18 e 29 anni, caratterizzata da esplorazione identitaria, instabilità e senso si possibilità ma anche di incertezza. In termini antropologici, potremmo interpretarla come una liminalità prolungata: una soglia (o margine, come diceva Van Gennep) che si estende nel tempo, senza un chiaro momento di reintegrazione.

Ripensare lo smarrimento in chiave positiva

É stato pienamente analizzato quanto la fase liminale comporti una temporanea perdita di riferimenti: le categorie che definivano il nostro ruolo di studente, figlio, partner o lavoratore diventano instabili e transitorie, mutano o cadono. In assenza di rituali collettivi che offrano significato a queste trasformazioni, l'individuo può sperimentare ansia, senso di inadeguatezza, percezione di ritardo rispetto ai pari o addirittura di fallimento personale. Ciò che in altre epoche era riconosciuto come passaggio condiviso tende oggi a essere interiorizzato come difficoltà privata.

Tuttavia, la liminalità non è solo vulnerabilità. Come osservava Turner, essa è anche uno spazio di potenziale trasformazione creativa. È infatti proprio nella sospensione delle strutture e ruoli sociali che si aprono possibilità di ridefinizione dell'identità, di sperimentazione e di innovazione sociale. La soglia, in altre parole, non è soltanto un vuoto, è uno spazio aperto, denso di possibilità.

Il nodo critico della contemporaneità non è dunque l'esistenza della soglia, ma la sua crescente individualizzazione. Quando il passaggio viene vissuto in solitudine, senza narrazioni collettive che lo legittimano, esso rischia di essere percepito come deviazione dalla norma anziché come condizione condivisa. Per questo diventa cruciale recuperare una dimensione più sociale e comunitaria dell'esperienza liminale. Condividere l'incertezza, attraverso reti di pari, spazi educativi e comunità, anche digitali, significa restituire al cambiamento una cornice relazionale che lo renda meno minaccioso e più intelligibile.

Riconoscere la liminalità come categoria analitica, in questo senso, significa sottrarre lo smarrimento alla colpa individuale e collocarlo in una cornice sociale condivisa.

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