
Siamo abituati a pensare che i numeri siano ovunque uguali e usati allo stesso modo per descrivere il mondo fisico: contiamo gli anni, il denaro, i chilometri, perfino le calorie e i passi quotidiani. Ma questa familiarità nasconde un fatto sorprendente: non tutte le culture usano numeri grandi. In alcune società infatti i numeri oltre il tre o il quattro semplicemente non esistono. E quindi, come funzionano delle società senza i nostri grandi numeri?
Numeri come costruzioni culturali, non universali
Nelle società industrializzate, i numeri sembrano un linguaggio neutro, universale, quasi naturale. Siamo infatti abituati a razionalizzare l'intera realtà che ci circonda dandogli rigore logico, attraverso le geometria e la matematica. Eppure, l'antropologia ha mostrato che i sistemi numerici non sono semplicemente strumenti tecnici, ma costruzioni culturali profondamente radicate nei modi di vivere.
Già Claude Lévi-Strauss sottolineava che le classificazioni umane riflettono bisogni pratici e simbolici specifici. I numeri, in questo senso, non emergono ovunque con la stessa complessità: alcune società non sviluppano termini per numeri elevati non perchè ne sono incapaci, ma perchè non ne hanno necessità.
Cosa significa vivere senza numeri oltre il molti: la popolazione dei Pirahã
Uno dei casi più discussi è quello dei Pirahā, una popolazione indigena che vive nella foresta amazzonica, nella regione del Amazzonia Centrale in Brasile. Il linguista e antropologo Daniel Everett, che ha vissuto con loro per anni e ha raccontato la sua esperienza nel libro intitolato Don't sleep, there are snakes (2008), ha osservato che la loro lingua non contiene parole per numeri precisi oltre il due o il tre.

Esistono piuttosto termini traducibili approssimativamente come "uno", "due" e "molti". Questo però non impedisce ai Pirahā di vivere, commerciare o prendere decisioni: piuttosto, rivela che la precisione numerica elevata non è centrale nella loro organizzazione sociale. Questa osservazione ha portato a interrogarsi su una questione centrale: il linguaggio influenza il modo in cui pensiamo anche i numeri?
Lo psicologo cognitivo Peter Gordon ha in questo ambito condotto esperimenti volti a dimostrare che, senza parole specifiche per i numeri grandi, le persone possono stimare quantità ma con – ovviamente – minore precisione. Questo però non sembrerebbe significare che non possano comprendere la numerosità, ovvero l'elevata moltitudine, ma che il pensiero esatto, quello che distingue per esempio tra 27 e 28 dipenda in parte dagli strumenti linguistici disponibili e non sia, in fondo, necessario per comprendere le moltitudini.
Quando però contare diventa necessario
La presenza o l'assenza di numeri grandi non riflette un diverso livello di "sviluppo", ma differenti priorità culturali, economiche e relazionali. Ma quando contare è necessario, come fare in assenza di un linguaggio specifico? La risposta ci arriva dagli esempi ricondotti ad alcune popolazioni della Papua Nuova Guinea, dove esistono sistemi di conteggio basati su altri criteri che non sono il linguaggio verbale, bensì il corpo.
In questo senso, le diverse parti del corpo fungono da abaco e all'evenienza come "mappa cognitiva condivisa" in quanto le diverse parti anatomiche vengono utilizzate come "punti di riferimento", culturalmente condivisi, stabiliti all'interno di una sequenza.

In concreto, il conteggio, in Papua Nuova Guinea, non si limita alle dita delle mani, ma prosegue lungo il corpo seguendo un ordine preciso: dopo le dita si passa al polso, all'avambraccio, al gomito, alla spalla, collo, volto e poi si scende dall'altro lato del corpo. Ogni punto corrisponde a una quantità specifica.
Questo significa che il numero non è rappresentato da una parola astratta, come "diciassette", ma da una posizione concreta sul corpo. Dal punto di vista cognitivo, questo sistema sfrutta la memoria non più verbale, come il nostro sistema, ma spaziale e corporea, una delle forme più antiche e universali della memoria umana.
Ripensare il nostro rapporto con i numeri
Questi esempi mettono in discussione un presupposto profondo della modernità: che quantificare sia un modo universale e necessario di conoscere il mondo.
Nelle società contemporanee infatti tutto sembra essere tradotto in numeri: produttività, valore, performance, perfino il benessere personale, la popolarità e così via. Ma queste "altre possibilità di vita" ci ricordano che questa ossessione per la quantificazione è storicamente situata, e nata probabilmente con la standardizzazione dell'orologio, nella Rivoluzione Industriale.
Le culture che non usano numeri grandi non rappresentano una forma di mancanza o arretratezza, ma una diversa forma di società e rapporto col mondo.