
È inutile nasconderlo: il mondo di oggi porta ognuno di noi ad accumulare tantissimi oggetti, di cui spesso è estremamente difficile disfarsi! Sì, perché con gli oggetti, proprio come con le persone, possiamo instaurare un vero e proprio legame affettivo e di attaccamento, indipendentemente dalla nostra età e dal loro valore materiale e strumentale, facendoci provare agitazione e un miscuglio di emozioni negative al pensiero di buttarli via, come confermato da diversi studi.
Le spiegazioni sono diverse e vanno dalla nostra abitudine ad antropomorfizzare gli oggetti (quanti di voi non hanno inveito contro il telecomando che non funziona?) fino alla tendenza a identificarci con essi. Alcuni oggetti, infatti, ci rassicurano, altri ci permettono di viaggiare nel tempo, mentre altri ancora… semplicemente “possono sempre servire!”. Il risultato? I nostri oggetti preferiti perdono la loro natura inanimata, diventando degli amici di vecchia data da custodire con cura o, ancora, degli “horcrux” (come direbbe Harry Potter) in cui riponiamo una parte della nostra identità.
Oggetti o esseri umani?
Ogniqualvolta attribuiamo agli oggetti caratteristiche e qualità umane, rivolgendoci a loro come a un amico o un parente, stiamo adottando un comportamento chiamato antropomorfizzazione. Succede, per esempio, ogni volta che rivolgiamo delle offese al computer all’ennesimo aggiornamento automatico. O ancora quando incoraggiamo la nostra auto per spronarla ad andare più veloce.
Antropomorfizzare gli oggetti rappresenta una delle tendenze naturali più comuni dell’essere umano, che può cambiare notevolmente il nostro modo di relazionarci a loro. E non si tratta banalmente di un fenomeno astratto: quando ci relazioniamo con gli oggetti, il nostro cervello può attivare aree in parte sovrapposte a quelle che si accendono quando interagiamo con gli umani. Così, i nostri oggetti perdono una parte della loro natura inanimata divenendo più simili a noi, suggellando la formazione di un legame affettivo più "umano" che, proprio come con un buon amico, può rendere più complesso separarsene.
Gli oggetti come macchine del tempo
Molte persone hanno l’abitudine di conservare oggetti legati a esperienze vissute sulla propria pelle. Vecchi biglietti, foto e souvenir lasciati a prendere polvere possono infatti diventare dei veri e propri interruttori della memoria autobiografica (dei cues, in gergo tecnico), che aiutano ad attivare le aree cerebrali in cui sono custoditi ricordi di episodi e avvenimenti della nostra vita che, altrimenti, rischieremmo di dimenticare.
Questo meccanismo vale soprattutto per le persone anziane. Con l’avanzare dell’età, le capacità cognitive tendono a peggiorare, annebbiando i nostri ricordi, mentre gli acciacchi fisici limitano la possibilità di fare nuove esperienze. Ecco che allora i vecchi oggetti impolverati possono assumere le sembianze di una vera e propria DeLorean del film Ritorno al futuro, riportandoci a momenti passati e alle persone care con cui abbiamo condiviso parti importanti della nostra vita.
In questo modo, gli oggetti non si limitano a evocare il passato, ma ci aiutano a ricordare chi siamo e il viaggio che abbiamo percorso.
Potrebbe sempre servire!
Gli oggetti non hanno solo un valore affettivo, ma anche uno strumentale. In parole povere, servono per raggiungere uno scopo preciso. Il valore strumentale di un’automobile, per esempio, è quello di trasportarci da un luogo a un altro. Eppure, basta aprire il cassetto di un mobile qualsiasi per rendersi conto di quanti oggetti continuiamo a conservare anche quando non possono più assolvere la loro funzione, semplicemente perché… “potrebbero sempre servire!”.
Probabilmente, in queste circostanze siamo perfettamente consapevoli che stiamo mentendo a noi stessi, ma la sola idea di un possibile impiego futuro ci spinge ad aumentare il loro valore percepito, facendoceli apparire ancora indispensabili. D’altronde, tutti noi abbiamo almeno una scatola piena di caricatori per smartphone ormai fuori produzione e in condizioni disastrose o, come direbbe Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista, piena di “spaghi troppo corti per essere usati”.
Non solo oggetti, ma parte della nostra identità
Nel tentativo di dare via un oggetto a cui siamo legati, può capitare di provare un forte senso di smarrimento, quasi come se stessimo rinunciando a una parte di noi stessi. Magari quel vecchio maglione, ormai scolorito e infeltrito, che non indossiamo da anni. Queste sensazioni, spesso tenute nascoste, sono più comuni di quanto pensiamo. Con il tempo, infatti, gli oggetti che abbiamo scelto con cura, quelli che rispecchiano i nostri gusti e ci hanno accompagnato in momenti particolari della vita, acquisiscono un valore simbolico, fino ad arrivare a percepirli come elementi essenziali per definire la nostra identità e il nostro sé.
Separarci da loro rischierebbe di significare perdere una parte di noi (o almeno, così ci sembra). Il risultato? Il vecchio maglione è ancora lì nell'armadio, a ricordarci dello straordinario potere della nostra mente e della sua innata propensione a creare legami.